HISTORIA FAENTINA
Panorama di Faenza da: Colonia Esperide (particolare) Biblioteca Comunale Manfrediana di Faenza.

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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Cosa ci rimane oggi di un manufatto abbattuto e sostituito nel 1724 dall'edificio attuale senza lasciare traccia ?

L'ANTICA CHIESA GOTICA DEI SERVI A FAENZA

 Marco Cavina


     A Faenza (Ravenna), nell'attuale intersezione fra corso Saffi e via Manfredi, si erge l'imponente volume della chiesa dei Servi di Maria o dei SS. Filippo e Giacomo, oggi in stato di fatiscenza e non più consacrata al culto da svariati decenni dopo gli importanti danni bellici, affiancata da un'ampia e articolata struttura che per secoli è stata un'area conventuale molto ben organizzata e indipendente. In realtà, sulla stessa pianta e con le stesse importanti dimensioni, dal 1300 circa fino all'inizio del '700 si ergeva una preesistente chiesa gotica, abbattuta per far posto alla chiesa che tutti conosciamo; quel sito, lungo la via che collega la piazza centrale al ponte sul fiume, storicamente è sempre stato caratterizzato da una chiesa; infatti, a breve distanza dalla chiesa dei servi, probabilmente fin dal X Sec., esisteva un secondo luogo di culto, una chiesa nota come Santa Maria in Curte (in Corte) o Santa Maria della Cappellina, situata più vicino al ponte sul fiume; quindi praticamente da un millennio in questo luogo è presente un edificio adibito al culto cristiano. (continua)

La chiesa dei Servi, dettaglio ricavato dalla pianta di Faenza realizzata nella seconda metà del '700, esposta nell'appartamento Durazzo, nel palazzo Episcopale sede della Diocesi Faentina.


La spedizione bellica di 350 faentini contro i Turchi

LA GUERRA D’UNGHERIA IN ALCUNI DOCUMENTI
NOTARILI FAENTINI DEL 1595 - 96

 Miro Gamberini


     Le crociate sono abitualmente associate all'idea della liberazione di Gerusalemme. Dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453, i Turchi iniziarono la loro espansione nei Balcani, con l’intenzione di conquistare Vienna e l’Ungheria. Di queste crociate europee se ne enumerano più di dieci prima della battaglia di Lepanto del 1571 e altrettanto fino al 1697, quando il principe Eugenio di Savoia sconfigge a Zenta (Serbia) l’esercito del sultano Mustafa II, liberando definitivamente l’Europa dalla minaccia di essere conquistata e assoggettata dall’Impero Ottomano di Costantinopoli. Un ruolo importante nell’ostacolare l’avanzata dei Turchi in Europa lo si deve a Papa Clemente VIII Aldobrandini. Durante tutto il suo pontificato dal 1592 fino al 1605 si impegnò per la costituzione di un’alleanza paneuropea di regnanti cristiani contro gli Ottomani. (continua)

Le truppe Turche assediano Strigonia.

Medaglia d'argento al valore militare alla memoria

DON ANTONIO PIRAZZINI AL SERVIZIO
DI DIO E DELLA PATRIA


 Enzo Casadio

Tra i caduti nella Prima Guerra mondiale la città di Faenza annovera anche un cappellano militare, il sacerdote don Antonio Pirazzini. Figlio di Giovanni e di Elisabetta Budellazzi, era nato a Faenza l'11 settembre 1871, entrato in seminario, si diplomò come esterno nell'anno scolastico 1890/91 al Liceo Torricelli di Faenza. Fu ordinato sacerdote il 22 dicembre 1894 dal Vescovo di Faenza Mons. Gioacchino Cantagalli.
Nel giugno dell'anno seguente si laureò in Belle Lettere presso I'Università di Bologna con una tesi dal titolo: Studio sul poemetto greco Pseudo Phocylide. Nel mese di ottobre don Antonio fu assunto quale insegnante di lettere nel Liceo di Celana in provincia di Bergamo. Era una scuola convitto privata gestita da una istituzione religiosa. Oltre a insegnare, don Antonio prestava anche servizio nella parrocchia di Roncallo vicino a Pontida. Nel 1911 lasciò il convitto di Celana per passare a insegnare nelle scuole pubbliche; insegnò in alcune città, da ultimo presso la Scuola Normale di Oneglia.
Don Antonio oltre a scrivere poesie, pubblicò, tra le altre cose, anche alcuni studi sul Parini.
Quando nel 1915 l'Italia entrò in guerra don Antonio a 44 anni di età, chiese di potersi arruolare come cappellano militare volontario nella Regia Marina. Successivamente fu promosso Cappellano Capo, grado corrispondente a quello di capitano e prestò servizio sulla Regia Nave "Regina Margherita", un poderosa nave da battaglia corazzata e potentemente armata entrata in servizio nel 1904, e che aveva un equipaggio di quasi 800 uomini. II 2 novembre 1915 don Pirazzini celebrò una messa nel porto di Brindisi a ricordo delle vittime dell'esplosione della nave "Benedetto Brin", gemella della "Regina Margherita", alla quale fu accomunata da un tragico destino. La "Benedetto Brin" il 27 settembre del 1915, veniva squarciata dall'esplosione della santabarbara che causò la morte di oltre 450 uomini dell'equipaggio e numerosi feriti.
(continua)


Don Antonio Pirazzini in uniforme da
Cappellano Capo della Regia Marina.

Di ciascuna chiesa si esamina, dopo qualche cenno sulle origini, la struttura edilizia, e la disposizione degli altari 

APPUNTI PER LA STORIA DELLE CHIESE PARROCCHIALI
DELLA CITTÀ DI FAENZA IN ETÀ MODERNA
(SECOLI XVI-XVIII)


don Ruggero Benericetti

    In queste note si condensano risultati di ricerche d'archivio riguardanti le vicende storico artistiche delle chiese parrocchiali della città di Faenza in età moderna. Sull'importanza dell'argomento per la storia locale non credo sia necessario spendere molte parole. Ciò che invece occorre giustificare sono i limiti cronologici ed il metodo usato. Innanzitutto questa ricerca non tocca, se non marginalmente, le origini e i primi secoli della storia dei sacri edifici, sui quali ci si limiterà a qualche fugace cenno. La ragione di questa omissione risiede nella difficoltà di reperire le fonti documentarie medievali, di cui molte disperse. A ciò si aggiunge la scarsezza di monumenti risalenti a quel tempo.
    Come limite superiore, la fine del secolo XVIII, si è scelta a causa delle numerose concentrazioni e della conseguente profonda revisione di confini, che configurarono una nuova fase della storia delle parrocchie.
Le fonti utilizzate sono principalmente due: le visite pastorali dei vescovi, e gli inventari redatti dai rettori delle chiese in occasione delle visite o in altre circostanze. La storia di alcune chiese è stata oggetto nel passato di approfondita ricerca. Vi si è attinto largamente. Altre sono più povere di studi. Queste ultime hanno richiesto un maggiore sforzo di ricerca e di elaborazione. Il lavoro precede per piccole monografie. Di ciascuna chiesa si esamina, dopo qualche cenno sulle origini, la struttura edilizia, la disposizione degli altari e la loro ornamentazione, i benefici o le confraternite annesse. Si accenna, infine, ai confini della cura pastorale, al beneficio e ai libri superstiti. Sui rettori che ne ebbero cura esiste la classica lista del Marchetti, alla quale ci si è limitati ad apportare qualche aggiornamento (1).
(continua)



Copertina del libro.

Attorno a questa chiesa all'inizio del Duecento cominciò a sorgere nelle sue vicinanze il borgo di Porta Montanara


SAN LORENZO


don Ruggero Benedetti

   
    Dal 1926 prese il nome di Santa Margherita, cui venne unita (462). I primi ricordi risalgono all'anno 1128, e si trovano in due atti di donazione forse contemporanei alla fondazione. Era allora posta in sito rurale (463). II fondo su cui insisteva, di nome Cicutino, apparteneva forse ai Canonici. All'inizio del Duecento cominciò a sorgere nelle sue vicinanze il nuovo borgo della Porta Montanara, che resto più tardi incluso, con la chiesa, entro la cinta manfrediana. La facciata guarda l'antico "vicolo della Volta", oggi via Minardi, mentre il fianco è sulla via Maestra, dalla quale un tempo la separava un portico a tre archi, detto dei Pellegrini. Venne riedificata nell'anno 1256 (464). Sotto il portico laterale, forse risalente al secolo XV, si apriva un ingresso secondario. II campaniletto, documentato dall'anno 1696, poggia su di una muraglia del presbiterio, e contiene due campanelle (465). L'interno era illuminato da due finestre e il soffitto a travi (466).
    Di piccole dimensioni (quattordici metri e quaranta di lunghezza per cinque e settantasei di larghezza) (467), venne un po' ampliata e rinnovata dal rettore Giovanni Maria Mari (1736-1772) nell'anno 1752 (468). II portico venne chiuso ed il tetto elevato (469). A quell' epoca risale la sobria facciata, con doppie lesene laterali, porta architravata e finestrone ad arco ribassato, timpano a cornici spezzate. Non conosciamo il nome del direttore della fabbrica, forse qualcuno dei noti costruttori del tempo, Pietro Tomba († - 1763), Giovanni Battista Boschi (1702-1781), o Raffaele Campidori (1691-1754). L'altare maggiore poggiava sul muro di fondo (470).
(continua)


San Lorenzo.

Il più grande ritrattista della pittura russa della fine dell'Ottocento

COMPAGNI DI SCUOLA AL TEMPO DI NAPOLEONE I
(In memoria di Ilaria Dalmonte, 1979-2019, educatrice e psicoterapeuta)

Giuseppe Dalmonte
 
    Quando Napoleone venne a Bologna nel giugno 1805, si pensò di rendergli omaggio anche a Faenza e di onorarlo con un monumento altrettanto degno della sua fama.
Nel Consiglio Comunale si discussero varie proposte che vennero esaminate e vagliate attentamente, ma poi gradualmente accantonate; alla fine solo l’Amministrazione dipartimentale del Rubicone, augurandosi una visita imperiale anche in Romagna, deliberò di innalzare un nuovo Arco Trionfale con quadriga, aquile, statue, colonne e capitelli, che imitava – secondo il cronista Saverio Tomba - ‹‹quello che di sasso doveva esservi, e ne copriva la malconcia e abbandonata riedificazione››, riferendosi al secondo arco faentino rimasto incompiuto fuori Porta Imolese.
(continua)
 

Prospetto della Piazza Maggiore di Giuseppe Pistocchi, 1763.

Una masnada di una ventina di delinquenti che seminò il terrore in Romagna

GIUSEPPE AFFLITTI, L'ULTIMO
LUOGOTENENTE DEL PASSATORE

  Giuseppe Dalmonte

    Quando si sente parlare di briganti romagnoli il pensiero corre immediatamente alle numerose imprese di Stefano Pelloni, che a partire dal 1847 con una nutrita e variegata schiera di malviventi seminò il terrore nelle legazioni romagnole e nei territori limitrofi tanto da far lievitare fino a 3000 scudi la taglia posta dal governo pontificio sul Passatore che verrà catturato e ucciso nei pressi di Russi il 23 marzo 1851.
‹‹Dell’orda di scellerati che incetta e spinge al delitto il contumace Stefano Pelloni, detto il Passatore››, fecero parte il birocciaio di Toscanella Francesco Babini, detto il sanguinario Mattiazza per la ferocia senza limiti rivelata in alcune azioni, Giuseppe Tasselli, detto Giazzolo, il fedele compagno fino alla morte del capo; i tre delatori che ebbero la pena capitale commutata in vari anni di galera per aver contribuito con le loro confessioni a smantellare la banda: Giacomo Emaldi detto Lamelda di Fusignano, Antonio Farina soprannominato Dumandone, e il forlivese Gaetano Morgagni detto Fagotto; lo stesso Teggione ovvero Tomaso Montini, arrestato cominciò a confessare ma riuscì solo a ritardare la fucilazione. (continua)


I componenti della banda del Lazzarino dopo la morte del Passatore.
 Innocenzio Fiorentini (il Passanti) Valentino Bignani (il Canino), Enrico Casadio (il Passottino), Giuseppe Afflitti (il Lazzarino) e Antonio Tampieri (il Paccalite).



La "Madonna del Roseto" splendida rappresentazione di dolore e sofferenza ma anche di fede nella divina provvidenza

L'OSPEDALE CIVILE E LA MADONNA DEL ROSETO
DI PIETRO MELANDRI

Roberto Marocci


    A metà del Settecento esistevano a Faenza due strutture nosocomiali, l’Ospedale di Sant’Antonio Abate e quello di San Nevolone, entrambi oramai inadeguati e strutturalmente carenti. Le autorità cittadine decisero di edificare un nuovo e moderno ospedale che potesse sostituire i due preesistenti. Il promotore dell’iniziativa fu il Vescovo Antonio Cantoni (1709-1781). Di nobile e facoltosa famiglia, egli fu mecenate, filantropo ed uomo di grande sensibilità verso tutti i problemi assistenziali, sia di carattere sanitario che sussistenziale, riguardanti i bisognosi, nel solco tracciato da San Carlo Borromeo. La diretta e personale protezione di Papa Benedetto XIV gli consentì di ottenere, nel 1748, il permesso di abbattere la Rocca Pontificia, oramai in disuso e diroccata, onde poter costruire sul medesimo sito il tanto necessario nuovo ospedale. Per i dissidi sorti tra il Vescovo e la Municipalità in merito ad amministrazione e gestione della erigenda struttura, entrambe destinate all’Ordine di San Giovanni di Dio (i “Fatebenefratelli”), la costruzione dell’ospedale venne iniziata solo nel Giugno 1753, dopo che nei tre mesi precedenti fu abbattuta la Rocca. Il nuovo nosocomio controllato dai “Fatebenefratelli” entrò in funzione nell’Estate del 1762 col trasferimento degli ammalati dai due ospedali soppressi, mentre l’annessa chiesa di San Giovanni di Dio venne inaugurata l’anno dopo.  (continua)

Madonna del Roseto. Pannello a mosaico.
Firmato Pietro Melandri, 1928-29.
Cm. 319x305.
Ospedale Civile Faenza.


Una chiara volontà politica di identificare, nella ricostruzione della torre, la rinascita dell'intera società faentina

LA RICOSTRUZIONE DELLA TORRE CIVICA

Vittorio Maggi - Ennio Nonni

    II 17 novembre del 1944, alle ore 17, i tedeschi in fuga fecero saltare con esplosivo la Torre Civica di Faenza, costruita nel 1606 su disegno dell'arch. Luigi Godardi e coordinata dal capomastro Matteo Morini. La città rimase orfana del suo simbolo, ma a differenza di quanto avvenuto nei paesi vicini, senza il minimo ripensamento, si decise di ricostruirla, prima di ogni altra opera, magari più utile. Per raggiungere efficacemente l'obiettivo, fu anche proposto di applicare una imposta locale per contribuire alla sua ricostruzione. II progetto venne affidato nell'ottobre 1945 a tre professionisti romani: l'ingegner Mario Pinchera e gli architetti Vincenzo Fasolo e Domenico Sandri, mentre, in qualità di collaboratore venne indicato il faentino Roberto Sella, noto per avere affrescato negli anni Trenta il salone aperto al pubblico dell'attuale Banca di Romagna. Il problema della ricostruzione emerse in tutta la sua complessità, in quanto la torre era stata polverizzata e i resti del basamento erano scarsi. II quesito era se ricostruire con forme artistiche fedeli all'originale, oppure con disegno moderno, quale testimonianza del nuovo tempo.
La teoria del restauro ammetteva, sulla base di riproduzioni sicure, il completamento di edifici distrutti; questo non era però il caso della torre, che era stata nella sostanza cancellata, e, quindi emersero incertezze sulle dimensioni generali e sui dettagli: solo fotografie d'insieme della piazza costituivano il documento principale per la ricostruzione.
(continua)                  

L'immagine della Torre Civica prima della guerra
 inglobata nell'isolato del palazzo del Podestà.


Quando Faenza primeggiava fra le città romagnole con le imprese della manifattura ceramica e dell'ebanisteria

LA SITUAZIONE POLITICA A FAENZA NEL 1860

Nino Drei

     Faenza entra a far parte dapprima del Regno di Sardegna ed immediatamente dopo del Regno d'Italia con grandi entusiasmi popolari. Sono stati tanti i faentini che hanno cospirato e combattuto per l'Unita d'Italia, qualche migliaio. Uno dei rappresentanti eletti nel 1859 all'Assemblea delle Romagne Achille Laderchi ha anche fatto parte della delegazione che ha portato a Vittorio Emanuele II a Monza la richiesta della Romagna di far parte del nuovo Regno. Anche non pochi sacerdoti hanno partecipato alle cospirazioni nonostante la rigida posizione temporalistica del vescovo Folicaldi tanto che la celebrazione del il 13 giugno 1860 della annessione della Romagna al Regno di Sardegna viene conclusa con una messa solenne in Duomo: l'anno successivo la festa dello Statuto è solennizzato in piazza con un Tedeun celebrato da nove sacerdoti il canonico Girolamo Antonio Tassinari, don Gian Marcello Valgimigli, don Vincenzo Ercolani, don Matteo Donati, don Salvatore Boschi, don Luigi Bolognini, don Andrea Quarneti, don Luigi Violani, don Filippo Lanzoni, che saranno poi sospesi a divinis dal vescovo. (continua)


La piazza di Faenza in un giorno di festa, alla fine dell'ottocento.


La prima espansione della città fuori dalle mura

SOBBORGO MARINI

 
Stefano Saviotti

 Per oltre due secoli, l’espansione urbana di Faenza rimase all’interno delle Mura manfrediane. Solo nel Settecento, fuori dalle Porte iniziarono ad essere costruite alcune case e botteghe: tali nuclei esterni furono detti sobborghi. Il primo a sorgere, e anche il più consistente, fu sobborgo Marini. Nel 1719, il fornaciaio Nicola Marini acquistò dal conte Domenico Mazzolani un terreno appena fuori Porta Ravegnana, sul lato destro uscendo dalla città, cui se ne aggiunse un altro pochi anni dopo (rogiti not. Vincenzo Bucci del 26 gennaio 1719 e 28 luglio 1727). Quasi all’angolo fra gli attuali corso Garibaldi e viale delle Ceramiche, Marini edificò una casa porticata con alcune botteghe artigianali, mentre su altra parte del terreno realizzò la cava d’argilla per la sua fornace: molto probabilmente, la casa fu costruita proprio impiegando i mattoni fabbricati sul posto.
(continua)


Porta Ravegnana, con le "Gabbie dei Canarini".

Partivano da Ravenna 135 anni fa per un'impresa titanica: la bonifica dell'Agro Romano

L'EPOPEA DEGLI SCARIOLANTI

Angelo Emiliani

     Quasi centotrentacinque anni fa, il 24 novembre 1884, i primi braccianti partivano per andare a bonificare l’Agro Pontino. Erano 462 fra uomini e donne, furono definiti “i socialisti della repubblica di Utopia”. A salutare il convoglio alla stazione di Ravenna c’era un tripudio di bandiere e di autorità. C’era anche Andrea Costa, imolese, primo deputato socialista. In una decina d’anni i braccianti della “bassa” erano passati da poco più di 500 ai quasi diecimila registrati nel Censimento del 1881. Due anni dopo avevano costituito l’Associazione degli operai braccianti sotto la guida di Armando Armuzzi, nato a Corfù 31 anni prima e figlio di un emigrato politico, e di Nullo Baldini, un ventunenne cresciuto in una famiglia garibaldina.
“Noi qui siamo troppi - affermò Armuzzi nel corso di un’assemblea al Teatro Mariani il 16 marzo 1884  - bisogna che una parte di noi si allontani per lavorare. Emigrando è meglio scegliere i lavori più importanti e che durano maggiormente. Uno di questi sarebbe l’Agro Romano. Se c’è lavoro in una provincia più vicina non dobbiamo e non possiamo far la concorrenza ai braccianti di quella zona”. Dello stesso parere era Baldini: “Meglio è che i braccianti riservino la loro vigoria alla redenzione del loro Paese, piuttosto che andare in Paesi stranieri, lontani, in balia di speculatori, senza alcuna difesa”.   (continua)


La casa donata da Umberto I nel 1895.

Cerimonie in memoria di Giuliano Bettoli

IL PARCO DELLA COMMENDA DEDICATO A GIULIANO BETTOLI

Mario Gurioli

   
Questa fotografia fu scattata da Raffaele Tassinari il 23 marzo del 2012 in un’occasione del tutto particolare di cui Giuliano scrisse in un articolo per il Piccolo del 6 aprile 2012. Sono passati sette anni e di acqua sotto ai ponti di Faenza, e non solo, ne è passata di quella poca, specie con la grossa fiumana delle settimane scorse; ci starei a scommettere l’osso del collo che i più di voi, anche se abbonati a il Piccolo da sempre, se lo sono scordato il perché di quella foto, ma se ci avete uno squizzo di pazienza ve la do io una mano a togliervi al tlarâgn dai cantoni della memoria.
È una delle tante che Tassinari scattò durante la cerimonia, fortemente voluta da Giuliano, per rendere finalmente ufficiale l’ormai consolidata pace fra la gente del suo Borgo e quella che sta di là dal fiume. Faentini e borghigiani, per saecula saeculorum, sono stati curz (nel nostro dialetto vuol dire ‘instizì che più di così proprio non si può’) e delle botte se ne sono date, mo dite pur che se ne sono date! Nonostante i tentativi fatti in varie epoche da chi li governava, compresi i famosi matrimôni de stradõ, non si era mai arrivati a un trattato di pace
definitivo. Giuliano ci riuscì superando le tante difficoltà diplomatiche e burocratico-logistiche che si incontrano per arrivare alla stesura e firma di ogni trattato di pace che si rispetti.
La meno fu convincere la controparte, rappresentata dal nostro sindaco Giovanni Malpezzi: la stima e la fiducia reciproca, e di vecchia data, li mise subito in sintonia.
(continua)



Giuliano Bettoli.

INAUGURATA UNA TARGA
NEL PARCO DELLA COMMENDA

A GIULIANO BETTOLI

Samuele Marchi


Nessuna celebrazione pomposa che non avrebbe tra l’altro gradito, ma un sincero abbraccio da parte ditanti familiari, amici e conoscenti: sabato 1 giugno, al parco della Magione del Borgo Durbecco, in piazza Fra Sabba, si è svolta la cerimonia ufficiale di intitolazione del parco a Giuliano Bettoli (5 febbraio 1931 – 3 giugno 2017). A due anni dalla sua scomparsa, Faenza ha
così ricordato con affetto Giuliano, un personaggio straordinario della cultura romagnola, la cui memoria continuerà a essere viva nei cuori di tutti, come ha dimostrato la passione dei vari interventi a cui hanno assistito centinaia di persone.
(continua)


Targa di intitolazione del Parco
della Magione (Commenda) a Giuliano Bettoli.

Alla Commenda fra Sabba dedicò un vero programma di vita, espressione della sua personalità, della sua cultura e fede

FRA SABBA, MA CHI È COSTUI?

Santa Cortesi

 Nacque a Milano da Giovanni della nobile famiglia Castiglione al cui ramo mantovano appartenne il più noto Baldassare (1478-1529), autore de Il Cortegiano, il 5 dicembre, festa di S. Sabba abate, con tutta probabilità nel 1480. Il padre Giovanni era Patrizio e Senatore milanese, la madre Livia Alberici, dama pavese. Intraprese a Pavia studi di diritto che non concluse, mentre coltivò l'amore per la cultura umanistica e per l'arte. Il 5 agosto 1505 entrò nell'Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani di San Giovanni Battista, vestendo l'abito a Rodi, avamposto dell'Ordine contro la pressione turca, e vi rimase sino al 1508, entusiasta estimatore e ricercatore di reperti archeologici che inviò a Isabella d'Este, duchessa di Mantova, sposa di Francesco Gonzaga. Gli impegni militari e la conseguente impossibilità di dedicarsi agli amati studi lo indussero a cercare una diversa collocazione e ottenne di trasferirsi a Roma presso il Procuratore Generale dell'Ordine Fabrizio Del Carretto, e per i successivi sette anni sperimentò la complessità della vita della corte-curia romana e dei rapporti diplomatici. L'8 gennaio 1515 venne chiamato alla Commenda nel Borgo Durbecco di Faenza, per scelta e volontà del confratello e amico Giulio de' Medici, eletto cardinale, che diverrà papa Clemente VII. Prima di stabilirvisi sarebbe tornato a Rodi, chiamato da Del Carretto, a partecipare alla difesa dell'isola dall'espansionismo turco in ripresa. (continua)


Ritratto di fra Sabba da Castiglione
dal frontespizio della terza
 edizione dei Ricordi (1554)
.

Ci sono anche Oriolo e Riolo tra quelli restaurati; Ceparano, Modigliana e Rontana tra quelli ridotti a rudere

DA BAGNARA A BRISIGHELLA, I CASTELLI PIÙ BELLI

Sandro Bassi

Quello dei castelli rappresenta per molti versi un «problema» nel gran mondo delle risorse tuiristico-paesaggistiche locali. Da un lato l'incuria, in molti casi destinata ad aggravarsi per l'attuale mancanza di fondi, dall'altro spesso una banalizzazione. perché non si capisce come mai un castello per attirare visitatori abbia bisogno di pozzi a rasoio (mai esistiti: per eliminare nemici c'erano sistemi assai più semplici), leggende a tinte fosche con congiure e ammazzamenti (questi si, esistiti anche se in misura minore di quanto si voglia dato che di norma i castelli funzionavano come presidi del territorio, ne più ne meno di un'attuale caserma dei Carabinieri), fantasmi in catene e sale di tortura possibilmente ancora arredate con tutto il macchinario d'epoca. (continua)


Tommaso Dalpozzo, il castello di Bagnara..


Archeologi dell'Università di Bologna hanno indagato sugli insediamenti fortificati in prossimità della Torre di Ceparano

CEPARANO: MITO, STORIA E REALTÀ

 Michele Orlando

Le attenzioni degli archeologi  sui castelli alto medievali della Romagna appenninica sollecitano una riflessione storica intorno a scavi, ricognizionl di superficie e analisi di archeologia dell'architettura. II team di studiosi del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Bologna (sede di Ravenna), guidato dal prof. Enrico Cirelli, ha condotto una delicata indagine sugli insediamenti fortificati di area appenninica, in prossimità dei resti della'Torre di Ceparano, che troneggia in parte sbriciolata sulla valle del Marzeno. (continua)


Tommaso Dalpozzo, la torre di Ceparano.

Le origini del castello di Solarolo baluardo difensivo Manfrediano

ALLE ORIGINI DI UN CASTELLO MANFREDIANO:
LE STRUTTURE DIFENSIVE TRECENTESCHE DI SOLAROLO

Lucio Donati

  Ripetutamente conteso da Imola e Faenza, il Castello di Solarolo risulta occupato e distrutto nel 1138 dai Faentini, i quali poi lo ripristinarono nel 1217; indizi toponomastici e tradizione storica locale ci inducono ad ubicare nei pressi dell’odierno "Borgo Bennoli" un primitivo insediamento fortificato, ricordato in seguito come Castellaccio (1). Dopo  tali sporadiche attestazioni,  una nota  risalente  al  18 settembre  1341  ci informa sui fortilitia castri  eiusdem  de  novo constructu (2): è indubbio che  qui  si fa riferimento al centro storico attuale, ma probabilmente con dimensioni ridotte, dal momento che entro il castello dovrà essere traslata la chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta, nel sito dove ancora oggi insiste.
Si e inoltre portati a intendere quel "de novo" nel senso di allestimento "ex novo", piuttosto che a ripristino di strutture esistenti; dalla stessa conformazione urbana e dai nomi antichi delle strade si e già considerato Solarolo quale centro di fondazione pianificata, insistente su incrocio centuriale romano per il quale è comunque evidente correzione di asse nei rispettivi cardine e decumano (3). (continua)

Romolo Liverani, il castello di Solarolo.

Lughese di nascita ma faentino di adozione progetta e costruisce a Cesenatico nel 1958 il grattacielo più alto del mondo

IL GRATTACIELO DI EUGENIO BERARDI: SOGNARE IL CIELO

Ennio Nonni

    Come e stato possibile? All'inizio degli anni '50 un giovane ingegnere romagnolo, Eugenio Berardi (1921-1977), appena trentenne, irrompe nella riviera romagnola, prima a Milano Marittima poi a Cesenatico. È originario della bassa romagna; nasce l'8 luglio 1921 da una famiglia di agricoltori di via Cocorre 2 di Lugo e muore prematuramente a soli 56 anni il 15 luglio 1977. Di una famiglia semplice, dopo aver combattuto nella seconda guerra mondiale, per cui riceverà una croce al merito di guerra nel 1962, si laurea in ingegneria a Bologna nel 1949 e I'anno successive si iscrive all'albo e inizia la professione. Apre il primo studio a Lugo, nel Pavaglione; all'inizio dell'attività realizza molte case unifamigliari in diversi comuni della romagna, poi, nel 1954 dopo il matrimonio con la prof. Marinella Ragazzini di Faenza (figlia di Vittorio Ragazzini, insigne latinista e Preside del liceo classico faentino dal 1939 al 1958), si trasferisce nella città Manfreda e imprime alla professione e al suo studio una dimensione imprenditoriale. L'ingegnere Berardi ha un carattere esuberante, volitivo, teso sempre a percorrere strade nuove, è affascinato dalle grandi imprese. II soprannome "teremot" non era certo casuale. È evidente che in questo lembo di Romagna le occasioni di lavoro erano moltissime per il giovane ingegnere, ma riguardavano case, condomini, edifici produttivi, magazzini: decisamente opere non all'altezza per una mente che correva verso ben altri orizzonti. L'assillo di lasciare impronte durature lo portò ad affrontare direttamente il problema: fondò in questi primi anni '50, a Faenza, la Società Immobiliare Marinella (dal nome della moglie), la S.I.M. Che doveva lanciarsi in imprese economiche alle quali nessuno aveva ancora pensato, all'insegna della innovazione e della grandiosità. (continua)


Cesenatico il grattacielo.

La terra posta «tra il Po, il monte, la marina e il Reno» così definisce Dante la Romagna

ROMAGNA: NOME E CONFINI

Gilberto Casadio


    Sono quasi vent'anni che questa pagina dedicata alla Romagna tiene compagnia ai nostri lettori che non hanno mancato in più occasioni di manifestarci i loro commenti i loro apprezzamenti, le loro critiche.(¹) A distanza di tanto tempo ci sembra opportuno ritornare proprio sul nome 'Romagna', che sta in cima al titolo di questa pagina, perché non siamo certi che questo nome venga sempre correttamente inteso da tutti nel suo vero significato etimologico e storico-geografico. Innanzi tutto bisogna dire che la Romagna è una cosiddetta regione storica, vale a dire che - pur essendo abbastanza ben distinta dai territori a lei confinanti per ragioni storiche, geografiche, culturali, linguistiche (il dialetto) ecc. - non ha una sua autonomia amministrativa nell'ambito dell'ordinamento regionale italiano. I confini che delimitano la Romagna non si sovrappongono dunque, se non causualmente e per pochi tratti, a confini amministrativi di regione o provincia. (continua)


La cartina geografica che apre il volume di Emilio Rosetti "La Romagna" pubblicato a Milano nel 1894.
La linea rossa indica il confine della Romagna storica.


Al comando del suo squadrone di cavalleria cade in battaglia presso Càssala in Sudan

FRANCESCO CARCHIDIO L'EROE DI CÀSSALA

Salvatore Banzola



    "Carneade! Chi era costui?" era la domanda che ruminava tra se Don Abbondio, seduto sul suo seggiolone (inizio del cap. VIII del Promessi Sposi). [Glielo dico io chi era: un filosofo greco di Cirene, (214-129 a.C.), uno del maggiori filosofi del suo tempo, nda].
La stessa domanda "Carchidio! Chi era costui?", se la potrebbero porre in tanti, specie i giovani, perché sono sicuro che tanti faentini non sappiano chi egli fosse, tranne forse accostare genericamente il suo nome alle Scuole Elementari del Borgo, a Faenza, Via Forlivese, 7: esse sono, infatti, intestate al Capitano Francesco Carchidio dei Conti Malavolti. Fra poco ve Io dirò, e vi spiegherò per filo e per segno chi era costui, cosa ha fatto, e perché gli hanno fatto, a Faenza, un monumento davanti ad una Scuola a lui intestata (c'e anche la strada che la costeggia che porta il suo nome). Per una breve cronologia della vita di Francesco Carchidio dei Conti Malavolti, mi aiuta un opuscoletto Ricordo dell'inaugurazione del busto in bronzo della Medaglia d'Oro Cap. Francesco Carchidio dei Conti Malavolti, Faenza 1938, XVI, Stab. Grafico F. Lega.
(continua)


La morte del Capitano Carchidio
 tratta dalla "Tribuna" del 29 luglio 1894.


Costruito a tempo di record da una compagnia di genieri palestinesi, formata da volontari ebrei

IL «PONTE NUOVO» RICOSTRUITO IN TRE MESI

Enzo Casadio - Massimo Valli

    Il passaggio del fronte nella nostra città, oltre alle vittime, ha provocato anche la distruzione di numerosi edifici ed infrastrutture. In particolare sono stati abbattuti i ponti sul Lamone, le porte, ad eccezione di quella delle Chiavi, la torre civica ed alcuni campanili, tra i quali quello della chiesa dei Servi, che non è più stato ricostruito.
A parziale compensazione di tutte queste distruzioni, si può considerare la ricostruzione del Ponte Nuovo sull'attuale via Fratelli Rosselli che avvenne nei primi mesi del 1945, per agevolare il transito della grande quantità di mezzi e materiale di cui l'esercito alleato disponeva e che dovevano essere impiegati nell'offensiva del 10 aprile. Il Ponte Nuovo è sicuramente la prima opera pubblica ricostruita dopo la fine dei combattimenti a Faenza.
Il ponte fu costruito a tempo di record vicino a quello preesistente da una compagnia di genieri palestinesi, che per il loro impegno ottennero il permesso di porre sull'arcata centrale del ponte una lapide con la Stella di Davide ed il numero del loro reparto. Dopo 50 anni il ponte continua ad esercitare la propria funzione e la lapide e ancora ben visibile al suo posto.Per chiarire il mistero della lapide con la Stella di Davide e del numero che vi compare, alcuni anni fa abbiamo contattato l'associazione dei veterani di Israele a Tel Aviv per chiedere chiarimenti.
(continua)


Lavori di sistemazione per le fondamenta di una spalla del ponte.


Ricostruita la storia di due ritratti in scagliola raffiguranti Olimpia Milzetti

LE DUE OLIMPIE

Marcella Vitali

Qualche anno fa Banca di Romagna acquistò un busto in scagliola con alla base I'iscrizione incompleta OLIMPIA MILZETTI Fos. È il ritratto di una giovane fanciulla con acconciatura alla moda negli anni '20-'30 dell'Ottocento, con parte del capelli divisi, parte raccolti sul capo e due lunghi riccioli che scendono lungo il collo; pochi i dettagli, nessun accenno di abito, nessun gioiello, a ribadire I'ascendenza classica del busto che eleva la figura ritratta ad una dimensione volutamente aulica.
L'iscrizione mette in qualche modo in relazione la fanciulla con la famiglia dei conti Milzetti, proprietari del ben noto palazzo di via Tonducci, tuttavia nell'albero genealogico Milzetti non ricorre mai il nome Olimpia, inoltre le tre lettere FOS dell'iscrizione incompleta lasciano capire che la fanciulla non era una Milzetti ma aveva sposato un Milzetti.
L'identità della fanciulla viene svelata dalla lapide funeraria nella parete destra della Cappella Milzetti, la seconda a sinistra nella chiesa di Santa Maria dell'Angelo; sotto il medaglione circolare col ritratto femminile di profilo I'iscrizione recita: "Ad Olimpia di Giuseppe Foschini / morta d'anni 19 il 1833 / qui con Adelaide sua / di un anno appena / in Cristo congiunta / fece Paolo Antonio Milzetti / sposo ahi per soli 28 [m]es[i]! (continua)

Olimpia Milzetti.

Storia di un libro della Biblioteca Manfrediana diventato protagonista di un film

UNA QUESTIONE DI ORGOGLIO

Giorgio Bassi

     "Una questione privata" viene pubblicato per la prima volta alla fine dell'aprile 1963, due mesi dopo la morte dell'autore Beppe Fenoglio, dall'editore Garzanti. Il volume, dal titolo Un giorno di fuoco, contiene sei racconti che erano stati selezionati dall'autore e, appunto, Una questione privata, trovata da Lorenzo Mondo fra le carte dello scrittore e aggiunta in extremis. Fenoglio, stando ad una serie di lettere con le case editrici Garzanti e Einaudi con le quali era in trattative (non senza una querelle piuttosto accesa per la questione dei diritti), lavorava al romanzo già dal 1960 rielaborandolo in tre versioni successive. Sono sopravvissuti i dattiloscritti della prima e seconda stesura, mentre è andato perduto quella della terza, su cui si basa l'edizione garzantina. Alla sua uscita il libro ebbe accoglienze contrastanti. È stato Italo Calvino, nella prefazione all'edizione del 1964 de Il sentiero dei nidi di ragno, a riconoscere in maniera inconfutabile il valore:
 "E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevano sognato, quando nessuno più se l'aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo (Una questione privata), e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant'anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c'è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta". (continua)

"Wuthering Heights"
(Cime tempestose)
di Emily Brontë.


Ospiti illustri a Faenza, gente che cambiò il mondo, non andarono in albergo ma furono accolti presso nobili dimore locali

È ARRIVATO NAPOLEONE, PRONTA LA STANZA A PALAZZO

Annalisa Reggi

   Legato al concetto di viaggio c'è sempre stato quello di «ospitalità». Nel Medioevo esistevano appunto gli «hospitalia», rifugi per pellegrini che potevano essere o autonomi oppure annessi a monasteri, pievi, cattedrali. Acqua, un giaciglio, a volte il vitto era quello che si trovava, gratis per i poveri, contando sul loro buon cuore per i più abbienti. Quanto a Faenza, ad esempio, come sottolinea Veniero Casadio Strozzi in «Guida alla Faenza insolita, storica, leggendaria» (Stampa Offset Ragazzini & C., Faenza, 2000), «i primi ospedali, in realtà malsani e scarsamente recettivi, furono unificati, con le bolle di Martino V e Eugenio IV (siamo nella prima meta del XV secolo, ndr.) in un ospedale intitolato a S.Maria della Misericordia, poi detto anche di San Nevolone, nel vicolo omonimo, per la probabile vicinanza del luogo in cui visse e operò il beato». Ma, via via che al traffico di uomini si accompagnava sempre più spesso anche quello delle merci, inevitabilmente l'ospitalità a pagamento, già molto diffusa al tempo dei Romani del resto, cominciò a crescere. Locande, alberghi, osterie, taverne, stazioni di posta, per i viaggiatori «comuni» le possibilità si diffusero sempre più. Ma per i viaggiatori d'alto rango il trattamento era diverso.
L'accoglienza agli uomini (e alle donne) illustri veniva spesso assicurata presso residenze signorili private, di conoscenti o raccomandati. Abitudine cui nemmeno Faenza si sottrasse. Anche in caso di permanenze molto brevi. Passaggi, appunto.
(continua)

Bonaparte durante la prima
"Campagna d'Italia"
di Edouard Detaille.


La Scuola di Pratica Agricola viene inaugurata nel Maggio del 1912

COME NACQUE L'ISTITUTO PROFESSIONALE
PER L'AGRICOLTURA DI PERSOLINO


Luigi Solaroli


 Il 25 maggio del 1884 venne inaugurato sul colle di Persolino la Scuola di Pratica Agricola, fondata dal botanico Lodovico Caldesi. Chi era Lodovico Caldesi? Nacque a Faenza il 19 settembre del 1821 e, con i cugini Vincenzo e Leonida, fu uno dei maggiori protagonisti del Risorgimento faentino. Dopo l’Unità, nelle elezioni politiche del 1865, Lodovico Caldesi fu eletto deputato del Regno d'Italia. Nonostante l’impegno politico non abbandonò la passione per la botanica frequentando la scuola di Filippo Parlatore prima e di Giuseppe De Notaris poi. Donò il suo Erbario all'Orto botanico dell'Università di Bologna che tuttora lo conserva, mentre presso la nostra Biblioteca Manfrediana, ha in dotazione oltre 1.400 volumi di botanica e scienze naturali, formando il fondo a lui intitolato. Nel 1870, dopo il matrimonio con la contessa Francesca Diotallevi, rallenta sempre più l’impegno politico per dedicarsi allo studio della botanica e alla famiglia. (continua)

Colle del Persolino, scuola F.C. Caldesi.
(Tempera acquarellata di T. Fogli)

 
LE NOVITÀ SULLA STORIA DI FAENZA IN LIBRERIA
  
Stampatori, librai e cartari a Faenza dal XV al XVIII secolo  

CON OGNI DILIGENZA CORRETTO E STAMPATO

Un viaggio attraverso le storie di vita quotidiana di artigiani che alla loro arte hanno dedicato la vita intera, la cui sapienza si è trasmessa fino ai giorni nostri. Un racconto appassionante e comprensibile, perché la storia vista dal basso è la storia più bella. Se Faenza giunse ad essere considerata l’Atene della Romagna lo dobbiamo anche alle persone che tornano a vivere in queste pagine, alla loro dedizione, ai loro successi ma anche ai loro fallimenti, alle loro continue
preoccupazioni, spesso al loro coraggio e alla capacità di interpretare l’arte che sovvertì il modo di acquisire e diffondere conoscenze. Un’arte che mutò in maniera irreversibile le sorti dell’Umanità. L’arte della stampa.


 A partire dal XV secolo, un gran numero di stampatori, librai e cartari scelse Faenza, piccola città di una provincia periferica dello Stato Pontificio, per impiantare torchi, aprire botteghe e costruire mulini da carta. Punto di riferimento per letterati, cantastorie, astrologi, teologi, medici e filosofi ma al tempo stesso risorsa primaria di una comunità che fin dagli albori riconobbe le grandi potenzialità che la stampa avrebbe potuto esprimere, le botteghe fornirono un contributo di notevole rilievo allo sviluppo culturale della città nel corso dei secoli.
Frutto di una lunga e approfondita ricerca in archivi storici e in biblioteche italiane ed estere, queste
pagine ospitano la narrazione della dedizione dei protagonisti alla loro arte, le vicende che li videro
coinvolti, i loro successi e i loro fallimenti, in un arco di tempo compreso tra il 1476 e la metà del XVIII secolo. Il gemito dei torchi, il sommesso mormorio dei librai tra scaffali di volumi appena stampati, il frastuono delle pile al lavoro nella cartiera accompagnano il lettore alla scoperta di un mondo affascinante, quello dell’ars artificialiter scribendi, una delle più straordinarie invenzioni dell’intera storia del genere umano.
Paolo Campana, nato a Bologna nel 1965, vive a Faenza dal 1971. Cresciuto professionalmente sulle orme del padre “linotipista errante”, da trentacinque anni svolge la sua attività nel mondo della stampa. Cultore di storia e archeologia locale, ha curato personalmente la trascrizione di un antico manoscritto di cronache camaldolesi dalla quale, in seguito, ha tratto il volume L’antica abbazia dei santi Ippolito e Lorenzo in Faenza (Tip. Faentina Editrice, Faenza). È autore della guida turistica Pirenei (Calderini, Bologna) e coautore di Zavagliando (Bottega Bertaccini, Faenza), vocabolario di parole di uso corrente derivate dall’italianizzazione di termini dialettali faentini.


La  copertina del libro.

Giovanni Bertoni è stato il protagonista di una vita avventurosa oltre ogni immaginazione

GIOVANNI BERTONI
UN ROMAGNOLO NEL KGB

Giovanni Bertoni è il protagonista di una vita avventurosa oltre ogni immaginazione. Faentino, figlio di un barrocciaio, aderisce giovanissimo al PCd'I e subisce umiliazioni e sevizie negli anni in cui il fascismo si impone con la violenza. Si vendica uccidendo due squadristi, espatria in Unione Sovietica e a Mosca è ammesso a studi di formazione politica. In seguito ricopre incarichi di crescente responsabilità fra gli emigrati politici, nel Comintern e infine nei Servizi segreti. È "interprete" del generate Nobile, e in Spagna negli anni della guerra civile, e nella redazione di Radio Milano Libertà al fianco di Togliatti. Poi il lancio col paracadute sulla Jugoslavia, il rientro in Italia sotto falso nome e l'attività di agente segreto in un posto chiave: il Ministero degli Esteri a Roma. Scoperto, torna a Mosca dove il "Centro" lo assegna a una nuova e più difficile missione in Guatemala. Poco dopo è in Uruguay con la seconda moglie, la spagnola Africa de las Heras, dove è a capo della rete spionistica del Kgb del continente latinoamericano. Personaggio dalle tante identità, poliglotta, scaltro, saldo nelle sue convinzioni politiche, Giovanni Bertoni è passato indenne attraverso prove durissime. II libro ne racconta la vita straordinaria, collocando gli avvenimenti nel loro contesto storico, sulla base di una rigorosa ricerca che ha potuto avvalersi di preziosi contributi inediti.

Notizie correlate nel sito:
Da Faenza a Mosca l'avventurosa vita di Giovanni Bertoni
Africa de las Heras moglie di Giovanni Bertoni alias Valentino Marchetti...
Per chi vuole approfondire l'argomento:
Angelo Emiliani, "Tutta la vera storia di Giovanni Bertoni. Un faentino nel Kgb", in 2001 Romagna, n° 140, giugno 2013.


La  copertina del libro.

Riflessioni sulla conquista coloniale in Africa intrecciate dal dibattito faentino sull'impresa

FAENZA E L'OLTREMARE

Storia e dibattito sulle guerre coloniali


Faenza e l’Oltremare è quasi un secondo capitolo di Faenza Coloniale. Se infatti il testo uscito nel 2018 si chiudeva con i trattati di Addis Abeba del 1896, lasciava ancora aperti molti interrogativi: che ne è stato della spinta coloniale italiana? Quali i protagonisti?
A questi e ad altri quesiti vuole dare risposta Faenza e l’Oltremare. Nel testo, introdotto dall’assessore alla cultura e vicesindaco di Faenza Massimo Isola, il primo capitolo, a cura di Alberto Fuschini, racconta tutte le imprese coloniali italiane dalla fine dell’Ottocento al secondo conflitto mondiale. Il punto di partenza è, ovviamente, la partita sospesa in Etiopia, subito però surclassata dalle necessità internazionali: l’Italia corre in aiuto delle potenze europee in Cina. È l’avvio di una nuova stagione, che vede poi colonizzare Libia (negli anni Dieci del Novecento) ed Etiopia (negli anni Trenta). Importanti riflessioni sono dedicate all’incontro con le popolazioni indigene, il primo momento di scambio tra culture.
Il secondo capitolo, curato da Mattia Randi, raccoglie invece le voci del dibattito faentino sulle imprese coloniali. Il nascere soprattutto di testate giornalistiche afferenti ai principali partiti nazionali evidenzia posizioni spesso diverse e che mutano o rimangono fisse nel tempo. Da queste parole è quindi possibile rintracciare le radici culturali di alcune credenze che, ancora oggi, si hanno sia sulle guerre coloniali che sull’alterità del mondo colonizzato. Impreziosiscono il volume le foto, gentilmente concesse dalla Biblioteca Manfrediana, di un importante documento iconografico conservato al Museo del Risorgimento di Faenza: si tratta di fotografie scattate alla fine dell’Ottocento e ritraenti luoghi, oggetti e persone dell’Etiopia e dei paesi limitrofi. Una perla etnografica, riscoperta e valorizzata nell'attuale percorso espositivo.


Notizie correlata:
Faenza coloniale, di Mattia Randi


La copertina del libro.

Faenza nella Romagna laica e giacobina seppe far propri con grande acume gli ideali del neoclassicismo

L'ETÀ NEOCLASSICA A FAENZA - LE VILLE

Franco Bertoni - Marcella Vitali

Il volume fa seguito al precedente "L'ETA' NEOCLASSICA A FAENZA dalla rivoluzione giacobina al periodo napoleonico" e documenta il diffondersi della cultura neoclassica nei dintorni della città con ville che le grandi famiglie e la borghesia più agiata eressero, in fitta successione, nel lungo periodo che va dalla fine del XVIII secolo al 1870. Aspetti culturali, simbolici, anche di impegno civile, e l'affermazione di un prestigio convivono, in queste architetture di campagna, con le più tradizionali funzioni di soggiorno, di riposo e di conduzione di un territorio agricolo. Il protrarsi fino agli anni postunitari di una sensibilità tesa ad affermare il primato dell'antico e di valori, ritenuti eterni, di armonia e di calcolato e misurato equilibrio ha connotate, in maniera diffusa e ancora oggi notabile per quantità e qualità delle realizzazioni, il territorio di una città non a caso definita, almeno per tutto l'Ottocento, l'Atene della Romagna. Un legame perfetto univa queste architetture - da quelle di Giuseppe Pistocchi e di Giovanni Antonio Antolini a quelle di Pietro Tomba e di Antonio Zannoni - con parchi, purtroppo in gran parte perduti, dove un nuovo sentimento della natura mutuato da esempi anglosassoni e dai disegni di Felice Giani, apre progressivamente all'estetica del pittoresco tramandata dalle vedute di Romolo Liverani. Una lunga e significativa vicenda che ha i suoi caratteri precipui nell'intrecciarsi di memoria e carica ideologica, di sensibilità e ragione, di grazia e sublime, di antichità e presente.

La copertina del libro.

La storia della Romagna narrata attraverso gli incastellamenti ove rivivono le ambizioni degli uomini che abitarono quei masti

LA ROMAGNA DEI CASTELLI E DELLE ROCCHE

Un volume di oltre 600 pagine con il censimento
 e la storia dei fortilizi del territorio Romagnolo


 Nella Romagna tra Medievo ed Evo Moderno è ovunque in atto una lotta per la sopravvivenza e per il dominio e ovunque perciò fioriscono strutture di difesa e di offesa. Così avviene lungo l’Appennino, ove rocche e castelli paiono dare nuovo slancio all’aguzzo delle cime, così su meschini rilievi, come a Cesena o a Santarcangelo, oppure nella piena pianura, ove rocche e castelli si acquattano minacciosi a strettissimo contatto con i dominati (a Imola, a Faenza, a Forlì, a Forlimpopoli, a Rimini, a Ravenna, a Lugo…): bastioni potentissimi a garanzia di un potere inestirpabile.
Ricostruendone le vicende, il libro diviene una storia della Romagna sotto la specie degli incastellamenti: passano nelle sue pagine figure memorabili; rivivono le ambizioni degli uomini che abitarono quelle torri e quei masti; si celebra l’eroismo di donne di ardente sorprendente coraggio, protagoniste di una Romagna appassionata e corrusca; si rievocano le sofferenze delle popolazioni, la prepotenza dei signori, le tecniche della guerra, gli afrori delle ambizioni umane, infine gli amori che pure fiorirono in sale costruite per altro che per l’abbandono alle tenerezze dei sentimenti.
Agli autori del libro appunto questo l’Editore ha chiesto: assumere le rocche e i castelli non solo e non tanto per la loro struttura architettonica e per il loro possibile valore turistico, ma soprattutto per quel che significarono nella storia, anche personale, di quanti vi abitarono, per le vicende che determinarono e per il peso che vi ebbero: dunque, una storia di cuori, di menti, di caratteri e di destini prima che di pietre e di forme, così da costruire un libro unico, sia per la vastità della ricerca, sia e in particolare perché storia di donne, di uomini, di città dentro la loro rocca [dalla presentazione di Eraldo Baldini].


La copertina del libro.

Dagli antichi palii medievali alle prime corse al trotto

FESTE GIOSTRE E CORSE AL PALIO IN ROMAGNA

Giuseppe Dalmonte
 
  Con questo studio Dalmonte ha cercato di approfondire la fase declinante, corrispondente ai primi anni del 19esimo secolo, dell’antico Palio di San Pietro che si corre ogni anno in occasione della festa del santo nel mese di giugno.
L’autore ha anche evidenziato sia le radici medievali del Palio di San Pietro proponendo alcuni raffronti con qualche esempio ravennate, forlivese e riminese, sia l’evoluzione in età moderna di questa plurisecolare tradizione equestre.
Allo stesso tempo, il professor Dalmonte ha illustrato la matrice seicentesca della Giostra del Niballo, confrontata con alcuni esempi della medesima epoca di altre città romagnole che contribuiscono a mettere in risalto la particolarità e la spettacolarità dell’odierno Niballo-Palio di Faenza.
Il faentino Giuseppe Dalmonte ha insegnato per 35 anni lettere italiane e storia in istituti d’istruzione superiore delle province di Verona e di Ravenna; all’attività didattica ha affiancato momenti di studio e di ricerca inerenti la storia locale. Tra le sue pubblicazioni va ricordata “Gli antenati illustri del Niballo-Palio di Faenza”, data alle stampe nel 2009.
Il volume “Feste, giostre e corse al palio in Romagna”, realizzato con il contributo della Regione Emilia-Romagna su 150 pagine di pregiata carta patinata dalla Stampa Offset Ragazzini & C di Faenza, sarà in vendita nelle librerie e nelle edicole faentine.

Notizie correlate:
Il crepuscolo ottocentesco del Palio di San Pietro di Giuseppe Dalmonte
La rinascita del Palio moderno di Gabriele Garavini


Copertina del libro.

La Compagnia di San Giovanni decollato o della Morte di Faenza
Miro Gamberini -  Vittorio Maggi
La successione dei parroci nella Diocesi
 Enzo Argnani - Giuseppina Moschini




Copertina.


1637. Disegno a matita. Decapitazione di Giovanni Battista.


I confratelli incappucciati.

Con questo ennesimo quaderno, nato da una ricerca di Miro Gamberini mai terminata, con la collaborazione di Stefano Saviotti, oggi siamo in grado di puntualizzare alcune date storiche importanti relative alla Compagnia di San Giovanni decollato detta della Buona Morte, non ancora conosciute. Dov'era l'oratorio della Compagnia e dove e quando venne realizzata la loro chiesa???
Eravamo a conoscenza che la Compagnia aveva ottemperato ai suoi doveri nelle vicinanze se non addirittura dentro il Palazzo del Podestà e che le prime carceri faentine di cui aveva avuto cura dei detenuti in esse rinchiusi fossero state ai piedi della torre duecentesca fatta demolire perché pericolante nel 1776.
Non era invece ancora noto, in che anno, come e dove avesse potuto trasferire la sua sede, chiesa e oratorio, dopo il trasferimento (1574) delle carceri del Podestà nella "Molinella".
Lo spunto per effettuare questa ricerca è nato con i lavori di scavo che anticiperanno presto, si spera, la realizzazione della scala di sicurezza destinata a mettere il soprastante Salone del Podestà in condizioni di agibilità.
 Dagli scavi è venuto alla luce il pavimento di spungone che apparteneva a quella parte del carcere sito sotto la torre mentre dalle ricerche di archivio siamo venuti a conoscenza che la Compagnia realizzò; il nuovo oratorio nonché la chiesa nei pressi delle carceri in un terreno fino allora utilizzato per le sepolture della vicina parrocchiale di San Simone che cessò di esistere nel 1587.
Infine emerge da questa ricerca quanto la giustizia all'epoca fosse approssimativa e spesso dettata solo da impressioni, intuizioni e particolari del tutto personali mancanti spesso del supporto della veridicità. Scopriamo che i giudici sono disponibili a riconoscere il delitto d'onore commesso da un marito ai danni della moglie che lo aveva tradito?
O condannavano un uomo solo perché era presente e accompagnava l'esecutore materiale dell'omicidio, mentre giustamente, si dimostravano molto comprensibili ad accogliere le richieste della Compagnia quando chiedeva di liberare un ragazzino quattordicenne, vista la sua giovane età, non prima però averlo condannato a morte senza attenuanti. Inoltre non siamo stati in grado di conoscere quante domande di carcerati o presunti inquisiti ricevesse annualmente la Compagnia ne quali fossero i motivi per i quali ogni tanto il Governatore si dimenticasse di esaudire la lecita richiesta della Compagnia di liberare un carcerato all'anno.

Vittorio Maggi


Copertina.



Il Duomo di Faenza




La chiesa della Commenda.

II volume, di 800 pagine con oltre 10.000 dati, dei quali si riporta la fonte, e strutturato in tre parti:
1- Cenni storici della Diocesi;
2- Suddivisione delle Parrocchie;
3 Elenco delle Parrocchie con i relativi Parroci.
La terza parte ovviamente risulta essere la più corposa perché riporta, con l'elenco delle parrocchie in ordine alfabetico, la successione temporale dei Parroci, riportando la denominazione geografica locale e la definizione canonica del Titolo Patronale. La ricerca registra la presenza delle parrocchie nella Diocesi di Faenza-Modigliana a partire dal IX e X secolo, per arrivare al 2017.
Come il testo cerca di evidenziare con note specifiche, in questo lungo lasso di tempo molte Chiese Parrocchiali sono state soppresse o accorpate o il Titolo e il beneficio trasferiti in altro luogo. Nella ricerca inoltre si è tenuto conto anche del rapporto tra Faenza e Modigliana che in tempi diversi ha visto molte parrocchie della Diocesi di Faenza passare alla Diocesi di Modigliana, per poi in parte ritornare a Faenza. Di ogni parrocchia si sono registrati (ove possibile) i dati relativi alla Istituzione, Soppressione, Accorpamento e localizzazione, specie per quelle oggi inesistenti. Altrettanto dicasi per i Parroci dei quali sono riportati i nomi, le date di Collazione,Trasferimento, Rinuncia o Decesso.
"DeoGratias"

Enrico Argnani



Faenza è una città d'arte, una città dove i luoghi della storia e le tracce culturali sono elemento identitario


Copertina del libro.


.Boccale con stemma dei Manfredi.
Signori di Faenza. Maiolica, fine sec. XIV - inizio sec. XV.

 Faenza si identifica nel suo essere luogo prezioso, luogo dove la memoria e la contemporaneità si intrecciano creando un dialogo pieno di significato. Passeggiare tra le linee della città significa incontrare immagini che vengono da lontano, le impronte medioevali, le suggestioni del rinascimento, la bellezza del neoclassico e tutta l'energia urbanistica e artistica degli ultimi due secoli, insieme. C'e una ricerca di bellezza che unisce le epoche e che permette alla nostra città di essere luogo del buon vivere, materiale e immateriale. La dimensione urbana e il paesaggio collinare sanno parlarsi. Sono tanti i luoghi e i poli energetici di Faenza che vanno cercati e capiti, ognuno presenta differenze specifiche ma nel complesso c'e una unità di senso che tiene tutto insieme. C'e un elemento che nei secoli ha reso ancora più originale l'identità cittadina, è la ceramica. Faenza dal quattrocento è luogo di produzione di maioliche, da queste terre sono partite opere e piatti, decorazioni e sculture, vasi e ornamenti per ogni angolo di mondo.
 Allo stesso tempo da sempre Faenza ospita artigiani e artisti che la scelgono come spazio per crescere e per produrre, aggiornando inevitabilmente la loro e la nostra identità. Questo movimento ha permesso a Faenza di essere una città aperta, accogliente e piena di curiosità intellettuale. É possibile trovare musei unici, come il Museo Internazionale delle Ceramiche, dove leggere tutto il fascino della ceramica, quella locale e quella internazionale, dove scoprire opere secolari e le sculture degli artisti contemporanei, ma è anche possibile visitare le botteghe degli artigiani, gli atelier degli artisti, i luoghi della ricerca e della educazione in ceramica, spazi che sanno emozionare e stupire curiosi e appassionati. Poi i musei legati ai grandi maestri del novecento, sorprendenti.
Non solo ceramica però. Le realtà museali di Faenza sono varie e alle volte inconsuete, come il Museo all'aperto, che mette in connessione le tante opere monumentali sparse tra centro e periferia, raccontate e pensate come unico contenitore culturale. Poi la Pinacoteca, il Museo Statale di Palazzo Milzetti, il Museo del Risorgimento, la Biblioteca Manfrediana, centri museali dedicati a tematiche scientifiche e interessanti musei privati: ogni angolo della città propone idee e storie che vale la pena raccontare e ascoltare. II vero significato di questa ricca rete sta però nel suo intrecciarsi con la storia della città e con il suo quotidiano che si può sentire passeggiando per il centro storico, entrando nelle tante chiese, ma anche affrontando la collina, con i suoi scorci e suoi paesaggi lievi e pieni di poesia. Questa è Faenza, una delle tante cittadine della Italia delle cento città e come tale unica, ricca di identità, radicata e aperta. Una città dove gli eventi animano i teatri e le piazze, dove gli spazi urbani sono spesso quinte sceniche per progetti creativi diffusi. Una città "europea", che nel 1968 ha ottenuto il prestigioso riconoscimento dal Consiglio d'Europa, e allo stesso tempo legata alle sue origini, soprattutto quelle medioevali, come testimoniato anche dal Palio del Niballo e da rievocazioni storiche ricche di fascino e partecipazione che ricorrono a ritmo cadenzato. Questa Guida turistica accompagnerà il viaggiatore nel migliore modo possibile dentro l'anima di questa città, trasformando la mappa urbana in una piccola e grande storia, unica, originate e appassionante.

Massimo Isola
(Vice sindaco e assessore al turismo di Faenza
)

Un affresco realistico della società faentina di fine Ottocento

Scrive Caruso nella prefazione: “Floriano Cerini questa volta non si è cimentato in una serie di racconti, di cui è ormai specialista, ma in un romanzo storico ambientato a Faenza. Pur essendo un genere letterario impegnativo, l’autore ha saputo creare atmosfere giuste, cogliendo riferimenti pertinenti e dando spazio a figure e personaggi che hanno precisi riscontri con le vicende di Faenza, della Romagna e dell’Italia”. Il Passatore, papa Pio IX, Alfredo Comandini, il conte Raffaele Pasi, Vittorio Tartagni e Pietro Nenni sono solo alcuni dei “volti noti” del passato che fanno la comparsa nel testo. L’opera, appena uscita per la casa editrice faentina Tempo al Libro, va ad arricchire la collana Tempo di Romagna, dedicata alla storia e alle tradizioni di casa nostra.

Floriano Cerini è nato e vive a Faenza. Laureato in Giurisprudenza, dopo aver lavorato all’Inps dal 1972 al 2010 ha pubblicato un pamphlet sulla sua esperienza lavorativa: Dalle marche(tte) a Vicky 2.0 – storie e miti della mia previdenza, edito da Homeless book. Per Tempo al Libro ha già pubblicato Burdèl (2012), Fra zinquant’en (2014) e U n’s’fa pió l’amôr com’una vôlta – storie romagnole di corteggiamento e amore (2016). Da sempre interessato allo studio e diffusione delle radici e della cultura romagnola e faentina, collabora alla rivista 2001 Romagna.



I libri che non potete non avere

     Qui di seguito un elenco, il più vasto possibile, di testi  riguardanti la storia di Faenza editi a partire dal 1840. Si tratta di opere generali concordemente ritenute valide, in alcuni casi con parti inevitabilmente superate da successivi aggiornamenti ma in ogni caso ancora interessanti da un punto di vista documentario. (continua)
 
Storia di Faenza
Testi di
  Serena Bonato - Angelo Alberti - Mattia Randi
Nicola Oriani - Pier Angelo Lazzari
Chiara Cenni - Alberto Fuschini
Introduzione e cura di Gabriele Albonetti

Il libro più venduto

Il Borgo Durbecco di Faenza
di
Giuliano Bettoli - Enzo Casadio - Miro Gamberini
Stefano Saviotti - Massimo Valli


Il toponimo Borgo Durbecco di Gilberto Casadio
  










Il libro piu consultato dagli storici
di
Messeri Antonio - Calzi Achille
Faenza nella storia e nell'arte
Tipografia Sociale Faentina, Faenza 1909
"Noi leggiavamo un giorno per diletto..." Dante, Inferno c. V

«La nostra città? Regina in diplomazia politica»

ARCHIVIO : Presentiamo un libro





In libreria Opuscoli Historia Faentina:
            
APPROFONDIMENTO
RIcordi, ovvero Ammaestramenti
"Li libri vorrei di autori gravi, maturi, approbati e

autentici, ma esercitati e voltati e non pulverulenti
da scrivergli con il dito sulle coperte, perché avere
li libri e non adoperarli è come non averli".
(Fra Sabba Castiglione, Ricordo CIX)


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 Pinacoteca Comunale di Faenza - Museo d' Arte - su FACEBOOK   
 
  
Il più  antico istituto della Romagna, costituito nel 1796, dove "c'è la storia di una città che è stata una capitale artistica". Una storia illustrata da 200 opere d'arte, dalla Croce dipinta del 1200 a Donatello e ai capolavori del Rinascimento, fino ai quadri del grande novecento italiano di De Chirico, Savinio, e Morandi.

 
  
La Pinacoteca ha aperto la pagina ufficiale su Facebook constatando come anche questo  social media abbia davvero trovato il modo di tenere in collegamento anche le istituzioni museali con il suo pubblico.
La possibilità di aprire pagine specifiche come museo d'arte si è aggiunta alle altre agevolazioni social riconosciuti da tutti gli utenti.
Nella pagina realizzata è già oggi possibile cliccare nel  riquardo della testata "guarda il video" per vedere Federico Zeri che consiglia la visita ad uno dei più importanti capolavori della Pinacoteca: il San Girolamo di  Donatello.
Inoltre sono già disponibili nella pagina facebook le informazioni relative alle prossime iniziative in programma. Clicca anche tu Mi Piace nella pagina Facebook, resterai in contatto con la Pinacoteca Comunale di Faenza. Se hai delle proposte scrivi una email, sarà gradita.

   
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Museo del Risorgimento e dell'Età Contemporanea - Faenza




Museo
del  Risorgimento
e dell'Età
Contemporanea

Faenza

Il Museo del Risorgimento e dell'Età contemporanea inaugura la nuova sala dedicata a Francesco Carchidio Malavolti: medaglia d'oro al valore militare, Capitano nello Squadrone cavalleria coloniale "Penne di Falco", morto a Cassala (Sudan) il 17 luglio 1894. La sua fama è legata a due eventi. Anzitutto fu il primo italiano che riconobbe come proprio il figlio illegittimo che aveva avuto da una donna eritrea durante il servizio militare, facendo di lui un cittadino italiano.
Questi era Michele Carchidio Malavolti, il primo italo-eritreo, nato nel 1891, nominato erede per testamento nel 1893, futuro tenente colonello del Regio Esercito Italiano. Della sua crescita ed educazione, essendo morto nel frattempo il padre, si prese cura la zia paterna, la contessa Pazienza Laderchi Pasolini dall'Onda.



Lancia Abissina.



Al Museo del Risorgimento una sala dedicata al Capitano Francesco Carchidio
In secondo luogo divenne noto e parte della cultura popolare italiana della prima metà del XX secolo per essere morto valoramente
nella presa della città sudanese di Cassala, avvenuta con successo il 17 luglio 1894, grazie alla sconfitta dei dervisci del Mahdi, che qui si erano precedentemente opposti agli attacchi britannici. Con la sala dedicata alle Guerre coloniali, l'ultima riferita all'Ottocento, si giunge a complemento del percorso espositivo riferito al "periodo risorgimentale" che termina, convenzionalmente, con la Grande Guerra del 1915-18. (continua)








A sinistra, scimitarra Abissina,
al centro una vetrina della Sala Carchidio e una sala del Museo del Risorgimento, la galleria di Amore e Psiche, a destra, sciabola Mod. 1880, e pugnale Afar.









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Ultimo aggiornamento effettuato ottobre 2019


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