HISTORIA FAENTINA
Panorama di Faenza da: Colonia Esperide (particolare) Biblioteca Comunale Manfrediana di Faenza.

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
Personaggi Storici Storia Medioevale
Storia Moderna
Monumenti
Libri

Avvenimenti, racconti e cronaca di Faenza nei secoli passati

NOTIZIE STORICHE FAENTINE DALL' ANNO 82 AL 1499

 Luigi Solaroli


    Per molti anni Luigi Solaroli attraverso la sua pagina “Accadde oggi...” in Facebook, ha informato i faentini degli avvenimenti storici, che nel volgere del tempo, si sono succeduti nella nostra città. Tali informazioni sono state raccolte e impaginate, raggruppandole per mesi, anni e secoli. Ne è nato un racconto che abbiamo il piacere di presentare iniziando la storia dal 14 giugno 82 fino al 19 novembre 1499.  (continua)


Drago raffigurato in un capitello del Voltone dei Beccai.

I cavalieri faentini sfilano in onore di Federico Barbarossa.

Il primo avvenimento storico legato al nome della città Manfreda

LA BATTAGLIA DI FAENZA O DELLE VIGNE 2100 ANNI FA

  Gilberto Casadio


    Esattamente duemila e cento anni fa nei i pressi di Faenza ci fu una sanguinosa battaglia ricordata dagli storiografi antichi che si sono occupati di quel periodo (Livio, Appiano, Velleio Patercolo): si tratta del primo avvenimento storico legato al nome della città. Siamo al tempo della guerra civile romana che vide fra l'86 e l'82 a.C. lo scontro fra i sostenitori del partito popolare (la borghesia di quei tempi, per usare un termine moderno) e quelli del partite senatorio i cui esponenti appartenevano alle antiche nobili famiglie romane. I primi avevano il loro capo in Gaio Mario, i secondi in Lucio Cornelio Silla.  (continua)

 La  battaglia fra  i sostenitori di
  Lucio Cornelio Silla e Gaio Mario.


La storia non sia solo ricordo ma presupposto e stimolo di conoscenza del nostro passato

FAENZA IN ETÀ ROMANA:
TRACCE DI VITA PUBBLICA

Chiara Guarnieri


    Tra il 1977 e il 1988 alcuni edifici di proprietà della Banca di Romagna, oggi Crédit Agricole Italia, situati a nord di piazza del Popolo, furono oggetto di ristrutturazione e di restauro: durante i lavori vennero in luce numerosi frammenti architettonici e scultorei che furono conservati nella sede di rinvenimento ma privi di una adeguata valorizzazione. Grazie alla collaborazione tra Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna e Banca di Romagna, furono esposti al pubblico, negli spazi appositamente destinati dell'ex palazzo Balla e all'interno della Banca di Romagna - i materiali ritrovati durante gli interventi di ristrutturazione.
 Si tratta di frammenti di elementi architettonici - colonne, capitelli, basi - anche di notevoli dimensioni, come il frammento di spiovente di frontone, certamente appartenenti ad un edifico pubblico di età romana, esposti presso l'ex palazzo Balla; all'interno della Banca si trovano invece elementi decorativi lapidei di dimensioni inferiori e due frammenti di sculture, tra cui un dito frammentario appartenente ad una statua di dimensioni colossali. 
(continua)

Il catalogo della mostra del 2002.

L'eccezionele ritrovamento di monete d'oro durante i lavori per l'ampliamento dell' Istituto Statale d'Arte

IL GRUZZOLO DI MONETE D'ORO MEDIOEVALI
RITROVATE A FAENZA NEL 1972

Roberto Bosi
   All’angolo fra via Campidori e via S. Nevolone, durante lavori per l’ampliamento della sede dell’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica venne trovato uno scheletro umano in posizione flessa con le ginocchia ripiegate sul torace. Accanto al corpo frammenti di vasellame fittile e 26 monete d’oro, risalenti alla metà del 1300, e una piccola fibbia di rame, che serviva per chiudere il sacchetto in cui le monete erano conservate. Le monete sono state coniate a: Firenze (3), Venezia (9), Genova (8), Milano (1), Avignone (2), in Francia (1), in Lorena (1), e Boemia (1). (continua)

Fiorino d'oro raffigurante S. Giovanni Battista.

La questioni dei confini nell’Alta Valle di Lamone in un saggio del 1925 di Mons. Francesco Lanzoni

LA PARTE SUPERIORE DI VAL DI LAMONE
E «LA BATTAGLIA DEL GRANO»


Mons. Francesco Lanzoni

Si pubblica un saggio di Mons. Francesco Lanzoni sulla questioni dei confini nell’Alta Valle del Lamone, pubblicato nel 1925 in «Rassegna. Terzo centenario della Madonna del Monticino (1921-1926)».

    Nell'Alto Medioevo, per quanto si rileva dai pochi documenti rimasti, il territorio della città di Faenza (molto probabilmente uguale in estensione a quello della diocesi) stendevasi dai giochi appenninici di Casaglia, di Crespino, di Gamogna ecc. fino presso le mura di Ravenna. A jugo alpium, s'incontra nella carte del tempo, cioè dal gioco della alpi; come oggi diciamo l'alpe di Gamogna, di Crespino, Cà dell'Alpe ecc. Però non pare che il confine del territorio della città (e della diocesi) coincidesse con lo spartiacque appenninico. Sembra che alcune punte delle nostre valli appartenessero ai territori di Firenze, di Fiesole e di Arezzo. (continua)


Mappa della Romagna sotto il Governo Pontificio.

... una storia faentina del '700

ELENA TERESA CASSANDRA NALDI

Miro Gamberini - Vittorio Maggi

   Nel 1748 Dionisio Naldi istituisce una causa contro la sorella Leovigilda che verte sulla validità o nullità di professione di monaca. Successivamente il Monastero di Santa Cecilia di Faenza, istituirà una causa processuale contro Dionisio Naldi per le quote da lui dovute per il mantenimento conventuale della sorella. La storia che qui di seguito raccontiamo è basata sui fascicoli processuali e relativo carteggio, conservati presso la Biblioteca Manfrediana, e custoditi nel fondo Zauli-Naldi. Preservati nell’archivio di famiglia per quasi tre secoli sono oggi disponibili per una lettura, dalla quale emerge una storia di ciò che realmente è accaduto, in una concatenazione di avvenimenti processuali dove affiora una versione dei fatti in parte elusiva e discordante. Dal confronto tra quanto viene narrato durante il processo dai vari testimoni, e dalla corrispondenza intercorsa tra le parti in causa, emerge un quadro di allusioni, omissioni, rimaneggiamenti e interpolazioni, tipici del ‘700, che ci danno l’occasione di ricostruire frammenti di vita vissuta, tracce di esistenze che riemergono per un istante per essere di nuovo inghiottite nell’oscurità da cui sono venute, e descrivono i comportamenti di una società legata a un mondo così irriducibilmente distante dal nostro. Al processo i testimoni rispondono alle domande del giudice con sicurezza, non lasciano trapelare nessun “non ricordo”, le dichiarazioni verbalizzate sono chiare e sintetiche, tutto il processo è imperniato su ciò che i testimoni hanno visto e sentito, non esistono documenti su cui basare le accuse. Le affermazioni come le omissioni in un processo così istruito pesano e hanno una rilevante importanza.  (continua)


Disegno di Francesco Gonin
per "I Promessi Sposi" di
 Alessandro Manzoni, edizione 1840 Milano.


La bandiera nell'alto Medio Evo conferiva al feudatario il diritto di vita o di morte sui suoi vassalli

CENNI DELL'ORIGINE E USO DELLA BANDIERA

Gabriele Garavini

     Le origini del Gioco della Bandiera sono molto antiche. E’ noto che presso gli antichi Longobardi, i reparti militari venivano distinti tra loro da una striscia di pelle o di panno variamente colorata detta "banda". L’origine del "Gioco della Bandiera" per limitarci al nostro paese, possiamo dire che si può fissare con sicura documentazione al VI secolo d.C. quando i "bandieranti" di Roma erano usi precedere il Papa nel corteggio, agitando ampi vessilli multi colori nelle festività religiose. E’ appunto sotto questo aspetto che nel Medio Evo ritroviamo la bandiera largamente impiegata non solo in occasione di manifestazioni religiose ma anche civili e militari. Lo spezzettamento di fatto del Sacro Romano Impero voluto da Carlo Magno con la creazione dell’organizzazione feudale, favorisce indubbiamente la divulgazione dello "sbandieramento". Largamente usate come mezzi di segnalazione durante le battaglie, inoltre, come riferiscono gli storici, la bandiera nell’alto Medio Evo conferiva al feudatario il diritto di vita o di morte sui suoi vassalli.  (continua)


Vecchi stendardi faentini, manca quello di Borgo Durbecco, da una vecchia cartolina.


La giostra di Cesena del 1838 costituisce l'esempio estremo e tardivo delle sfide cavalleresche disputate in Italia

L'ULTIMA GIOSTRA CAVALLERESCA
DISPUTATA IN ROMAGNA NELL'OTTOCENTO


Giuseppe Dalmonte

  Sfogliando i bei volumi de L'Italia nei Cento anni del secolo XIX, curati con tanta cura e ricchezza d'illustrazioni e documentazione, dal nostro concittadino Alfredo Comandini (Faenza 1853- Milano 1923), ci si imbatte con curiosità e stupore in alcune pagine del febbraio 1838, che riproducono alcuni documenti di grande interesse come: il pallio per la giostra d'incontro di Cesena, il Bando Comunale per la Giostra d'incontro dell'8 febbraio, il figurino con l’armatura usata nella giostra combattuta in Cesena l'ultima volta. Le ultime giostre di carnevale disputate a Faenza nel Settecento risalgono agli ultimi decenni del secolo, poi su questa sontuosa forma di spettacolo aristocratico cala il sipario definitivamente di fronte ai rivolgimenti politici e sociali che si manifestano in Francia e pure in Italia al tramonto dell'antico regime. Quindi quella di Cesena del 1838, costituisce l'esempio estremo e tardivo delle sfide cavalleresche di carnevale disputate in varie città italiane, secondo diverse modalità di svolgimento (giostra dell'anello, giostra della quintana o del Saracino, giostra d'incontro) tra Cinquecento e Settecento e che ora la letteratura romantica rievoca e in qualche modo promuove. (continua)


Cavaliere, pronto per la disfida.

Le vere e lontane origini del Palio di Faenza: dal Barbarossa a Lorenzo de' Medici

LA GIOSTRA TRA MITO, STORIA E REALTÀ

Michele Orlando

   Il 28 giugno 1959, di domenica, vigilia del Santo Patrono Pietro apostolo, viene istituita a Faenza la prima edizione del Palio del Niballo. Le cronache faentine ci informano di varie occasioni in cui vengono organizzate feste di segno cavalleresco o ludico-militare con giostre, corse del palio o semplici corse di cavalli berberi.
Le origini mitiche
Il mito delle origini si radica nella cultura cortese d’oltralpe, stratificata nella sensibilità della popolazione padana, e nelle tradizioni comunali. A Faenza tornei o giostre cavalleresche sono frequenti sin dal gennaio 1164, allorché l’imperatore Federico Barbarossa, ospite di Enrico e Guido Manfredi, vuole una quintana per appurare la destrezza dei faentini in battaglia, impegnati con armi di legno, secondo le disposizioni della Chiesa, in un orto detto Broylo, nelle adiacenze dell’attuale via Baroncini. (continua)



Disfida tra cavalieri da una miniatura medioevale.

Caccia, porto d'armi e sentenze nella Romagna di metà '800

ARMATI SOLO BIRRI E BRIGANTI?

Angelo Emiliani

   «Chiunque, fuori del recinto di sua abitazione, fosse sorpreso con qualunque arma, tanto comburente quanto pungente, rendesi colpevole di delazione d'armi e sarà fucilato». Lo stabilisce l'ordinanza emessa in Bologna il 2 luglio 1850 dall'Imperial Regio governatore militare e civile tenente maresciallo Karl Friedrich von Grawert. La drastica misura è motivata dalla «crescente attività della banda che ha capo il ben noto Stefano Pelloni sopracchiamato il Passatore». Passeranno quasi tre anni prima che la schioppettata del sussidiario Apollinare Fantini chiuda il libro delle malefatte del più famoso brigante romagnolo. Bastano invece pochi giorni perché l’ordinanza faccia le prime vittime.
Il 2 agosto, un mese esatto dopo l'emanazione del provvedimento, a Imola vengono messi al muro tre giovani: Paolo Gadoni, contadino di 18 anni della Serra di Castel Bolognese, il solarolese Sante Almerighi, sarto di 22 anni, e l'imolese Francesco Casadio soprannominato Cassiano, 22 anni anch'egli, operaio e sposato con figli. «Furono nel mattino del 29 luglio scorso - si legge nella Notificazione che annuncia l'avvenuta esecuzione della condanna - arrestati nella parrocchia di Mongardino, Governatorato di Casola Valsenio, provincia di Ravenna. Si erano colà portati armati rispettivamente di archibugio, di pistole e di coltello, all’intendimento di aggredire  quelli che si recavano alla Fiera che celebravasi in quel giorno a Casola Valsenio.
(continua)


Zuavo dell'Esercito Pontificio.

Scrive Sabba di Leonardo: "... primo inventore delle figure grandi tolte dalle ombre delle lucerne"

LEONARDO DA VINCI E SABBA DA CASTIGLIONE
ALLA CORTE DI LUDOVICO IL MORO


Miro Gamberini

  In occasione dei 500 anni della morte di Leonardo, commentiamo ciò che Sabba da Castiglione - primo illustre cittadino (onorario) di Faenza - ebbe modo di scrivere del Genio di Vinci. Santa Cortesi (1943-2016) nell’introduzione della ristampa basata sull’edizione veneziana del 1554 dei “Ricordi ovvero Ammaestramenti” di fra Sabba da Castiglione, scrive: L'anno di nascita e le vicende di vita fino alla giovinezza di Sabba non sono documentati: parecchie circostanze e indizi avvalorano però con ogni probabilità il 1480 [Quando nell'agosto 1505 Sabba vestì l'abito di cavaliere giovannita aveva già interrotto gli studi giuridici intrapresi a Pavia e aveva una competenza di «curioso d'antichità» cioè di archeologo dilettante. Per questo non si può pensare ad un ragazzo ma si deve pensare ad un giovane di oltre vent'anni.]; mentre certo è il giorno: lo stesso fra Sabba scrive: «Io mi nomino Sabba, perché venni in questo mondo di miserie e guai il giorno di S. Sabba abbate solennissimo, la cui festa è il 5 di dicembre ».
Nacque fra Sabba a Milano da Giovanni della nobile famiglia Castiglione, dal cui ramo mantovano era nato il più noto Baldassarre Castiglione (1478-1529), autore del Cortegiano. Dunque milanese di nascita e di cultura intraprese poi gli studi giuridici a Pavia senza concluderli, come egli stesso scrive: «...Io feci bene a non dottorarmi in leggi perché... stato sarei un dottorello in troco lude (deformazione di in iure)... 
(continua)
 

Leonardo da Vinci e Sabba da Castiglione, sullo sfondo il Duomo di Faenza in un disegno di Leonardo.

... si trovano, leggendo questo libro, sorprendenti denominatori in comune con l’infezione del 2020

AMARCORD ROMAGNOLO, DALL'ANTICHITÀ AL GIORNO D'OGGI,
STORIA DELLE MALATTIE CONTAGGIOSE

 Sandro Bassi

 
    Per quanto il Nuovo Coronavirus sia - lo dice la parola stessa – inedito e sconosciuto, le malattie epidemiche sono vecchie come l’uomo e ne costellano la storia antica e recente. A metter ordine a livello locale in questo complesso e, ahi noi, ricchissimo argomento fu trent’anni fa un medico faentino, Antonio Ferlini, che condensò anni di ricerche (e anche di esperienze poiché aveva sempre lavorato come infettivologo nell’Ospedale civile) in un ponderoso volume di ben 545 pagine: «Pestilenze nei secoli a Faenza e nelle valli del Lamone e del Senio» (Tip. Faentina Ed.,1990).Il volume, diviso in due parti, prende in esame 1500 anni di storia, da Giustiniano ad oggi (interamente a cura dello stesso Ferlini) e poi undici argomenti a cura di altrettanti specialisti fra storici, medici e ricercatori. Precisando che è ancora reperibile in qualche libreria, in mercatini (a prezzo irrisorio!) e nelle principali biblioteche del territorio, cerchiamo di trarre da quelle pagine un’utile sintesi, poiché se dalla peste di Giustiniano è cambiato tutto e se, com’è ovvio, la lebbra e la peste non furono paragonabili al Covid-19, pure, anche in questo caso, bisogna constatare come la storia si ripeta e sia maestra - incredibilmente inascoltata - di insegnamenti. Non solo perché fornisce lezioni, ma perché dimostra come gli atteggiamenti delle autorità e della società in genere si siano ripresentati analoghi nei secoli, con sconcertante puntualità.  (continua)




Dal libro: «La "Virgo Gratiarum" sulle porte di Faenza», riportiamo il capitolo che parla del colera che colpì Faenza nel 1835-36

IL COLERA MORBUS DEL 1835-36
VISTO A FAENZA

Giuseppe Porisini

    "Si sa infatti che dal 11 dicembre (1834) giorno nel quale morì in  detta città (di Marsiglia) un individuo con dei sintomi che lo fecero giudicare affetto di cholera, fino al 31 del mese istesso, e così per il corso di giorni 21, altri quindici individui sono caduti malati, alcuni con sintomi simili a quelli del primo, altri con quelli del così detto Cholerina. Dodici di questi sono mancati...”, così riferisce la Gazzetta di Bologna, nel suo numero di giovedì 8 gennaio 1835, riportando una comunicazione della consorella di Firenze. È questa la prima notizia che a noi proviene dalla Francia, via Livorno, riguardante l'epidemia colerica che in un primo momento si estese nel litorale mediterraneo francese per passare poi, in prosieguo di tempo, attraverso le Alpi e il Mare e svilupparsi con una certa virulenza nello Stato Sardo ed in altri Stati Italiani.  (continua)


Morte per colera.

Sventure e disastri, cause umane e divine, si sono abbattute sul territorio faentino, ma sempre ha rialzato la testa

LE 7 VOLTE IN CUI FAENZA É CADUTA
(E SI É RIALZATA) NELLA STORIA

  Redazione Buon Senso Faenza

    Narrano gli studiosi che Alexander Dumas (padre!) diceva a chi vedesse tutto negativo nella sua vita: “Servono le sventure per scavare certe miniere misteriose nascoste nell’intelligenza umana; serve la pressione per far esplodere la polvere”. Ed è vero, la città di Faenza con l’incendio del magazzino Lotras System, su cui ancora indaga la magistratura, ha scavato nelle miniere nascoste dell’intelligenza umana e si è unita, coesa, per salvare il proprio territorio e per ripartire dopo un evento imprevedibile. Ma la città di Faenza, già tante altre volte ha avuto modo di rialzarsi. Sventure e disastri, cause umane e divine, si sono abbattute sul territorio. Ma per sette volte ha rialzato la testa, ricostruendo e rinascendo come la fenice. Ecco allora sette esempi di ripartenze della città di Faenza che sono di ispirazione per ogni volta che un evento così incredibile sconvolge una città intera.
(continua)



Assalto all'untore durante la peste  del 1629.


L'edificio scomparso alla fine dell' epoca moderna, si trovava all'inizio di via Torricelli


   Nel secolo IV la madre dell'imperatore Costantino edificò in Roma, nel palazzo Sessoriano, vicino al Laterano, una basilica intitolata alla Santa Croce. Nel secolo successive l'imperatrice Galla Placidia diede la stessa intitolazione ad una chiesa da lei edificata a Ravenna. L'omonima parrocchiale faentina è ricordata dall'anno 1046. Nel secolo XIII era accompagnata talvolta dal toponimo Super Stratam, forse per distinguerla da un'altra di identica intitolazione esistente al di sotto della via Emilia, presso Ronco. L'edificio, scomparso alla fine dell'epoca moderna, si trovava all'inizio di via Torricelli, presso il palazzo Zauli Naldi, col quale comunicava. Venne risistemata dal rettore Antonio Garelli (1610-1619) negli anni 1610-1616. Filippo Bassi (1736-1767), nell'anno 1745 o 1746, la riedificò quasi completamente. (continua)


La chiesa di Santa Croce - evidenziata con linea rossa – era sita all’inizio dell’attuale via Torricelli ed era esistente almeno dal 1045. (Fotografia di Marco Cavina).

Nel 1860 fu Commissario Regio al Municipio manfredo. Poi fu in Sicilia e si batté a duello con Nino Bixio

AGNETTA, MAGGIORE GARIBALDINO, «CITTADINO» DI FAENZA

Nino Drei

   «In quei giorni [...] Faenza aveva in Municipio il Commissario Regio. Era egli il siciliano Carmelo Agnetta, maggiore garibaldino, il quale soleva dire che in tutti i paesi del mondo quando la mattina ci si incontra in un conoscente ci sentiamo dire: "buon giorno, come state?", in Romagna invece vi dicono a bruciapelo: "Che cosa c'e di nuovo?"». Così Alfredo Comandini scrive nei ricordi della sua infanzia. Carmelo Agnetta, consigliere di prefettura a Ravenna, è stato infatti in quell'anno Regio Delegate Straordinario a Faenza incaricato di reggere il Comune in attesa che nuove elezioni amministrative chiariscano il quadro politico. La città sembra essere stata contenta della sua gestione tanto che nella seduta del nuovo Consiglio del 6 dicembre 1863, subito dopo l'elezione degli assessori (il sindaco era nominate dal Re), il consigliere conte Achille Laderchi propone: «Le premure spiegate dal Sig. Carmelo Agnetta durante il tempo che ha retta questa Amministrazione, l'assiduità e lo zelo spiegato, non che i modi cortesi ed affabili, ma ad un tempo fermi e risoluti, con cui ha condotta l'azienda, esigono che questo Consiglio comunale gli dia un attestato della sua riconoscenza ed a tal uomo lo ascriva nel novero dei Cittadini. (continua)                  

Carmelo Agnetta.

Achille Laderchi il più fervente interprete del Risorgimento faentino

ACHILLE LADERCHI

Nino Drei

   
    Il conte Achille Laderchi nasce a Faenza l'11 maggio 1830 nella nobile famiglia che, prima ancora dell'arrivo dei francesi, si è distinta per idee liberali, giacobine prima e patriottiche poi. Il padre Francesco, uno dei punti di riferimento dei cospiratori faentini, è stato prefetto prima di Ravenna poi di Forlì con la Repubblica Romana. A soli diciott'anni Achille partecipa alla prima guerra d'indipendenza in Veneto come ordinanza del generale Ferrari, l’anno successivo combatte in difesa della Repubblica Romana e, dopo la restaurazione pontificia, partecipa alle cospirazioni. Quando in occasione della visita di Pio IX in città nel 1858 viene nominato membro della commissione che deve progettare come accogliere convenientemente Sua Santità egli non esita a rifiutare l’incarico. Nel 1859, dopo aver messo la sua Villa Il Prato a disposizione del patrioti faentini che esulando clandestinamente per la via di Modigliana corrono ad arruolarsi nell'esercito piemontese, è ufficiale d'ordinanza del generale Mezzacapo e l'anno successivo è a capo dei Civici faentini che liberano la città di Urbino dai papalini. 
(continua)


Il conte Achille Laderchi.

Neoclassicismo e massoneria

VILLA ROTONDA, FRAGILE UTOPIA

Sandro Bassi

    La «Rotonda» di via Castel Raniero, oltre ai suoi evidentI pregi paesaggistici, presenta motivi di interesse che la rendono peculiare, se non unica, nel repertorio delle ville faentine. Come messo in evidenza da tutti gli autori che se ne sono occupati, è quella che maggiormente contiene riferimenti alle convinzioni politico-ideologiche che accomunarono il committente, Achille Laderchi, faentino, con l’architetto progettista, Giovanni Antonio Antolini di Castel Bolognese. Attribuita un tempo a Pietro Tomba, la Rotonda venne «restituita alla sua paternità antoliniana» da Ennio Golfieri nel 1968 e successivamente da Franco Bertoni che ebbe modo di consultare una notevole mole di documenti (pubblicati poi su Architettura in Emilia-Romagna dall'Illuminismo alla Restaurazione, del 1977 e su Ville Faentine, 1980). (continua)

Villa Rotonda, foto Marco Cavina.

Dove si trovavano e come si attraversavano i fiume nel medioevo nel territorio faentino

GUADI E PONTI IN ETÀ MEDIOEVALE
NEL TERRITORIO FAENTINO

Lucio Donati
   Ci occuperemo solo delle strutture per l'attraversamento dei fiumi facendo presente che un ponte sul rio Cosina in coincidenza della via Emilia certamente nel Medioevo è sempre esistito; in genere non disponiamo di documentazione troppo antica, se si esclude il Ponte di S. Procolo sul Senio, oggi Ponte del Castello, e i tre sul Lamone cioè quelli d'Arco, di Borgo Durbecco e di Cesato.
Per il Marzeno abbiamo il Ponte del Termine in confine con Modigliana, che risale a epoche lontane, mentre più a valle è segnalato in mappa del 1777 un Passo (guado) che unisce le attuali vie Uccellina e Canovetta a nord di Rivalta (251): è possibile che sia questo il percorso tenuto da Federico II che nel 1226, proveniente dalla zona di Cosina, fu costretto a deviare verso le colline per Tiliavera e raggiungere cosi S. Procolo (Tolosano p. 155); allo stesso modo Guido da Montefeltro marciando nel 1274 verso Faenza prese la strada dalla parte di sopra per Tiliavera, attraversando il Marzeno e accostandosi alla città attraverso Ponte d'Arco (Tonduzzi p.302).
Relativamente al fiume Montone, a monte del Passo di Vico tra Russi e Faenza, è segnalato, ma solo nella cartografia moderna, il Passo di S. Martino che prende nome dalla frazione di Villafranca di Forlì.
Per il Lamone a valle via Emilia si è già ricordato un Passo di S. Croce nel XVI secolo che non doveva essere lontano dalla chiesa di Ronco e sembra corrispondere al luogo in cui fu allestito un ponticello in legno a fine secolo XIX.
(continua)



Elaborazione da una mappa databile alla
seconda metà del secolo XVII.

Fiumane, barchette ed antichi ruderi

DAL PONTE D'ARCO AL PONTE ROSSO (E VERDE)

Miro Gamberini - Stefano Saviotti

   Tra i numerosi siti d’interesse storico di Faenza, uno dei meno conosciuti è senz’altro quello dell’antico ponte d’Arco. In epoca romana, questo ponte consentiva l’attraversamento del fiume a monte della città, collegandola con tutta la zona collinare compresa tra il Lamone ed il Marzeno.
La strada che conduceva alla vallata del Marzeno e a Modigliana passava sopra questo ponte; nel primo tratto essa corrispondeva all’attuale via Batticuccolo, poi se ne perdono le tracce. I ruderi del ponte rimasti attestano che esso fu costruito in epoca tardo antica, ma senz’altro esisteva anche prima, dato che la confluenza del Marzeno nel Lamone ha sempre impedito lo sbocco diretto in pianura al territorio racchiuso fra questi due corsi d’acqua.
I pochi resti giunti fino a noi, descritti prima da Antonio Medri (Faenza romana, pag. 88) e poi da Paola Monti (Archeologia faentina, i reperti, pag. 119), sono però lontani dall’immagine classica del ponte romano, fatto di grandi blocchi di pietra squadrati come il Ponte di Tiberio a Rimini. La tecnica utilizzata è detta di tipo ravennate, con paramento esterno in mattoni legati con calce (spessore m. 1,20 per lato), e riempimento a sacco in ciottoli annegati nel calcestruzzo (spessore m. 3,70 - 3,90), per una larghezza totale del ponte di circa m. 6,10 - 6,30. 
(continua)


Traghetto del fiume Lamone a
Ponte d'Arco con barchetta.


Luogo di forte valenza simbolica, segno identitario della città

GLI AMBIENTI STORICI
DEL PALAZZO COMUNALE
DI FAENZA

Daniele Pascale Guidotti Magnani - Marcella Vitali

    La salita al potere di Carlo Manfredi, nel 1468, segna una data fondamentale per la storia del palazzo e in generale per la storia urbana faentina (1). Egli, infatti, ultimate le scuderie iniziate da suo padre Astorgio II e collocate nell’area oggi occupata dal Teatro Masini, si dedicò ben presto alla realizzazione di una nuova facciata monumentale verso la piazza.
Nel 1470 sono documentate le spese per la costruzione del nuovo loggiato a due ordini, esteso fino al voltone della Molinella, che sostituiva quello realizzato nel 1394, evidentemente ritenuto ormai obsoleto per ragioni formali e forse anche statiche. Le sue forme originarie sono tramandate da diverse fonti iconografiche, tra le quali si segnalano soprattutto il Prospetto della Piazza di Faenza di Giuseppe Pistocchi (1763), alcuni disegni di Romolo Liverani, e soprattutto un bellissimo disegno acquerellato di Jacques Percier (1791) (2), che trasmette la matericità chiaroscurale della fabbrica quattrocentesca.
(continua)


Il Palazzo Comunale.

Una promessa di matrimonio non mantenuta

1757, LITE FRA LE FAMIGLIE
ZAULI-NALDI E CATTOLI

Vittorio Maggi

   Nell’estate del 1757 Maria Naldi, figlia della Contessa Camilla Tarroni Azzurrini, era stata promessa in sposa al Conte Francesco Zauli grazie ad una promessa che il padre Conte Rodolfo aveva ottenuto dalla madre di Maria. Mentre Francesco si trovava a Roma nel Collegio Nazzareno a studiare a Faenza il Conte Valerio Cattoli ebbe modo di frequentare Maria tanto da innamorarsene e chiederla in sposa, richiesta però che gli fù negata da Camilla per la parola data in precedenza a Zauli.
Valerio non si perse d’animo “si mostrò alla gente amante della giovane” e sparse voce di aver ottenuto una promessa di matrimonio in presenza di testimoni. Tutto questo fu prontamente smentito da Maria ma ciò non valse a fermare Valerio Cattoli nel suo desiderio di sposarla. Dall’11 agosto 1757 nacque così una lite tra le famiglie Naldi e Zauli da una parte e Cattoli dall’altra.
(continua)
Stemma della famiglia Zauli-Naldi.

La questione dell'aumento del costo del pane coinvolse tutta la cittadinanza

LA BATTAGLIA DEL PANE A FAENZA NEL 1898

Veniero Casadio
Strozzi


    Aprile 1898. Mentre s'accende la guerra fra Stati Uniti e Spagna ed i primi assediano Cuba, in Francia è processato Emile Zola per l'appoggio dato all'affare Dreyfuss.
Ma non è che in Italia le cose vadano tanto meglio. Il governo attraversa un periodo di critica credibilità e forte contestazione, cui hanno certo contribuito le nostre pretese coloniali con le sconfitte che ne sono seguite. Dogali da non molto, cui s'aggiungono i settemila soldati italiani sterminati ad Adua da neppure tre anni dalle sottovalutate truppe abissine.
S'assomma a ciò la crisi agricola collegata alla nascente industrializzazione, che, con l'indebitamento dello Stato, porta alla disoccupazione operaia e bracciantile e al conseguente aumento dei costi alimentari. In particolare di farina e derivati, che rappresentano la base dell'alimentazione popolare. Il bisogno di soldi governativo si traduce nell'infelice idea di un ulteriore aumento del prezzo del pane, che passa ai 40 centesimi il chilo, laddove il guadagno medio orario di un lavoratore non raggiunge la meta di tale costo. (continua)


La rivolta del pane a Faenza  nel 1898,
in una ricostruzione grafica.


Arrivono gli Austriaci la Romagna è riconquistata senza aver combattuto

LA RESTAURAZIONE DELLO
STATO PONTIFICIO A FAENZA E IN ROMAGNA

M. Bergamini


  Il 18 maggio 1849, ottomila tedeschi e austriaci comandati dal generale Wimpffen, e chiamati dal papa Pio IX, giungevano a Faenza per restaurare all'odine e all'obbedienza i faentini. Le truppe che  attraversarono Faenza da Porta Imolese a Porta Ponte furono accolte in città dagli insulti e dal dileggio dei faentini, passato il Lamone, in Borgo furono osannati e acclamati come  liberatori. Nel libro “La Romagna nel Risorgimento Faenza”, Rino Savini documenta con queste parole il ritorno degli Austriaci in Italia per la restaurazione del papato in Romagna:
Vinta la guerra contro il Piemonte, gli Austriaci marciarono verso lo Stato Pontificio, col pretesto di restaurare il potere del Papa; ma, evidentemente, per non perdere l'influenza su quel territorio; i Francesi già agivano sul Lazio.
L'11 maggio gli Austriaci entrano in Bologna. I governi di Faenza, Imola, Castelbolognese prendono accordi per difendere l'acquistata libertà. Coloro che si danno da fare, fra i Faentini, ricordiamo Antonio Sangiorgi, detto "Tugnon dla Cocla", il conte Francesco Zauli-Naldi, Francesco Ugolini, Andrea Cimatti, detto "Pisinino", ed altri. Se i liberali paventavano l'arrivo degli Austriaci, i papaloni ne erano lieti, e riprendevano gli atti di violenza. Fu ferito l'Ugolini e ucciso Sangiorgi. Venne, allora, nominata una commissione di difesa composta da Francesco Zauli-Naldi, Francesco Della Valle e Gaetano Pezzi. Si mobilitò il battaglione della Guardia Nazionale di 350 uomini, comandato da Girolamo Strocchi, Augusto Bertoni e il conte Achille Laderchi rispettivamente tenente e sottotenente, Gaetano Pezzi sergente maggiore e Federico Comandini sergente furiere. II programma era opporsi all'invasore! 
(continua)


Il generale Franz  Wimpffen, in una
 litografia di Josef Kriehuber.


Il successo dei Sikh  in località Pergola-Pideura obbligarono i tedeschi ad abbandonare la città di Faenza per assestarsi sul Senio

I SIKH A FAENZA

Enzo Casadio - Massimo Valli

    L'Ottava Armata britannica comprendeva reparti che provenivano da tutti i continenti, c'erano: inglesi, canadesi, sudafricani, neozelandesi, australiani e indiani, solo per citare le principali nazionalità. Alle operazioni militari in Italia tra il 1943 e il 1945 presero parte tre divisioni indiane, la Quarta, l'Ottava e la Decima. A quei: tempi l’India era ancora un dominion Inglese che comprendeva oltre all'India attuale, anche il Pakistan e il Bangladesh. All'interno del paese convivevano popolazioni di etnie e religioni diverse, spesso in contrasto tra di loro. Uno dei principali gruppi era composto dalla comunità dei Sikh, che vivevamo nel Punjab, una regione dell'India settentrionale ai confini col Pakistan. Erano uniti dalla comune fede nella religione Sikh, una religione monoteista affermatasi sul finire del XV secolo, che non prevedeva la distinzione in caste. I Sikh erano considerati degli ottimi combattenti, e anche durante la Seconda Guerra Mondiale dimostrarono di essere una delle colonne portanti dell'esercito indiano. In Romagna operarono l'Ottava e la Decima divisione poiché la Quarta nel novembre 1944, dopo avere passato uno dei suoi battaglioni Sikh alla Decima, era stata trasferita in Grecia per collaborare con l'esercito inglese nel sedare la guerra civile che era scoppiata tra le due fazioni della resistenza locale. (continua)



Militari Sikh con fucile mitragliatore Bren (foto IWM).

Manifesti elettorali incollati su ogni superfice disponibile senza rispettare le disposizioni relative all'affissione

DIO TI VEDE, STALIN NO

Enzo Casadio

    Con lo sbarco delle armate anglo-americane in Sicilia nel luglio 1943, iniziava la “campagna d’Italia”, la lenta risalita degli Alleati per respingere l’esercito tedesco al di là delle Alpi. Nei territori liberati gli Alleati insediavano il Governo Militare che operava con personale anglo-americano per ristabilire il funzionamento dei comuni in modo da ripristinare i servizi pubblici, assicurare il buon funzionamento degli ospedali, la distribuzione dei generi alimentari e le forniture di acqua, energia elettrica e gas. Il Governo Militare Alleato terminò le sue funzioni il 31 dicembre 1945, salvo che in Sicilia e nelle province di confine.
Il 5 giugno 1944, il giorno successivo all’entrata in Roma degli Alleati, il re Vittorio Emanuele nominò il figlio Umberto Luogotenente del Regno. Il sovrano abdicò solo il 9 maggio 1946 e Umberto divenne re per poco più di un mese
. (continua)


Piazza del Popolo. Il loggiato del Podestà
letteralmente  ricoperto di cartelloni e manifesti.


Alla scoperta dei 15 pannelli in ceramica realizzati da Pietro Melandri

PIETRO MELANDRI
I PANNELLI IN CERAMICA DEL
"RITROVO CAFFÈ IRRERA" DI MESSINA

Roberto Marocci

   
    Sono in buon numero gli amatori, i cultori, i collezionisti, gli studiosi dell’arte di Pietro Melandri, uno dei più coraggiosi, innovativi e creativi artisti del Novecento italiano, senz’altro il ceramista più grande di sempre. Pochi però sono a conoscenza di una serie di 15 grandi pannelli ceramici realizzati da Melandri e dalle sue collaboratrici nel 1953 per un committente messinese, tanto che essi non figurano in nessuno dei dodici volumi monografici dedicati finora all’artista faentino. Prima di entrare direttamente nel merito di queste opere, è bene trasferirci virtualmente a Messina e andare a ritroso nel tempo per ricostruire un’affascinante storia intrisa di arte, cultura, colore, calore, di prelibatissime specialità dolciarie siciliane, ma anche tristemente segnata da ripetute distruzioni.
Nel 1897 il Cavalier Vincenzo Irrera decise di aprire una ditta commerciale, per la produzione di pasticceria, in Corso Cavour, nel pieno centro di Messina. Quell’attività venne bruscamente interrotta dal terribile terremoto del 1908 che in pochi attimi distrusse Messina e Reggio Calabria. La ricostruzione post sisma prese avvio immediatamente, cosicché, nel 1911, la famiglia Irrera trasferì la propria attività produttiva nel cuore della nuova città.
Fu nel 1925 che venne aperto il “Ritrovo Caffè Irrera”. Ristrutturato in stile moresco, il locale poteva accogliere la propria clientela sia in ambienti al chiuso, sia in un ampio spazio all’aperto, con i tavolini che si aprivano sulla centralissima Piazza Cairoli.
(continua)

Pietro Melandri.
Donna con ombrellino,
Faenza, coll. Tampieri.

 
LE NOVITÀ SULLA STORIA DI FAENZA IN LIBRERIA
  
Chiese, conventi, confraternite (1796-1813)  

SOPPRESSIONI NAPOLEONICHE A FAENZA

Stefano Saviotti - Monica Naldoni


    Questo volume è uno studio su piani paralleli (storico, architettonico, artistico) , riguardante gli edifici religiosi della città di Faenza nel periodo napoleonico. Numerose chiese, conventi e sedi di confraternite furono allora chiuse al culto e molti degli edifici furono venduti e radicalmente trasformati, oppure andarono distrutti in seguito, per vicende belliche o demolizioni. Partendo dalla “Tabella delle case esistenti nella città di Faenza” redatta da Giuseppe Pistocchi e Giuseppe Morri nel 1798, il prime vero catasto della città, Stefano Saviotti ha ricostruito le vicende storiche di ben settantanove edifici di proprietà ecclesiastica dalle origini sino ad oggi, con particolare riferimento alle tumultuose vicende del periodo napoleonico. In seguito alle soppressioni, parecchie opere d'arte che ornavano le chiese furono vendute, spostate altrove, o perdute. Molte di esse attualmente fanno parte delle collezioni della Pinacoteca Comunale di Faenza, altre si trovano nel Museo Diocesano, altre ancora in importanti musei e collezioni italiane o estere. Grazie ad antichi taccuini di viaggio, agli inventari delle chiese e ad altre fonti, Monica Naldoni ha individuate le opere d'arte di loro pertinenza, al fine di riportarle virtualmente nelle loro sedi originarie. É nata così una sorta di "guida delle chiese di Faenza prima di Napoleone" che per la prima volta ci offre un quadro complessivo del grande patrimonio storico e artistico accumulato dal clero nel corso dei secoli e che nel Settecento aveva raggiunto il suo apice. (Leggi la presentazione del libro)

SOPPRESSIONI NAPOLEONICHE
APPENDICE - GLI EDIFICI NON AD USO RELIGIOSO


Stefano Saviotti

Le schede seguenti avrebbero dovuto far parte del volume "Soppressioni napoleoniche a Faenza", ma vista l’ampiezza raggiunta da quelle riguardanti gli edifici religiosi e le loro opere d’arte, si è preferito eliminare questo capitolo per non appesantire il libro. Non volendo tuttavia disperdere il materiale raccolto sugli edifici minori, ho deciso di offrirlo gratuitamente ai frequentatori di Historiafaentina.it. Ogni pezzetto di storia della nostra città secondo me è prezioso, anche se si tratta della più povera casetta o bottega. Spero di aver fatto cosa gradita e auguro a tutti buona lettura. (Leggi le schede)

La copertina del libro.

Oro, fuoco e forca dalla Peste Antonina al Coronavirus

LE EPIDEMIE NELLA STORIA DI FAENZA

Gabriele Albonetti - Mattia Randi


    Questo libro propone al lettore una passeggiata attraverso due millenni di storia di Faenza, con frequenti finestre sul mondo, l’Italia e la Romagna, per raccontare delle “altre volte” in cui i nostri antenati si sono trovati drammaticamente a fare i conti con epidemie e pestilenze, devastanti per la vita individuale e collettiva e per lo spirito pubblico. Dalla Peste Antonina alla Peste di Giustiniano, dalla Morte Nera alla Bissa Bova, dal Colera alla “Spagnola”. Si tratterà dell’oro, del fuoco e della forca, cioè delle modalità di governo politico e sanitario delle emergenze, delle reazioni del popolo disperato e del ricorso sistematico al Signore Iddio, alla Madonna e ai Santi, per averne conforto e liberazione.
Ci faremo largo attraverso i faticosi progressi della scienza medica, ai quali molti scienziati e dottori faentini e romagnoli hanno dato un rilevante contributo. Senza trascurare il permanere di una strisciante irrazionalità popolare, alimentata dal panico e dalla paura, alla ricerca persecutoria di capri espiatori, di “untori” a cui dare la colpa per morbi che non si riusciva a debellare. Molto è cambiato ma, nella profondità dell’animo umano, c’è qualcosa di immutato e immutabile.

Gabriele Albonetti è stato per molti anni amministratore pubblico e parlamentare; per Il Ponte Vecchio ha pubblicato L’acqua e le rose, vita del sindaco Lombardi, e ha curato, introdotto e contribuito a scrivere la Storia di Faenza (2018).
Mattia Randi è appassionato e studioso di storia. Autore di alcune monografie e articoli apparsi su riviste e libri. Per Il Ponte Vecchio ha scritto i capitoli della Storia di Faenza (2018) dedicati ai secoli dall’XI al XVI secolo.



GLI AUTORI HANNO  DECISO DI
DEVOLVERE INTERAMENTE GLI
INTROITI DEI LORO  DIRITTI
ALLA PUBBLICA ASSISTENZA DI FAENZA
pp. 152, euro 13,00

Un viaggio a 360° per la
piazza di Faenza

    
Storia e immagini della
 città che la guerra ci tolse
    
Alla scoperta delle Fontane di Faenza
riscoprendone la storia

LA PIAZZA - FAENZA 360°
Marco Santandrea
- Paolo Morelli

   Andate nella Piazza di Faenza e fate un giro su voi stessi: bastano 360 gradi per vedere le meraviglie che circondano il cuore della città e per fare un viaggio nel tempo. Un viaggio che parte più di 2000 anni fa e viene raccontato dai mattoni dei palazzi, dalle pietre delle strade, dalle colonne dei porticati.

LE FONTANE DI FAENZA
Giovanni Ferro

   II presente lavoro volutamente si presenta come "album" da sfogliare corredato da alcune didascalie essenziali.Le immagini selezionate spesso sfilano nella nostra realtà quotidiana, sotto gli occhi di tutti, ma per colpirci hanno bisogno di essere in qualche modo isolate e fermate nella immobilità della pagina di un libro. Altre volte le stesse immagini ci sono completamente sconosciute e la loro scoperta ci meraviglia. La freneticità della vita quotidiana ci porta spesso ad ignorare il testo scritto e quindi a sfogliare velocemente le pagine di un libro, di un giornale, di una rivista alla ricerca di una immagine che ci racconti, ci rammenti, ci colpisca o ci faccia semplicemente riconoscere o ricordare il soggetto rappresentato. Mi auguro che questa rassegna di foto delle "Fontane di Faenza" venga apprezzata oltre che come semplice catalogo, anche come motivo di scoperta/riscoperta del monumenti della nostra città, non sempre conosciuti ed apprezzati, anche se da tempo o recentemente realizzati.

FAENZA RITROVATA
Mauro Gurioli

  Questa è la Faenza che non potete più vedere dal vivo. Parti della città cancellate o ferite dalle devastazioni della guerra, simboli del nostro passato e della nostra identità; 55 luoghi da rivedere com'erano prima del 1944, grazie a 148 immagini che li mostrano intatti e a precise sintesi storiche che ne raccontano l'anima: dall'origine, alla distruzione, all'eventuale ricostruzione. Completano la ricerca un diario di ciò che accadde a Faenza tra il rnarzo 1944 e l'aprile 1945 e le "mappe della memoria faentina". Queste ultime permettono di localizzare le antiche Porte, chiese e campanili, palazzi, caseggiati, sobborghi, opere pubbliche... a 75 anni dalla Liberazione della città, un libro per non dimenticare.




Un archivio di immagini della città




Una cronaca dei fatti, dei luoghi, delle persone, degli aspetti politici e sociali di Granarolo Faentino

GRANAROLO COMUNE
IN EPOCA NAPOLEONICA

1804 - 1816
Carlo Tanesini - Stefano Tanesini - Remo Vassura


   Questa pubblicazione è il frutto delle pazienti ricerche effettuate da Carlo Tanesini negli ultimi anni della sua vita. Queste ricerche, effettuate principalmente nella Biblioteca Comunale di Faenza ma anche presso altri enti pubblici e privati, sono state ordinate corrette ed assemblate dal figlio Stefano e da Remo Vassura: il risultato è ciò che potrete leggere qui di seguito. Pensiamo di essere riusciti ad ottenere un lusinghiero risultato e ci teniamo a rimarcare che la nostra è stata solo un’opera di sistemazione e ordinamento degli appunti scritti a mano da Carlo Tanesini. Perciò lasciamo al lettore il compito di approfondire ed eventualmente verificare quanto riportato.
   Durante questo lavoro siamo venuti in possesso di un volumetto dal quale abbiamo preso diversi spunti integrativi. Lo riteniamo molto importante per le preziose informazioni contenute circa il nostro paese: si intitola Granarolo di Faenza con sottotitolo II Castello e la nuova Chiesa, Memorie Storiche scritto dal Prof. Don Antonio Bedeschi ed edito nel luglio del 1899. Esso venne stampato allo scopo di ricavare introiti in occasione dell'inaugurazione della nuova Chiesa - appunto nel 1899 - che andò a sostituire la vecchia Chiesa demolita. Ne abbiamo inserito alcuni estratti riguardanti il capitolo sul cimitero di Granarolo. Inoltre dagli Annali della città di Faenza, di Bartolomeo Righi, III Volume, abbiamo estratto alcune parti che hanno integrate i capitoli riguardanti I'ingresso dei francesi e di Napoleone Bonaparte a Faenza.  (Leggi la presentazione del libro)



La copertina del libro.

Una monografia dedicata alle famiglie storiche faentine

FAMIGLIE ILLUSTRI DI FAENZA

Domenico Savini - Andrea Tanganelli


   La storia delle città, quale ne sia o ne sia stata la dimensione, soprattutto a muovere dal Medioevo, è segnata prevalentemente dai membri delle famiglie patrizie, che non solo hanno dato lustro e onore ai propri casati, ma anche hanno contribuito significativamente allo sviluppo della comunità e  inciso sulle forme del governo, del quale divenivano protagonisti per virtù del loro prestigio, delle loro ricchezze e del conseguente potere politico esercitato nelle assemblee comunali. Così è  per Faenza, città intorno alla quale molto è stato scritto fin dall'età dei codici manoscritti, specie in riferimento alla grande perizia nell'arte della ceramica, agli artisti che vi operarono, così come al nascere dei palazzi patrizi che ne definirono il volto. E tuttavia, non è esistita fin qui una sola monografia dedicata alle famiglie illustri faentine. Se per necessità di chiarezza questo libro si struttura in base a un precise ordine genealogico, non intende tuttavia proporsi come un manuale di araldica faentina. Non vi sono infatti descritte solo le famiglie insignite di titoli nobiliari o quelle ascritte al patriziato: vi figurano anche i casati i cui membri - pur non avendo ricevuto titoli da parte delle signorie o dei vari governi - legittimano la loro presenza a ragione della loro azione, delle opere nate per loro merito ed entrate a far parte del patrimonio faentino, contribuendo in tal modo ad arricchire la storia, il patrimonio e il volto di una delle maggiori città della Romagna.


Alla scoperta di uno dei più interessanti palazzi storici della città

Arcadia di faïence

Carmen Ravanelli Guidotti
 
 Faenza ha dato all'arte ceramica, nel corso dei secoli, esempi di grande qualità e innovazione di gusto, talvolta non sufficientemente conosciuti, studiati o valutati nel quadro più generale della cultura peninsulare, con la conseguenza che autentici capidopera, custoditi nel bozzolo della sua cerchia cittadina, hanno finito per restare nell'ombra, ritardando in tal modo il loro meritato processo divulgativo. É il caso del pavimento in maiolica della cappella privata di palazzo Ferniani a Faenza, al quale il presente lavoro intende dedicare queste pagine, sia per farlo conoscere nella sua rara qualità artistica sia per lumeggiare con esso i progressi e i traguardi del '700 faentino, che si conferma ricco di fermenti culturali e feconda premessa alla più nota e celebrata stagione neoclassica. La prima parte del volume comprende contributi di Lucio Donati, Marcella Vitali e Valentina Mazzotti, mirati a delineare un quadro storico-artistico contestuale all'opera. Segue un ampio saggio, curato da Carmen Ravanelli Guidotti, in cui si analizzano aspetti utili alla lettura complessiva del pavimento: tipologia, datazione, artefici e repertorio figurative. Una seconda parte del volume è dedicata al catalogo dei 187 mattoni figurati, al fine di far emergere tutto il valore inventivo del repertorio elaborate nel complesso pavimentale faentino: un'ideale Arcadia d'evasione, emblematica espressione della poetica e della grazia profana assurta nel '700 a stile.



Due mostre allestite al "Voltone della Molinella" negli anni 1987 e 1990

Nell'ottobre del 1614 l'acqua zampillò al centro della Piazza
tra il tripudio dei faentini.



Fin dal quattrocento la pavimentazione in acciottolato
era diffusa in numerose piazze e
strade comprese dentro le mura
cittadine e solo nell'ottocento si
passò a sistemare i quattro corsi.
Il Fonte Monumentale di Ennio Golfieri
    Si può supporre che Faenza romana avesse il suo acquedotto fin dalle origini nel secondo secolo a.C. Resti delle tubazioni di piombo sonoo stati trovati nel secolo scorso lungo gli assi di via S. Maria degli Angeli e di via Tonducci che coincidevano coi decumani romani paralleli a quello principale situato lungo l'asse della via Emilia. Quei resti di tubi di piombo per acquedotto si trovano proprio nel settore più antico del quadrato romano, quello a monte, verso le colline dalle quali l'acquedotto era derivato. Detto acquedotto, che si sarà ampliato in epoca augustea ed imperiale, deve aver continuato a funzionare fin verso il VI sec. d.C, fin quando tutta la struttura urbana della romanità cominciò ad entrare in crisi e si sfasciò a causa dell'imbarbarimento della vita comunitaria ma anche per calamità naturali come terremoti, inondazioni, incendi. L'abitato di Faenza medievale ebbe, rispetto all'epoca romana, una riduzione notevole e le strutture urbane raggiunsero un fortissimo degrado con condizioni di vita assai misere. Si viveva fra casupole in gran parte a struttura lignea ricoperte di erbe palustri e gli uomini vivevano assieme alle bestie in spazi assai ristretti serviti per l'approvvigionamento idrico da pozzi disposti sui crocevia o all'interno delle case, sovente con un pozzo in comune al confine delle medesime. Le condizioni igieniche erano pertanto spaventose e le malattie infettive procuravano lutti a non finire. Questo stato di cose durò per tutto il Medioevo, dal VI al XIV secolo circa. Qualche miglioramento si ebbe nel periodo rinascimentale manfrediano ma fu, dal punto di vista igienico-sociale, ben poca cosa e solo nel Cinquecento avanzato si ebbe un risveglio di vita civile più confortevole. Fu proprio nell'ultimo quarto del XVI secolo che la Magistratura faentina si allineò coi nuovi tempi della vita culturale, scientifica, sociale italiana ed europea, decidendo di rinnovare l'assetto urbano anche con l'apporto di una condotta d'acqua potabile fino al centro della città. La proposta di cercare l'acqua nelle vicinanze a monte di Faenza fu fatta dalla Magistratura nell'anno 1583 al Padre Domenico Paganelli dotto architetto e ingegnere del nostro convento domenicano di S. Andrea; questo frate domenicano di nobile famiglia faentina fu una delle personalità di maggior spicco nella vita artistica e culturaledel tardo Cinquecento a Faenza. (Continua)
Articoli Correlati:
 Descrizione del Fonte Monumentale
Una multa e la prigione a chi minaccia alla Fontana
La Fontana è del Paganelli o di Castelli?
La Fontana Monumentale seicentesca ideata di Domenico Paganelli
Vecchi selciati - Ufficio Tecnico Comunale
    Le foto di archivio rendono ancora viva l'immagine di Faenza «vecchia», così come era circa mezzo secolo fa. È possibile rivedere il centra cittadino e la piazza pavimentata con acciottolato di fiume e la pietra di luserna che delimita i marciapiedi laterali e le campiture del semplice disegno geometrico in cui era divisa la piazza.
Fin dal quattrocento la pavimentazione in acciottolato era diffusa in numerose piazze e strade comprese dentro le mura cittadine e solo nell'ottocento si passò a sistemare i quattro corsi e alcune vie laterali ricavando nella sede stradale due percorsi pedonali pavimentati con grosse lastre di pietra di luserna. Ancora oggi, nascosta sotto un leggero strato di bitume, troviamo testimonianza di questo tipo di pavimentazione e possiamo apprezzare nella sua bellezza il valore cromatico della pietra di luserna che troviamo integra, sotto i portici della piazza o anche in alcune recenti realizzazioni (loggiato, teatro, largo Toki). (Continua)












I libri che non potete non avere

     Qui di seguito un elenco, il più vasto possibile, di testi  riguardanti la storia di Faenza editi a partire dal 1840. Si tratta di opere generali concordemente ritenute valide, in alcuni casi con parti inevitabilmente superate da successivi aggiornamenti ma in ogni caso ancora interessanti da un punto di vista documentario. (continua)
 
Soppressioni napoleoniche
a Faenza
Testi di
Stefano Saviotti - Monica Naldoni
 
Il libro più venduto

Il Borgo Durbecco di Faenza
di
Giuliano Bettoli - Enzo Casadio - Miro Gamberini
Stefano Saviotti - Massimo Valli


Il toponimo Borgo Durbecco di Gilberto Casadio
  









Il libro piu consultato dagli storici
di
Messeri Antonio - Calzi Achille
Faenza nella storia e nell'arte
Tipografia Sociale Faentina, Faenza 1909
"Noi leggiavamo un giorno per diletto..." Dante, Inferno c. V

Guarda la video presentazione del libro

ARCHIVIO : Presentiamo un libro





Opuscoli di Historia Faentina scaricabili :
    




Luigi Solaroli
Notizie storiche faentine dall'anno 89 al 1499
Miro Gamberini - Vittorio Maggi
Elena Teresa Cassandra Naldi

Miro Gamberini - Stefano Saviotti
Dal Ponte d'Arco al Ponte Rosso
Roberto Marocci
Pietro Melandri i pannelli di ceramica del
"Ritrovo caffè Irrera" di Messina

APPROFONDIMENTI  SULLE  EPIDEMIE
Giuseppe Dalmonte
Faenza al tempo del colera nel 1937
Roberto Marocci
La Beata Vergine delle Grazie nelle case faentine
Giuseppe Porisini
Il colera morbus del 1835-36 visto da Faenza

«La pestilenza è un vapore velenoso concreato nell'aria, inimico dello spirito vitale...»
Dal libro di Marsilio Ficino Fiorentino (1433-1499),
 «Contro la Peste - Insieme con Tommaso del Garbo, Mengo da Faenza*,
e altri Autori, e Ricette sopra la medesima materia»
*Bianchelli Mengo da Faenza (1440 ca - 1520 ca)

Recensioni
Stefano Saviotti
"Le mura di Faenza"

Paolo Campana
"Con ogni diligenza
corretto e stampato"


Mattia Randi
"Faenza coloniale"

Alberto Fuschini - Mattia Randi
"Faenza e l'oltremare"

Stefano Saviotti
"Faenza sotterranea"


Articoli  del sito più letti


L'antica chiesa gotica dei Servi a Faenza di Marco Cavina

La ricostruzione della Torre Civica di Vittorio Maggi - Enrico Nonni
La Romagna: nomi e confini di Gilberto Casadio

Sobborgo Marini di Stefano Saviotti

Ceparano: mito, storia e realtà di Michele Orlando

Il «Ponte Nuovo» ricostruito in tre mesi di Enzo Casadio - Massimo Valli

L'epopea degli scariolanti di Angelo Emiliani
Don Antonio Pirazzini al servizio di Dio e della Patria di Enzo Casadio

È arrivato Napoleone, pronta la stanza a Palazzo di Annalisa Reggi

L'Ospedale Civile e la Madonna del  Roseto di Pietro Melandri di Roberto Marocci

La guerra d'Ungheria in alcuni documenti notarili faentini del 1595-96 di Miro Gamberini
Da Bagnara a Brisighella, i castelli più belli di Sandro Bassi

l grattacielo di Eugenio Berardi: sognare il cielo di  Ennio Nonni
Alle origini di un castello Manfrediano: le strutture difensive trecentesche di Solarolo di Lucio Donati
Le due Olimpie di Marcella Vitali
Giuseppe Afflitti, l'ultimo luogotenente del Passatore  di Giuseppe Dalmonte
Una questione di orgoglio di  Giorgio Bassi
Francesco Carchidio l'eroe di Cassala  di Salvatore Banzola
Come nacque l'Istituto Professionale per l'Agricoltura di Persolino di Luigi Solaroli
Fra Sabba, ma chi è costui? di  Santa Cortesi

Pinacoteca Comunale Faenza.
Marco Palmezzano (1460-1539)
San Girolamo - San Ambrogio ?


Pinacoteca Comunale Faenza.
Particolare dell'opera del
Maestro della Pala Bertoni.


Navigando nel web


Storia di Castel Bolognese
 
  
Il sito da 15 anni in rete, recentemente rinnovato graficamente, è un punto di informazione culturale e storico su Castel Bolognese. Utile per approfondire la storia e la cultura del territorio è raggiungibile all'indirizzo:



www.castelbolognese.org





Storiaestorie

Il sito vuole essere principalmente uno strumento didattico. Nelle pagine via via pubblicate, una serie di  materiali elaborati nel corso della mia esperienza di insegnante. L'obiettivo che mi sono proposto è quello di offrire materiale di studio e di approfondimento, con particolare attenzione alla storia contemporanea.
Trovano spazio, inoltre, link e strumenti utili nonchè notizie di attualità. Il sito ha un corrispettivo sul piano della letteratura, in LetteraTureStorie.

Vai al sito Storiaestorie

          
 Pinacoteca Comunale di Faenza - Museo d' Arte - su FACEBOOK   
 
  
Il più  antico istituto della Romagna, costituito nel 1796, dove "c'è la storia di una città che è stata una capitale artistica". Una storia illustrata da 200 opere d'arte, dalla Croce dipinta del 1200 a Donatello e ai capolavori del Rinascimento, fino ai quadri del grande novecento italiano di De Chirico, Savinio, e Morandi.

 
  
La Pinacoteca ha aperto la pagina ufficiale su Facebook constatando come anche questo  social media abbia davvero trovato il modo di tenere in collegamento anche le istituzioni museali con il suo pubblico.
La possibilità di aprire pagine specifiche come museo d'arte si è aggiunta alle altre agevolazioni social riconosciuti da tutti gli utenti.
Nella pagina realizzata è già oggi possibile cliccare nel  riquardo della testata "guarda il video" per vedere Federico Zeri che consiglia la visita ad uno dei più importanti capolavori della Pinacoteca: il San Girolamo di  Donatello.
Inoltre sono già disponibili nella pagina facebook le informazioni relative alle prossime iniziative in programma. Clicca anche tu Mi Piace nella pagina Facebook, resterai in contatto con la Pinacoteca Comunale di Faenza. Se hai delle proposte scrivi una email, sarà gradita.

   
Diamo voce alla cultura della nostra città

     Pagine il cui contenuto è particolarmente
attinente alla storia culturale di Faenza
.
Vecchie immagini che raccontano un passato di
avvenimenti e fatti che il nostro presente non può
lasciare nell'oblio.






Associazione Museo
del Risorgimento - Faenza

Torre dell' Orologio








Gruppo pubblico: Cesena e la Romagna
 
  
Foto e notizie storiche sulla Romagna

Cesena e la Romagna

Informazioni






"....fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza".
(Dante, Inferno, c. XXVI)

   Siamo un gruppo di appassionati e ricercatori amanti delle tradizioni e della cultura locale. Questo portale web ha l'intenzione di proporre la storia, la cultura e le tradizioni faentine, perché conoscendo il passato si può comprendere il presente. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità di materiale e contributi, e non è pertanto, un prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'Art. 1, comma III della legge 62 del 7 marzo 2001. I vecchi post rimarranno sempre consultabili, sotto ciascuna categoria, prossimo aggiornamento previsto settembre 2019. Contattaci a: info@historiafaentina.it

Museo del Risorgimento e dell'Età Contemporanea - Faenza




Museo
del  Risorgimento
e dell'Età
Contemporanea

Faenza

Il Museo del Risorgimento e dell'Età contemporanea inaugura la nuova sala dedicata a Francesco Carchidio Malavolti: medaglia d'oro al valore militare, Capitano nello Squadrone cavalleria coloniale "Penne di Falco", morto a Cassala (Sudan) il 17 luglio 1894. La sua fama è legata a due eventi. Anzitutto fu il primo italiano che riconobbe come proprio il figlio illegittimo che aveva avuto da una donna eritrea durante il servizio militare, facendo di lui un cittadino italiano.
Questi era Michele Carchidio Malavolti, il primo italo-eritreo, nato nel 1891, nominato erede per testamento nel 1893, futuro tenente colonello del Regio Esercito Italiano. Della sua crescita ed educazione, essendo morto nel frattempo il padre, si prese cura la zia paterna, la contessa Pazienza Laderchi Pasolini dall'Onda.



Lancia Abissina.



Al Museo del Risorgimento una sala dedicata al Capitano Francesco Carchidio
In secondo luogo divenne noto e parte della cultura popolare italiana della prima metà del XX secolo per essere morto valoramente
nella presa della città sudanese di Cassala, avvenuta con successo il 17 luglio 1894, grazie alla sconfitta dei dervisci del Mahdi, che qui si erano precedentemente opposti agli attacchi britannici. Con la sala dedicata alle Guerre coloniali, l'ultima riferita all'Ottocento, si giunge a complemento del percorso espositivo riferito al "periodo risorgimentale" che termina, convenzionalmente, con la Grande Guerra del 1915-18. (continua)








A sinistra, scimitarra Abissina,
al centro una vetrina della Sala Carchidio e una sala del Museo del Risorgimento, la galleria di Amore e Psiche, a destra, sciabola Mod. 1880, e pugnale Afar.









Siti Consigliati


Torre di Oriolo

Marco Cavina

Amici della Fontana di Faenza

Biblioteca Manfrediana Faenza


Pro Loco Faenza

Comune di  Faenza


FotoFaenza


Museo di scienze naturali Malmerendi


Museo Internazionale delle Ceramiche
 
Ultimo aggiornamento effettuato maggio 2020


Personaggi Storici Storia Medioevale
Storia Moderna
Monumenti
Libri