HISTORIA FAENTINA
Panorama di Faenza da: Colonia Esperide (particolare) Biblioteca Comunale Manfrediana di Faenza.

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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Il mio ricordo di Giuliano Bettoli

Giuliano...

di Miro Gamberini

  Per parecchi anni ogni mattina, andavo nel suo butighì (studiolo) di via Castellani, ove amichevolmente parlavamo di avvenimenti e fatti storici riguardanti Faenza, degli articoli che doveva scrivere, della domanda che una persona incontrata in Piazza gli aveva posto, e conseguentemente dell’articolo che anche lui incuriosito dall’argomento avrebbe scritto. Quando il fatto era storico voleva approfondire la ricerca, con testimonianze e mi chiedeva di verificare chi in precedenza aveva scritto sull’argomento, raccomandando sempre che “anche la Minghina” deve capire. Una scrittura “colloquiale” che come recentemente ha definito Sandro Bassi sono“...espressioni che suonano un po’ di licenza poetica e un po’ di anomalia grammaticali…” ma di una semplicità estrema, una grafia che condita con il dialetto, permetteva ai suoi lettori di immergersi in quell'atmosfera che è propria della nostra città, ove in una frase di dieci parole sette sono pronunciate in dialetto.  (continua)


Giuliano Bettoli.

La storia della chiesa di S. Sigismondo dai Cavalieri Templari al Conte di Vitry

Lo sapete dov'è S. Sigismondo?

di Giuliano Bettoli

    "Bettoli, ma come si chiama quella chiesina in viale Marconi, dove c'è il negozio della fiorista Giovanna?" Credetelo se vi pare: ohi, il nome non mi è venuto! Mi sono avuto da far compatire! Perché? Ma perché ce l'avevo sulla punta della lingua il nome di quella chiesa lì! Ciò, lo so bene che, ai tempi dei tempi, quella chiesina apparteneva ai Cavalieri di Rodi (poi di Malta), quando loro avevano anche la nostra chiesa della Commenda del Borgo. E difatti, dopo un po', pensa che te pensa, il nome mi e venuto. Ma voialtri - adesso parlo coi lettori de II Piccolo - lo sapete proprio tutti che quella chiesa lì si chiama San Sigismondo? (continua)


San Sigismondo.

La chiesa di San Sigismondo, la storia

di Vittorio Maggi

    Ancora oggi con i documenti in nostro possesso non è possibile conoscere la data esatta di origine di questa chiesa anche se S. Sigismondo assieme all'Ospedale del Cerro vengono già ricordati alla fine del XII secolo; infatti la tradizione, sulle testimonianze del Tolosano, vuole che nella chiesa di S. Sigismondo fossero portati gli stendardi donati dal Conte di Vitry ai faentini dopo la storica vittoria ottenuta ai danni dei ravennati con l'aiuto appunto del nobile francese (1° maggio 1080). La chiesa che fin dalla sua nascita non fu altro che un piccolo tempio allora era di proprieta dei Cavalieri Templari e dipendente dell'Ospizio del Santo Sepolcro in Borgo. (continua)


San Sigismondo, interno.

Una città da sempre indocile alla dominazione pontificia

La situazione politica a Faenza fra il 1848 ed il 1870

di Nino Drei

  Il comune di Faenza conta, all’unità d’Italia, 35.592 abitanti equamente divisi fra città e campagna; la città è posta su di nodo stradale di rilevante importanza, a cinquanta chilometri da Bologna ed a cento da Firenze alla quale è legata da secolari vincoli culturali ed economici. Le idee, limitatamente ai tempi, circolano facilmente, l’economia, basata su alcune imprese di notevole fatturato, Fabbrica Maioliche Ferniani, Cartiera, Filanda e su moltissime attività artigianali di elevato livello è prospera. Allo stesso modo è ricca la campagna dove sia la piccola proprietà che la mezzadria sono diffuse; praticamente sconosciuto il bracciantato. Politicamente la città è sempre stata indocile alla dominazione pontificia: principale centro di eresia delle Legazioni nel ‘500, tanto che il pontefice Pio V minaccia di farla radere al suolo, sede di Loggia Massonica sin da metà settecento; giacobina ha il nome di un suo cittadino, il generale Filippo Severoli, scolpito nell’Arco dell’Étoile.  (continua)


Ferdinando Bucci. Il Moto delle Balze, olio su tela metà sec. XX.

Un battaglione con 700 volontari faentini guidati da Raffaele Pasi

La battaglia di Vicenza del 20 maggio 1848

di Paola Casta - Giorgio Cicognani

   Alla Battaglia di Vicenza partecipò, a sostegno dell'esercito piemontese, anche un battaglione con circa 700 volontari Faentini guidati da Raffaele Pasi, che partì da Faenza il 27 marzo. Per l'equipaggiamento, chi aveva i mezzi provvide per sè, mentre per gli altri concorsero i cittadini abbienti e le donne del popolo che offrirono i loro orecchini. Fra i volontari vi erano: Girolamo Strocchi, il conte Tampieri, i fratelli Gaetano ed Emanuele Carboni, il conte Francesco Zauli Naldi, il conte Achille Laderchi, i fratelli Vincenzo e Leonida Caldesi, Augusto Bertoni.  II 20 maggio 1848 il presidio alla difesa della città di Vicenza era composto dal Battaglione Civico di Faenza, dal Battaglione Civico di Lugo, dal Battaglione Alto Reno con due pezzi di artiglieria, dal Battaglione Civico di Ravenna, da due Battaglioni della III Legione Romana e dal Battaglione Universitario (arrivato alle cinque del mattino del 20 maggio): si trattava in tutto di cinquemila uomini, oltre alla Guardia Civica, comandati dal Colonnello Domenico Belluzzi, ex soldato napoleonico. (continua)



Achille Calzi. Battaglia di Vicenza.
Olio su tela, sec XiX prima metà.
Museo del Risorgimento e dell'età Contemporanea di Faenza.

Valoroso combattente delle guerre d'indipendenza

 Gen. Raffaele Pasi

di Rino Savini

 

       Nella casa contrassegnata dal n. 17, in via XX Settembre, a Faenza, nacque, il 9 dicembre 1819, Raffaele Pasi. La nobile famiglia mandò il figlio a Roma perché studiasse pittura; ma il giovane non era nato per stringere fra le dita pennelli, bensì per impugnare la spada. A Roma si mise a contatto con i gruppi liberali, trascurando la tavolozza e i colori. Richiamato a casa, frequentò i patrioti guidati dal cesenate Federico Comandini, che tanta parte e merito ebbe nel risorgimento romagnolo. II tentativo, fallito, del colonnello nizzardo Ribotty, di prendere in ostaggio il vescovo di Imola Mastai Ferretti, il futuro Pio IX, e i legati pontifici di Ravenna e Ferrara, Amat e Falconieri, accentuò la repressione e molti patrioti furono imprigionati, o costretti ad andare esuli. Raffaele Pasi riuscì a sottrarsi alla cattura «buttandosi contumace» come dicevasi allora. Pasi continuava la sua azione intesa a far proseliti per la giusta causa, onde essere pronto per una eventuale sommossa. L'occasione propizia sembrò arrivasse quando la città di Rimini fu occupata dai rivoltosi capeggiati da Pietro Renzi. Pasi, che era già d'accordo con don Giovanni Verità, per distogliere la forza pontificia da Faenza, decise di prendere il posto di dogana, sul confine tra la Romagna e la Toscana in localita Balze, sulla strada per Modigliana. (continua)                  





Gen. Raffaele Pasi.

Dalle torri e da altri eccelsi luoghi mirava il popolo le devastazioni...

1103 anno del primo storico assedio a Faenza
 e le battaglie con i  Conti di Cunio

di Miro Gamberini

   

    Il 1103 è l’anno del’inizio della lotta tra frazioni cittadine per il possesso della città di Faenza. Vengono cacciati Alberico di Guido di Manfredo, Rinaldo di Rambertino e Signorello d’Ugone ed altri nobili, le loro case vengono distrutte e incendiate. Alcuni trovano rifugio a Cunio, castello situato alla sinistra del fiume Senio nei pressi di Cotignola, altri a Ravenna. Il castello di Cunio comprendeva nel suo distretto: Donigalia, Barbiano, Zagonara e Granarolo. In questi luoghi i profughi non rimanevano inoperosi ma tramavano tentando di organizzare un esercito per riconquistare Faenza. Ravenna è quella maggiormente operosa in questa missione. Tonducci nell’Historie di Faenza a pag. 171, riportando le parole del Tolosano commenta così la macchinazione: “….raccolti gran somma di denari al medesimo Alberico, aciò con essa assoldasse, e conducesse ancora altri popoli, nò di Romagna solo, ma dalla Marca ancora, come in effetto egli fece nel 1103”. (continua)






Assalto alle mura di una città fortificata.

La chiesa condannava come usura qualsiasi tipo d'interesse

Monte di Pietà, gli ebrei e l'usura

di
Luigi Solaroli

    E’ risaputo che i Monti di Pietà, assieme all’altra istituzione dei Monti Frumentaria furono iniziative di un programma di riforme religioso-sociale, portate avanti dai francescani nella seconda metà del ‘400.
Il primo Monte fu istituito a Perugia nel 1462 e il primo Frumentario a Foligno nel 1488: del primo fu gran propagandista, ma del secondo fu vero ideatore fra Andrea Ronchi da Faenza, predicatore francescano morto ai primi del ‘500.
Faenza, nel XV secolo, viveva essenzialmente d’agricoltura, quindi non aveva grandi mercanti, né imprenditori sia nel commercio sia nell’artigianato. La mancanza di questi non permetteva l’esistenza delle banche, ma sviluppava l’esercizio di piccoli usurai locali, per far fronte all’esigenza di liquido molto richiesto.
Chi provvedeva a questa fisiologica «fame di denaro»? Un po’ tutti quelli che avevano un certo capitale liquido: mercanti, merciai, speziali, ma anche notai, osti, ed anche donne per lo più vedove che mettevano a frutto il capitale lasciato dal marito in nome dei figli minorenni.
(continua)



Marius van Reymerswaele (1490 - 1546), il Notaio.

La Torre del Pubblico con le sue campane scandiva la vita cittadina

La Torre del Pubblico (o Torre Vecchia)

di Marco Santandrea

    Nel corso dei secoli il cielo di Faenza ha visto alternarsi numerosi campanili e torri in buona parte scomparsi per i motivi più vari. Fino a duecentoquarant’anni fa in città svettava una torre che dal Medioevo in poi fu uno dei principali riferimenti della vita faentina: La Torre del Pubblico. La storia di questo monumento è strettamente legata a quella del Palazzo del Podestà, del quale faceva parte; la torre si trovava infatti in quella che oggi è la Piazza Martiri della Libertà, zona che un tempo era completamente edificata con costruzioni in parte a servizio proprio del Palazzo stesso. Più precisamente era posizionata in quella parte di Palazzo che oggi è riconoscibile per via dei laterizi più scuri.   (continua)
La Piazza di Faenza  nel 1400, con la veduta
del Palazzo del Podesta e della Torre Pubblica.

La lotta di una donna risoluta nel cercare il suo vero passato

Il Baratto di Modigliana

di Luigi Rivola

    La storia del baratto di Modigliana è ormai dimenticata dai più, ma sarà sempre — a dispetto di chi l’ha trattata e la tratta come una vicenda di poco conto — un capitolo molto importante nella storia della cittadina romagnola, al pari della grande battaglia del 204 a.C. fra i Galli e il console romano Appio Claudio, al pari delle gesta dei conti Guidi e della fondazione della storica Accademia degli Incamminati.
Il «baratto» risale al 1773, quando a Modigliana, in casa dei conti Borghi di Faenza, si ritrovarono per caso due donne: una francese, che col marito era ospite dei nobili faentini, e una italiana, che in quella casa lavorava come sguattera. Entrambe le donne erano incinte e prossime al parto. Nella stessa notte (la vigilia del Venerdì Santo del 1773), alla francese nacque un maschio e all’italiana una femmina, che fu chiamata Maria Stella. Nel volgere di pochi mesi dopo questo evento, il padre di Maria Stella, Lorenzo Chiappini, migliorò notevolmente, e misteriosamente, le condizioni economiche della sua famiglia, e nel 1777 si trasferì a Firenze, essendo stato nominato capo di una compagnia di arcieri dal  Granduca Leopoldo. Maria Stella fu educata a Firenze e frequentò scuole di danza e di canto. A tredici anni il padre la promise in sposa a un cinquantenne lord inglese che se ne era invaghito; il matrimonio fu celebrato e poco dopo la coppia partì per l’Inghilterra, per stabilirsi nel superbo castello di Glynllivon, dove Lord Newborough, lo sposo, presentò la moglie all’aristocrazia gallese col titolo di Marchesina di Modigliana. 
(continua)



Joseph Nollekens (1737-1823)
Busto di Maria Stella Chiappini
Museo d’Arte Moderna di Stoccolma.


Il Generale di Napoleone da lui decorato con la Legion d’Onore

Filippo Severoli

di Beppe Emiliani

    Il Conte Filippo Severoli nasce a Faenza nel 1762, giacobino entusiasta si innamora da subito della Rivoluzione Francese e per tutta la vita porterà sempre nel cuore i suoi ideali. Con la discesa di Napoleone in Italia, quando anche Faenza è assoggettata ai francesi, diviene uno dei membri del governo provvisorio di Romagna. Affascinato dalle imprese belliche del condottiero corso, si arruola nell’esercito e consegue in breve tempo il grado di colonnello. Nel 1800 è promosso generale di brigata e partecipa alla seconda campagna d’Italia. Nel 1806 partecipa all’occupazione del Regno di Napoli e ha un ruolo di primo piano nella repressione del brigantaggio. Nel 1807 viene mandato a coadiuvare il generale Pietro Teulié che con la sua divisione stringe d’assedio alla piazzaforte di Kolberg. Alla morte del Teulié, Filippo Severoli prende il comando delle operazioni. Il primo luglio le truppe italiane hanno finalmente ragione sulla guarnigione prussiana di Kolberg. Nel 1809 la divisione Severoli prende parte alla guerra della quinta coalizione sotto il comando di Eugenio di Beauhrnais. Combatte a Sacile il 16 aprile. In giugno si sposta in Ungheria e combatte nella battaglia di Raab. Dopo la vittoria in questa battaglia, cinge d’assedio 18.000 austriaci a Presburgo, impedendo a queste numerose truppe di combattere contro Napoleone a Wagram. E’ in seguito a queste campagne militari che a Filippo Severoli viene assegnata la Legion D’Onore e nominato conte dell’Impero da Napoleone stesso. Nel gennaio 1810 è inviato in Spagna per sostituire il generale Domenico Pino. (continua)



Filippo Severoli.

Un organaro di Faenza della seconda metà del Seicento

Giovanni Gualberto Ferreri Organaro di Faenza.

di Renzo Giorgetti

      Giovanni Gualberto Ferreri Organaro di Faenza, nacque intorno al 1620. Le prime notizie sulla sua attività, in assoluto, riguardano alcuni restauri compiuti negli anni 1650 e 1651 agli organi delle chiese di Foiano della Chiana e Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo. Il periodo successivo evidenzia il suo spostamento nella provincia di Grosseto. Negli anni 1653 e 1654 riparò infatti gli strumenti nelle chiese di Montieri e Massa Marittima. In quest’ultima località sostituì il crivello di sostegno delle canne allo strumento della chiesa di S.Agostino. Sempre nello stesso anno lo troviamo in provincia di Siena per un lavoro abbastanza importante. In data 13 novembre 1654 ricevette il pagamento di 70 lire per un restauro ai due organi del duomo di Colle Valdelsa:
«Gli organi del nostro Duomo, tanto quelli di piombo che di legno che sono tutti guasti».
Infatti, sul piede della colonna sinistra dell’ornamentoligneo dell’organo situato in Cornu Evangelii, è graffita la
seguente iscrizione: «Gio Gualberto Fereri da Faenza acordò l’organo l’ano 1654 e giustò il Flauto».
Analoga iscrizione si trova al centro del listello più basso nell’ornamento ligneo dell’altro organo in Cornu Epistolae. Nell’immagine pubblicata si vede l’organo in Cornu Evangelii del duomo di ColleValdelsa. Nel 1654 riparò l'organo del duomo di Grosseto. Una partita di debito dell’8 ottobre 1654 indica: «A Giovanni Guarberto Fererio organaro lire quattordici per haver rivisto l’organo della cattedrale et haverlo resarcito lire 14». (continua)


Organo della Concattedrale dei
Santi Alberto e  
Marziale di Colle Val d'Elsa .

I papalini opposero una resistenza precaria e i francesi dilagarono fino alle Marche

Napoleone entra in Romagna, 220 anni fa la  battaglia sul Senio

di Sandro Bassi

    Il 2 febbraio 1797, esattamente 220 anni fa, le truppe francesi entravano in Faenza, dando inizio a quell’importante parentesi storica – coincidente con l’affermazione dell’astro napoleonico – destinata a protrarsi fino al dicembre 1813. La «battaglia del Senio», che la precedette e che si risolse in poche ore del mattino del giorno 2, fu un episodio «minore» da un punto di vista militare, ma la sua portata simbolica e politica fu immensa. Essa vide un esercito «giovane», molto ideologizzato, sotto la guida carismatica di un generale quasi sconosciuto, il ventisettenne Napoleone Bonaparte, portatore degli ideali della Rivoluzione, contrapposto ad un’armata raccogliticcia e scomposta (di soldati coscritti misti a contadini con i forconi e a preti e frati con il crocifisso) con cui il vacillante Stato Pontificio cercava di salvare se stesso e i rottami della vecchia Europa.
    Piuttosto, la battaglia del Senio fu si l’inizio della «parentesi» ma anche l’epilogo, ampiamente annunciato, di una fase preparatoria iniziata un anno prima, marzo 1796, e che aveva visto i francesi penetrare in Italia con manovre fulminee e subito vittoriose – a Montenotte, a Dego, a Millesimo, fra Liguria e Piemonte – fino a dilagare nella pianura lombarda con la presa di Milano del 15 maggio. (continua)



Il generale Napoleone Bonaparte e i suoi
generali durante la prima campagna d'Italia.

La chiesa di S. Michele, perduto scrigno d'arte rinascimentale


La ex chiesa di S. Michele a Faenza

piccolo capolavoro perduto del Rinascimento

Stefano Saviotti

     Il periodo manfrediano fu senza dubbio uno dei momenti di maggior sviluppo della nostra città, e lasciò pure numerose testimonianze edilizie, purtroppo quasi tutte cancellate o parecchio alterate nei secoli seguenti. Tra queste, la più cospicua ed evidente è senz’altro la Cattedrale progettata da Giuliano da Maiano, ma non dobbiamo dimenticare la cerchia muraria, che ha contenuto lo sviluppo edilizio della città sino ai primi del Novecento, la Torre di Oriolo dei Fichi e la chiesa di S. Stefano Vetere. Meno nota, ma in realtà di notevole interesse artistico, è invece la chiesa parrocchiale di S. Michele, che al suo interno conservava pregevolissime opere d’arte rinascimentali, oggi perdute o disperse in vari musei e raccolte. La chiesa stessa, come si potrà vedere dalla ricostruzione che ho elaborato in base ad antichi documenti, costituiva un prezioso scrigno per tali opere, e non ci si può non rattristare per le vicende seguite alla sua soppressione, che hanno portato alla quasi totale trasformazione dell’edificio originale, oggi ridotto a pallido simulacro di ciò che era in origine. (continua)



La vergine e san Giovannino in adorazione del Bambino con i santi Domenico, Nicola da Tolentino, Ludovico da Tolosa e i donatori Niccolò Ragnoli, sua moglie e suo figlio. Tulsa Philbrook Art Center.

Nel 1313 i Manfredi salgono al potere, e lo terranno fìno al 1503

La Signoria dei Manfredi iniziò 700 anni fa a Faenza

di Santa Cortesi


A quasi un anno dalla scomparsa di Santa Cortesi, proponiamo
 un articolo scritto nel 2012 per la rivista "2001 Romagna"

Faenza, come del resto la Romagna, apparteneva alla Chiesa dal 1278 e i papi proclamavano su città e territori i loro diritti, come governo centrale non certo gradito ai sudditi. Quando signorotti locali usurpavano il potere, ciò che avviene nel processo di transizione da comune a signoria, e il papa è costretto a riconoscerli, li legalizza come vicari, titolo a tempo, non vitalizio, da rinnovarsi da ogni nuovo pontefice, e che implica il pagamento di un censo pattuito dal vicario con la Camera apostolica.
Il frequente mancato pagamento dà alla S. Sede un buon motivo per rimuovere i signori inadempienti e ripristinare il governo diretto. Le signorie che nascono nelle terre sottoposte alla chiesa sono quindi più precarie rispetto a quelle sorte in terre sottoposte all’impero. In un contesto complesso e inquieto di guerre, rivalità, emerge a Faenza (fra leggenda e storia dalla seconda metà dell’VIII secolo o più attendibilmente dopo il mille) la famiglia Manfredi di orientamento guelfo. Del nome si propone un’etimologia germanica magin frid o meinn frid dal significato di potenza e pace. Nel gennaio 1313 sale al Palazzo del popolo Francesco I il Vecchio come defensor populi, poi capitano del popolo al quale si appoggia contro i nobili. Vi resterà, pur con discontinuità,  sino al 1343. (continua)




Mino da Fiesole, Astorgio II Manfredi, National Gallery of Art, Washington, busto epigrafato, datato e firmato, seconda metà del 1455.


Galeotto Manfredi oltre a collezionista di libri nutre interessi di tipo zoologico e naturalistico

Galeotto Manfredi, Lorenzo il Magnifico e una giraffa
 
del sultano d’Egitto ... tra Firenze, Fano e Faenza

 di Michele Orlando

     In un’epistola rarissima «ad Galeottum Manfredum de camelopardali», una lettera scritta dall’umanista di Fano Antonio Costanzi (fig. 1) al Signore di Faenza il 16 Dicembre 1486, viene inviata la descrizione particolareggiata e il disegno di una giraffa, vista viva dall’autore e girare per le vie di Fano in quello stesso anno, esemplare dalle magnificenti particolarità morfologiche. Costanzi fa ottime riflessioni, descrivendola in modo meticoloso e piglio artatamente zoologico ed erudito. La descrizione offerta a Galeotto è a dir poco curiosa e spettacolare, in quanto l’autore stesso conferma che a Fano una giraffa aveva afferrato «delicatamente la mano di bambine in giovane età, pane, fieno, frutta e cipolle, mangiandole con grande voracità, ho visto – continua il Costanzi a Galeotto – sollevare anche la testa per prendere ciò che gli spettatori le cedevano; perché la sua testa è all’altezza di undici piedi» (1).
Quale sia la ragione, dunque, di rivolgere al Signore di Faenza una lettera con simili contenuti esotizzanti? È nota la cultura altamente composita del Manfredi, sono note le sue raffinatezze culturali, specialmente nell’ambito della collezione bibliografica, visti i suoi numerosi contatti con umanisti e letterati del tempo. Il distintivo – sicuramente inedito – di questa lettera, per nulla nota al grande pubblico se non ai pochi eruditi del Settecento e ai bibliografi, è il fatto che Galeotto nutra interessi di tipo zoologico e naturalistico così specialistici, tali da metterlo in condizioni di scambiare notizie e informazioni profondamente erudite, sebbene informate della più genuina cultura classica. La lettera a Galeotto, infatti, altro non è che un’incursione colta dal mondo dell’antichità al Medioevo, con un costante confronto con le auctoritates classiche, latine e greche. Confronto che il Signore di Faenza riusciva a reggere con dignità e qualità. (continua)

Giorgio Vasari, Il Magnifico che riceve l'omaggio
 degli ambasciatori (Sala di Lorenzo il Magnifico,
Museo di Palazzo Vecchio, Firenze).


"... le predette falde son tutte di terra da fare boccali, come si dimostra in Val di Lamona..."

Leonardo da Vinci in val di Lamona

di Gian Paolo Costa

    La presente epoca del pontificato Bergoglio pare lontana molti anni luce - non solo  secoli (e non moltissimi!) - dai tempi dei Papi sovrani. Il 26 agosto 1492, ventritrè giorni dopo la partenza di Cristoforo Colombo per l'America (dove il genovese sbarcherà, il 12 ottobre), lo spagnolo Rodrigo Borgia viene incoronato Papa-Principe  della Chiesa: Alessandro VI , 214°  Papa. Era padre di sette figli, tra i quali passeranno alla Storia il primogenito Cesare (noto come "il Valentino", in quanto cardinale di Valencia e duca di Valentinois) e la figlia Lucrezia. Alessandro VI conduceva una vita da vero... sovrano laico e per questo venne duramente attaccato dal Domenicano Girolamo Savonarola, nativo di Ferrara, che fece la fine che sappiamo: impiccato e poi bruciato; le sue ceneri, assieme a quelle di fra Domenico e fra Silvestro impiccati prima di lui, furono sparse in Arno.
Il papa assecondò le ambizioni sfrenate di Cesare, che ambiva a un proprio ducato e aveva posto gli occhi sul Montefeltro e la Romagna. Il Valentino fu messo in grado di eliminare con estrema ferocia le signorie dei Montefeltro a Urbino, dei Malatesta a Rimini, di Caterina Sforza a Forlì e Imola, e dei  Manfredi a Faenza. Caduta Faenza nell'aprile del 1501, Astorre Manfredi e il fratellastro Giovanni Evangelista (coetaneo perché figlio di Cassandra Pavoni) furono chiusi in Castel Sant'Angelo: saranno strangolati e gettati nel Tevere l'anno successivo, insieme ai loro "maestri di camera".
(continua)


Boccale con stemma dei Manfredi.
Signori di Faenza. Maiolica,
fine sec. XIV - inizio sec. XV.

Un faentino nel mondo scintillante dell'avanspettacolo

Pietro Casadio  chiamato Piròn, artista del varietà

di Angelo Emiliani

  In comune col grande Bagonghi - ovvero Andrea Bernabè - Pietro Casadio aveva le origini faentine, la passione per lo spettacolo e la statura: i suoi 127 cm da capo a piedi contro i 110 dell’altro. Non riuscì a eguagliarne la fama, ma un posto gli spetta comunque nella galleria dei romagnoli che si sono fatti strada a dispetto delle mille difficoltà contro le quali hanno dovuto combattere tutta la vita.
Nato l’11 novembre 1900, risultò ben presto evidente la malformazione che una sorte maligna gli aveva riservato. Era però sveglio ed intelligente, così che il padre Luigi pensò bene di avviarlo agli studi per dargli un avvenire che non lo costringesse a lavori manuali e faticosi per i quali non era certamente tagliato. I progetti però naufragarono già alla terza elementare: Pirón - così lo chiamavano, anche se sarebbe stato più appropriato Pirì - di libri e quaderni non volle più saperne.
Fu allora mandato a bottega dal calzolaio Virgiglini, presso il quale imparò il mestiere dimostrandosi volonteroso ed abile con trincetto, lesina e spago. La sua costituzione fisica e il consiglio del medico non gli permisero di continuare. Nell’età in cui gli altri stavano prendendo la loro strada, lui si ritrovava a partire daccapo.
Capitò che una sera, tornando a casa dal teatro dove aveva assistito alla rappresentazione di un’opera lirica, incominciasse a canticchiare i brani delle romanze che gli erano rimasti in testa. Scoprì di avere orecchio e una bella voce, gli piaceva. Fu quasi una folgorazione, ecco cosa poteva fare: darsi al canto. Prese le prime lezioni dal maestro del teatro Apollo di Forlì, un certo Bianchi, poi fu il comico napoletano Bisaccia a insegnargli i rudimenti della mimica.
(continua)
 

Pirò, ovvero Pietro Casadio.

I faentini, son ribelli anche nella scelta dei loro santi

Notizie su quattro Santi venerati a Faenza

San Maglorio - Sant'Omobono - San Nevolone - Santa Umiltà
 
di Rosarita Berardi

    Faenza è città nota sul territorio nazionale – oltre che per le sue ceramiche - per essere una “mosca bianca” e cioè una roccaforte del potere di stampo cattolico. In sostanza, una buona serva della Chiesa romana.
La Romagna (attenzione: non l'Emilia-Romagna) è una regione caratterizzata da aspetti particolari. Ad esempio i suoi confini geografici, da sempre nebulosi... in un certo senso anche la nebbia, un tempo onnipresente, ha le sue responsabilità nella faccenda ma certamente ne hanno di più quelle acque lagunari – oggi bonificate – che si allungavano invadenti fino nel più profondo entroterra, confondendo e deviando strade e percorsi. Non è stata da meno la “pgnadona” (la pinetona) che cingeva Ravenna, impenetrabile e malarica barriera che isolava il capoluogo romagnolo. Ravenna ha forti tracce levantine (basta pensare ai bizantini) perché le sue relazioni commerciali si dipanavano più verso il mare che verso le paludi retrostanti. Nel corso dei secoli la Romagna non ha mai avuto una configurazione amministrativa autonoma e quindi confini propriamente detti, ha bensì subìto quelli imposti da centri di potere esterni. Da un punto di vista geo-cartografico, il territorio cosiddetto romagnolo rispecchia una situazione politica e di confini estremamente frammentaria e di divisioni amministrative costituite dal Ducato Estense, dalle Legazioni (di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì) dello Stato Pontificio e dai comuni inclusi nel Granducato di Toscana.
(continua)


i quattro Santi: Sant'Umiltà, San Nevolone,
 Sant'Omobono e Sant Maglorio. 

A Faenza nel 1819 viene realizzato il "cavallo meccanico a tre ruote" prototipo della bicicletta

Il velocimano costruito a Faenza da Giuseppe Sangiorgi

di Giuseppe Dalmonte


    Tra i numerosi appellativi affibbiati alla Romagna nel secolo trascorso, quello più appropriato e attuale è senz’altro “terra dei motori e della bicicletta” per motivi a tutti noti. Se rivolgiamo invece lo sguardo al periodo pionieristico della bicicletta (cioè agli ultimi due decenni del XIX secolo) dobbiamo menzionare almeno i nomi del poeta Olindo Guerrini (alias Lorenzo Stecchetti, 1845-1916) e dello scrittore faentino Alfredo Oriani (1852-1909), l’entusiasta cantore del rivoluzionario veicolo. Celebrato in La Bicicletta nelle sue molteplici forme di velocipede, triciclo, tandem e bicicletta, alla quale lo scrittore ha dedicato pagine vibranti sulle sue appassionate galoppate appenniniche e qualche cenno storico sulle principali fasi evolutive della macchina da ‹‹giocattolo a strumento capace di superare il cavallo e di lottare con il treno››. L’Ottocento della rivoluzione dei mezzi di trasporto ha conosciuto due fasi distinte in questo particolare settore: il velocipedismo prima e il ciclismo poi, decollato però solo nella fase finale del secolo e all’inizio del XX con l’affermazione universale della bicicletta. (continua)

Velocimano.

Risalgono agli  inizi dell'800 le prime  pipe in terracotta prodotte a Faenza

La produzione della pipa a Faenza

di Stefano Dirani - Giuliano Vitali


    
Nell'intera gamma dei prodotti ceramici a Faenza non mancò quello delle pipe in terracotta. Già nell'Ottocento in Faenza esisteva una larga produzione di questi oggetti.
Le otto botteghe produttrici di pipe in terracotta lavoravano con sistemi artigianali, stampando ogni pipa a mano. Ma presto queste botteghe non riuscirono a sostenere i ritmi di produzione di altre fabbriche concorrenti, essendo queste ultime meglio organizzate, dotate com'erano di macchine che consentivano una produzione più alta e un sensibile contenimento del prezzo.
In poco tempo a Faenza si assistette alla chiusura di quelle botteghe che non vollero passare da una lavorazione a mano a quella con 1'ausilio di presse. Di tutto questo si accorse Francesco Borghi (1853-1933), che pensò di impiantare una fabbrica per produrre pipe con nuove macchine. II Borghi non aveva una tradizione specifica di questo lavoro, aveva fatto diversi mestieri: aveva viaggiato per l'Italia e, molto probabilmente, aveva visto fabbriche e macchine che producevano pipe. 
(continua)


Pipe in terracotta con cannuccia.

1940 la «Musica del Diavolo» conquista Faenza

Il jazz arriva a Faenza
Dedicato a Giovanni e Giuliano Todeschini

di Roberto Marocci
  
      Circa nel 1940 la musica jazz giunse in Romagna, terra culturalmente e musicalmente distantissima da quel tipo di espressione artistica. Si deve principalmente a Giovanni e Giuliano Todeschini l’arrivo a Faenza di quella «musica del diavolo». Erano tempi di oscurantismo, autarchia, leggi e discriminazioni razziali e, perciò, ascoltare e suonare pubblicamente musica di origine Americana o, peggio ancora Afro-Americana, era ufficialmente  proibito. Ma si sa, i giovani non si fermano di fronte a nulla, e giustamente sentono  il bisogno di conoscere, sperimentare specie i “tabù’”. Un parente dei Todeschini, che viveva lontano di Faenza, in qualche modo riusciva ad acquistare clandestinamente dischi prodotti negli Usa, in particolare di jazz, e quindi passava questo prezioso materiale a Giovanni e Giuliano. Costoro, amanti della musica e non solo, iniziarono a condividere l’interesse per la “nuova cosa” assieme ad una ristretta cerchia di amici, fra i quali alcuni compagni del Liceo Classico Torricelli.
(continua)
   


1947, caricatura dell'orchestra Farley.

17 dicembre 1944 il 10º Regimento Gurkha entra a Faenza

I Gurkha a Faenza

di Enzo Casadio - Valli Massimo

      La liberazione di Faenza viene comunemente attribuita alla 2ª Divisione neozelandese, che attraversò il Lamone il 16 dicembre 1944, non va comunque dimenticato che mentre i neozelandesi entravano in città dal Borgo, da monte arrivavano i Gurkha della 43ª Brigata Autotrasportata, formata dai secondi battaglioni del 6°, 8° e 10° Reggimento. I Gurkha, originari delle montagne del Nepal, dalla fine del 1700 servivano come mercenari nell'esercito inglese, in quanto erano legati da un debito di gratitudine alla corona britannica che li aveva difesi da una invasione cinese. Il nome deriva da quello della città nepalese di Gurkha dalla quale nel 1762 il principe Prithi Narayan partì per unificare il regno del Nepal dichiarando Katmandu capitale. Alcuni reparti erano anche inquadrati nelle tre divisioni indiane che combattevano in Italia con l'Ottava Armata. Piccoli di statura e di aspetto quasi infantile, erano dotati di notevole resistenza fisica e di grande coraggio, spesso venivano impiegati quando il combattimento era più duro. In quel grande miscuglio di razze e nazionalità che componevano l'Ottava Armata i piccoli guerrieri nepalesi erano sicuramente i più forti ed i meglio preparati. Oltre alle armi di ordinanza portavano il Kukhri, una corta daga tipica delle loro regioni, dotata di una grossa lama ricurva, che nei combattimenti corpo a corpo diventava un'arma micidiale. (continua)


Gurkha dell' 8º Regimento del  IIº Battaglione
entrano in Faenza da Porta delle Chiavi.


 Entrato nella resistenza morì in combattimento a Gamogna

Bruno Neri, partigiano e calciatore della Nazionale Italiana

Redazione

 
   In occasione del 72° Anniversario della Liberrazione dell'Italia (1945-2017) dal governo fascista e dall'occupazione nazista, data fondamentale per la storia della Repubblica, per non dimenticare il peso dell'oppressione politica, gli orrori della guerra, il sacrificio di donne e uomini che in quegli anni lottarono per la libertà e la dignità del Paese  il quotidiano "La Gazzetta dello Sport" il 25 aprile 2017 ha raccontato la storia di un calciatore e  partigiano faentino Bruno Neri. Qui di seguito ne riportiamo l'articolo.
       Anche il giornale "Avvenire" alcuni anni prima il 24 aprile 2014  rievocando la Liberazione dell'Italia descrive la biografia di quattro atleti italiani che divennero celebri durante il Ventennio. Campioni sul campo, qualcuno rimase fascista fino alla fine, qualcun altro passò tra i partigiani, tutti persero la vita nella lotta che portò alla Liberazione e alla caduta di Mussolini. (continua)

Bruno Neri con la maglia della Nazionale (Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata).

Quando un'allarme aereo veniva segnalato da una sirena

La sirena di allarme

di Enzo Casadio -
  Massimo Valli

     Il 13 giugno del 1940, pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia a Francia e Inghilterra, la sirena dell’allarme antiaereo suonò per la prima volta nella nostra città.
Le tensioni fra gli stati europei, evidenziatesi alla fine degli anni ’30, facevano presagire la possibilità di un conflitto, così iniziarono i preparativi per la difesa contro le incursioni aeree delle città. Nel 1936, venne costituita a livello nazionale l’Unpa (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) che aveva il compito di emanare le disposizioni per la protezione delle città e di gestire i soccorsi. Doveva anche sorvegliare che venissero applicate le severe norme che regolamentavano l’oscuramento, per evitare che le città fossero visibili dall’alto durante eventuali incursioni aeree notturne.
Faenza era stata divisa in dieci settori a capo di ognuno dei quali c’era un responsabile che disponeva di una squadra di uomini da impiegare per prestare i soccorsi.  Il primo intervento dopo le incursioni era affidato ai Vigili del Fuoco e all’Unpa, mentre lo sgombero delle macerie e la messa in sicurezza degli edifici erano stati demandati alla Sacles (Società Anonima Cooperativa Lavori Edili e Stradali) che aveva la sede in via Tolosano. Agli operai della Sacles dovevano unirsi delle squadre di contadini, precedentemente organizzate. (continua)


La sirena sul tetto del Palazzo Comunale.

A Londra e in Cina le opere della Pinacoteca Comunale

Un dipinto attribuito a Giovanni da Rimini è alla National Gallery

Un Morandi e un De Chirico esposti a Shanghai

di Antonio Veca

  
      I nostri Morandi e De Chirico a Shanghai per una mostra. Intanto una tavola del Trecento fa parte di un gruppo di tre opere espostee a Londra. La Pinacoteca di Faenza si riconferma quale grande deposito di opere preziosissime e che rendono famosa la città in ogni angolo del mondo
. È dei giorni scorsi un articolo pubblicato sul Times britannico in relazione a una mostra alla National Gallery di Londra. Al centro dell'articolo c'è una mostra sull'oro divino usato dal pittore italiano Giovanni da Rimini.
Delle tre opere in esposizione a Londra una è di proprietà della National Gallery (è stata acquistata nel 2015), l'altra di un museo capitolino e l'altra è per l'appunto di Faenza.
La piccola tavola, ora prestata per la mostra, è di piccole dimensioni e misura 50x35 centimetri. Il titolo è "Madonna con bambino" ed è esposta permanentemente a Faenza, nell'ultima sala delle pale al piano superiore.
Fa parte della collezione della Pinacoteca di Faenza. La tavola del XIV secolo ha un fondo dorato uniforme ed è divisa in due parti: nella parte superiore è raffigurata la Madonna con il Bambino fra le braccia.
Nella parte inferiore sono ritratti a figura intera i Santi Francesco e Michele Arcangelo, un santo vescovo, le Sante Caterina e Chiara. (continua)

Giovanni da Rimini, Madonna col Bambino.

Alla scoperta delle «viscere» della città


Stefano Saviotti indaga in un nuovo libro la «Faenza sotterranea»

di Sandro Bassi

     Pur senza la fascinosa complessità dei centri urbani più celebri (Napoli, Siena, Orvieto o, per rimanere vicini, Bologna o Santarcangelo), anche Faenza possiede ambienti sotterranei di tutto rispetto. Si tratta di cantine che non sempre coincidono con le proprietà soprastanti di condotte idriche antiche, di ghiacciaie, cripte, pozzi e qualche altro ipogeo arcane più o meno dimenticato. Per render l'idea della suggestione che il mondo infero, anche urbano, ha esercitato sulla fantasia popolare basterebbe citare la leggenda degli improbabili cunicoli che mettevano in comunicazione i conventi maschili con quelli femminili, pieni, manco a dirlo, di feti abortiti, di passaggi segreti per monache di Monza o Cassandre Pavoni assetate di sesso (mentre invece è noto come anche la nostra Cassandra non avesse alcun bisogno di cunicoli, potendo ricevere tranquillamente il suo Galeotto che entrava dalla porta principale). Lo stesso compianto Giuliano Bettoli, che una volta buttò giù un ironico articolo su frati e suore intenti a balletti rosa sotterranei, fu preso sul serio e investito da commenti tipo «io lo sapevo!» e «me l'hanno sempre detto!».(continua)




La copertina del  libro.


La Hit Parade dei libri sulla storia di Faenza

I libri che non potete non avere

     Qui di seguito un elenco, il più vasto possibile, di testi  riguardanti la storia di Faenza editi a partire dal 1840. Si tratta di opere generali concordemente ritenute valide, in alcuni casi con parti inevitabilmente superate da successivi aggiornamenti ma in ogni caso ancora interessanti da un punto di vista documentario. (continua)
 
Il Borgo Durbecco di Faenza
di
 Giuliano Bettoli - Enzo Casadio - Miro Gamberini
Stefano Saviotti - Massimo Valli
Il libro piu consultato dagli storici


Il libro più venduto



Messeri Antonio - Calzi Achille
Faenza nella storia e nell'arte
Tipografia Sociale Faentina, Faenza 1909

Il toponimo Borgo Durbecco di Gilberto Casadio
"Noi leggiavamo un giorno per diletto..." Dante, Inferno c. V




In libreria: Opuscoli Historia Faentina
            
Stefano Saviotti
"Le Mura di Faenza"
S. Bassi - C.Conti - G. Zoli
"Palazzo Ferniani"



Articoli  del sito più letti nel periodo aprile - settembre


La statua di Evangelista Torricelli di Miro Gamberini

Relazione storica sulla ex chiesa della SS. Annunziata di Faenza di Stefano Saviotti
D'Annunzio cavalleggero...a modo suo di Angelo Emiliani

I Dipinti del'ex chiesa della SS. Annunziata di Anna Tambini

L'occupazione veneta di Faenza (1503-1509) di Luigi Solaroli

L'«indegno» Rustichelli di Sandro Bassi

Il breve soggiorno faentino di Maria Amalia Walburga di Sassonia Regina di Napoli... di Giuseppe Dalmonte
Livio Zannoni, medaglia d'oro di Enzo Casadio

La geometria nascosta della cosidetta "addizione manfrediana" di Stefano Saviotti

Una scuola di poesia a Faenza di Rosarita Berardi

L'altare della Madonna delle Grazie e Carlo Fontana di Andrea Dari
Il grande presepe in ceramica faentina di Isabel Tozzi
14 anni alla Bastiglia: però! di Giuliano Bettoli
Pietro Melandri e le sue Natività di Stefano Dirani
La croce del Borgo compie 95 anni di Giuliano Bettoli

"Casa Faenza" a Timisoara (Romania) di Vittorio Maggi
Fatto in ceramica lo stemma di Papa Francesco di Giulio Donati

La statua dimenticata di André Maurel
Il "Faentino lontano" Nicolangelo Scianna: riconsegna alla città il globo Coronelli  di Giorgio Cicognani

La sfera celeste di Vincenzo Coronelli di Biblioteca Comunale Faenza

Pinacoteca Comunale Faenza.
Marco Palmezzano (1460-1539)
San Girolamo - San Ambrogio ?


Pinacoteca Comunale Faenza.
Particolare dell'opera del
Maestro della Pala Bertoni.


Navigando nel web


Storia di Castel Bolognese
 
  
Il sito da 15 anni in rete, recentemente rinnovato graficamente, è un punto di informazione culturale e storico su Castel Bolognese. Utile per approfondire la storia e la cultura del territorio è raggiungibile all'indirizzo:



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Storiaestorie

Il sito vuole essere principalmente uno strumento didattico. Nelle pagine via via pubblicate, una serie di  materiali elaborati nel corso della mia esperienza di insegnante. L'obiettivo che mi sono proposto è quello di offrire materiale di studio e di approfondimento, con particolare attenzione alla storia contemporanea.
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 Pinacoteca Comunale di Faenza - Museo d' Arte - su FACEBOOK   
 
  
Il più  antico istituto della Romagna, costituito nel 1796, dove "c'è la storia di una città che è stata una capitale artistica". Una storia illustrata da 200 opere d'arte, dalla Croce dipinta del 1200 a Donatello e ai capolavori del Rinascimento, fino ai quadri del grande novecento italiano di De Chirico, Savinio, e Morandi.

 
  
La Pinacoteca ha aperto la pagina ufficiale su Facebook constatando come anche questo  social media abbia davvero trovato il modo di tenere in collegamento anche le istituzioni museali con il suo pubblico.
La possibilità di aprire pagine specifiche come museo d'arte si è aggiunta alle altre agevolazioni social riconosciuti da tutti gli utenti.
Nella pagina realizzata è già oggi possibile cliccare nel  riquardo della testata "guarda il video" per vedere Federico Zeri che consiglia la visita ad uno dei più importanti capolavori della Pinacoteca: il San Girolamo di  Donatello.
Inoltre sono già disponibili nella pagina facebook le informazioni relative alle prossime iniziative in programma. Clicca anche tu Mi Piace nella pagina Facebook, resterai in contatto con la Pinacoteca Comunale di Faenza. Se hai delle proposte scrivi una email, sarà gradita.

   
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attinente alla storia culturale di Faenza
.
Vecchie immagini che raccontano un passato di
avvenimenti e fatti che il nostro presente non può
lasciare nell'oblio.




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del Risorgimento - Faenza

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"....fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza".
(Dante, Inferno, c. XXVI)

   Siamo un gruppo di appassionati e ricercatori amanti delle tradizioni e della cultura locale. Questo portale web ha l'intenzione di proporre la storia, la cultura e le tradizioni faentine, perché conoscendo il passato si può comprendere il presente. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità di materiale e contributi, e non è pertanto, un prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'Art. 1, comma III della legge 62 del 7 marzo 2001. I vecchi post rimarranno sempre consultabili, sotto ciascuna categoria, prossimo aggiornamento previsto settembre 2017. Contattaci a: info@historiafaentina.it

Museo del Risorgimento e dell'Età Contemporanea - Faenza




Museo
del  Risorgimento
e dell'Età
Contemporanea

Faenza


L’origine del Museo risale al 1904, quando fu allestita in modo permanente, in un locale annesso alla Pinacoteca Comunale, una mostra dedicata al contributo dei Faentini al Risorgimento Italiano, già presentata all’Esposizione Regionale Romagnola di Ravenna. Intorno agli anni Venti il Museo fu chiuso per consentire un ampliamento degli spazi espositivi della Pinacoteca. Un mostra sull’indipendenza italiana, tenutasi nel 1921 presso i locali del Palazzo Comunale, determinò un ulteriore incremento della raccolta con donazioni di documenti e cimeli della prima Guerra Mondiale. L’esposizione ebbe grande successo e ricevette il consenso del pubblico faentino, tanto è vero che l’anno successivo fu pubblicato un piccolo catalogo e si auspicò che le raccolte museali fossero riordinate presso la Biblioteca Comunale. Nel 1929 il Museo fu riaperto e ordinato nei locali della Biblioteca, diretta in quel momento da Piero Zama, storico del Risorgimento, e durante questo periodo, specialmente negli anni 1935 e 1936, si registrarono numerose donazioni. Nel 1960 alla documentazione ottocentesca e coloniale si aggiunsero altre testimonianze sulla lotta di liberazione. Il materiale rimase esposto al piano terra della Biblioteca fino al 1975, anno in cui, per motivi di ampliamento dei servizi, si decise di trasferirlo in un deposito esterno in attesa di una sede idonea. Ora la collezione ha trovato la sua definitiva sistemazione in un’ala del piano nobile di Palazzo Laderchi. L’importanza di questo edificio si lega alle molteplici vicende di uno dei più antichi casati faentini, quello della famiglia Laderchi, che tanto ha contribuito alla storia e allo sviluppo della città soprattutto durante il periodo risorgimentale. Il Palazzo fa parte di quel complesso edilizio monumentale prospiciente alla piazza che caraterizza il centro storico e ne è uno degli elementi più significativi sia per la felice posizione, sia per il valore dell’architettura e delle decorazioni interne.
Il nucleo più significativo, è costituito da stampe, fotografie, dipinti, proclami, bandiere, uniformi e cimeli vari. In attesa di restaurare e rendere a norma nuovi spazi espositivi in cui sviluppare un percorso museografico che valorizzi l’intero patrimonio, il museo ha riaperto con una selezione dei più importanti documenti faentini e cimeli compresi dall’Età Napoleonica all’Unità d’Italia. L’esposizione parte con la presentazione di stampe, fotografie e una bandiera del periodo risorgimentale, materiali tutti restaurati nell’ultimo decennio grazie ai contributi dell’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della regione Emilia-Romagna e del Comune di Faenza.

                          


A sinistra, uniforme, giubba da ufficiale del reggimento degli Ussari di Piacenza appartenuta a Luigi Baldi, a destra Gladio della Guardia Civica dello Stato Pontificio, Museo del Risorgimento e dell'Età Contemporanea.
Sotto
, una sala del Museo, la galleria di Amore e Psiche.





 Nelle salette che seguono si trovano  alcuni volti dei protagonisti dell’Unità d’Italia; di grande interesse i ritratti di Aurelio Saffi e di Cavour dipinti in maiolica da Angelo Marabini e un busto in terracotta raffigurante Giuseppe Mazzini realizzato da Domenico Baccarini, firmato e datato 1900. Una speciale spazio è stato riservato ai tessuti: bandiere e uniformi varie. Nel salone delle feste o “Galleria di Psiche” sono invece esposti editti, documenti e ritratti a partire dal 1794 fino a Pio IX.
Da segnalare un busto in marmo bianco di Napoleone attribuito allo scultore Raimondo Trentanove.
Nell’ultima sala, detta anche Sala Saviotti dal nome del suo decoratore, sono esposti quadri, armi, cimeli, che si riferiscono in particolare a personaggi ed avvenimenti accaduti a Faenza durante la prima metà dell’Ottocento. Spiccano, tra i ritratti quelli di Achille e Francesco Laderchi ed una rara miniatura raffigurante il generale Giusppe Sercognani. Particolare attenzione viene data alle donazioni e ai restauri che, se pur con difficoltà economiche, proseguono su diverse opere.

Siti Consigliati


Torre di Oriolo

Marco Cavina

Amici della Fontana di Faenza

Biblioteca Manfrediana Faenza


Pro Loco Faenza

Comune di  Faenza


FotoFaenza


Museo di scienze naturali Malmerendi


Museo Internazionale delle Ceramiche
 
Ultimo aggiornamento effettuato settembre 2017


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