HISTORIA FAENTINA
Panorama di Faenza da: Colonia Esperide (particolare) Biblioteca Comunale Manfrediana di Faenza.

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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Storia Moderna
Monumenti
Libri


Rubaconte da Mandello Podestà di Faenza dal 1235 al 1237

La battaglia di Burfagliaco - 11 maggio 1236

di Miro Gamberini


     Nel 1234 le truppe faentine, alleate dei cesenati, sono impegnate nella difesa di Urbino contro i conti Taddeo e Buonconte di Montefeltro alleati dei riminesi, i quali fatti alcuni prigionieri e rinchiusi nel castello di Forlimpopoli vengono liberati da faentini e cesenati. La risposta fu immediata: radunato un piccolo esercito composto da milizie ravennati, riminesi, bertinoresi e forlivesi sotto le insegne del conte di Romagna Carnelvare de’ Giorgi, iniziarono a saccheggiare e distruggere  le campagne di Cesena. Conscia del pericolo che l’alleato stava subendo, Faenza inviò un manipolo di soldati e cavalleggeri alla conquista dei castelli ravennati di Cortina e Raffanara. Gregorio Zuccolo nella sua “Cronaca Particolare” a pag. 108 commenta così la descrizione di questo episodio: “Ma Ravegnani, ch’erano già occupati con Cesenati, non potendo per se stessi difendersi da questa guerra, c’havean loro mossa Faentini, per levarsi con la diversione questo peso da dosso, indussero Forlivesi corrotti con seicento lire, che assaltarono il borgo di Faenza  e vi attaccassero il foco, acciò tirassero Faentini a difendere le cose loro: eseguirono Forlivesi tutto ciò che domandato havean Ravegnani, e diedero al borgo di Durbech l’assalto, dove combatterono con le donne solo, e co’ sacerdoti, che vi eran rimasti, e ne ammazzarono alcuni”. (continua)


Scontro tra cavalieri da un codice miniato del XIII sec.

Un Papa alla Commenda

22 ottobre 1529: un Papa visita Borgo Durbecco in omaggio a fra Sabba

di Santa Cortesi

 Il 22 ottobre 1529 Papa Clemente VII, (Giulio de’ Medici) diretto a Bologna per l’ abboccamento con Carlo V previsto in novembre, dopo l’accordo del 20 giugno 1529 col trattato di Barcellona, e poi per l’incoronazione dell’imperatore, che avvenne in forma solenne per mano del pontefice in S. Petronio il 22-24 febbraio 1530, volle fermarsi nel Borgo Durbecco e sostare alla Commenda per rivedere l’amico e confratello fra Sabba di Castiglione, che proprio per la rinuncia di Giulio de’Medici nominato arcivescovo di Firenze e poi cardinale dal cugino Papa Leone X (Giovanni de’ Medici), aveva ricevuto il beneficio della Commenda di Faenza abbinata a quella di Meldola. Il pontefice, il suo corteo, si fermarono, Clemente VII si degnò di scendere e i due amici si ritrovarono coi loro ricordi e il loro affetto, durante la sosta fu offerto un rinfresco, la Commenda era stata parata a festa con la massima cura dall’addobbatore Scipione Casanova (non ritrovo la fonte ove lessi la notizia), quindi il Papa ripartì alla volta di Bologna. Il Tonduzzi nelle sue Historie della città di Faenza parte quarta dedica all’evento pochissime righe: "Passò dunque per Faenza il Pontefice per transito verso Bologna li 22 ottobre e prese alcuni rinfreschi nella Commenda de Cavalieri, che è prossima alla porta del Borgo". (continua)


Clemente VII.

Una testimonianza di vita all'arrivo di Napoleone in Italia

Il gruzzolo di Faenza storia di una scoperta

 di Chiara Guarnieri

   

     Come tutti i ritrovamenti di tesori anche il gruzzolo di Faenza nasconde una storia che merita di essere raccontata. II suo rinvenimento, nel 1993, è stato del tutto casuale. Lasciamo alle parole di Vittorio Gambi, lo scopritore, la descrizione di che cosa e avvenuto:
"Durante un piccolo lavoro di ristrutturazione nello scantinato di casa, in un angolo del muro vicino al pavimento, senza rendermene conto ho colpito con il martello una ciotola di terracotta che si trovava in una nicchia creata tra le pietre. La ciotola rotta nella parte superiore vicino al coperchio di ferro, lasciava cadere per terra delle monete. Una volta estratta dal muro, ho notato che la parte rimasta intatta della ciotola conteneva ancora molte monete, sistemate in verticale e incastrate in modo ordinato tra loro. Con grande stupore e curiosità ho estratto le monete, erano moltissime e non mi capacitavo di come potessero essere tutte contenute in quella piccola ciotola". (continua)

Doppio giallo da venti baiocchi,
 Benedetto XIV, ritratto del pontefice.


Liti coltellate e archibugiate nella Faenza del 1820

Quel prete, perché l'ammazzarono?

di Giuliano Bettoli e Miro Gamberini

Vi capiterà, ogni tanto, di entrare nella chiesa dell’Osservanza. Sì, quella del nostro camposanto cittadino. Delle lapidi ce ne sono tante e tutte interessanti. Ma leggete quella che, venendo dall’entrata, è in alto sul secondo pilastro a sinistra: merita sul serio. È curioso quello che c’è scritto, e poi? Ha un finale drammatico! Sentite pure (la lapide è scritta in latino, ma tranquilli, ve la diciamo in italiano). Qui è sepolto Domenico Montevecchi figlio di Pellegrino, che era stato aggregato nel Collegio dei Canonici. Fu un uomo insigne per dottrina e per pietà. Non era ancora uscito dall’adolescenza che discusse per tre giorni, accanitamente, sul dogma divino. Dopo aver trasmessa al pubblico tutta la teologia sia a Faenza che fuori e aver tenuto tanti discorsi di soggetto religioso per l’Italia, meritandosi la lode per la sua mirabile eloquenza e per l’incredibile passione che metteva nel far del bene alle coscienze, ebbene, già ricercato a morte una volta in passato, fu ammazzato in seguito a una scellerata macchinazione da parte di miscredenti il 15 luglio del 1820, quando aveva 46 anni, 7 mesi e 5 giorni, accompagnato dal lutto e dalle lacrime di tutte le persone buone. Volete sapere la storia e il fattaccio che ci sono dietro a questa lapide? Eccoli. Don Domenico Montevecchi, sia da prete, sia da prima di diventarlo era un tipo che voleva poche mosche attorno al naso. Sì, l’era õ aribì cum’è l’àj, diremmo in dialetto. Intanto fate mente locale: siamo a Faenza nel 1800, negli anni dopo la caduta di Napoleone, quando il Papa è ritornato al potere. Sapete tutti le liti, le lotte, le coltellate, le archibugiate e gli assassinii di quegli anni, specialmente tra i “papaloni” del Borgo (detti “i gatti”) e i liberali faentini (detti “i cani”). (continua)



Ritratto di don Domenico Montevecchi.
 Faenza Chiesa del Cimitero dell'Osservanza.

Un palazzo dalla lunga storia

Il palazzo della Beneficenza (Loggia degli Infantini)

di Stefano Saviotti


     A seguito di una Bolla di Papa Martino IV del 1418, diversi piccoli ospedali di Faenza furono concentrati nel nuovo Ospedale di S. Maria della Misericordia, il cui edificio sorse sul corso di Porta Imolese verso il 1426. Il nucleo originario consisteva in un corpo rettangolare, esteso da via Cavour a via Pascoli, con un ampio portico ad archi ribassati e l’ingresso al centro, in corrispondenza dell’odierno civico 72. Subito a destra dell’ingresso vi era lo scaloncino d’accesso al piano superiore, ricostruito in seguito nella stessa posizione. I locali interni erano costituiti principalmente da grandi saloni di degenza, mentre sopra il portico vi erano solo magazzini con un’altezza molto inferiore a quella attuale, illuminati da finestrelle quadrate. In angolo con via Monaldina (oggi Pascoli) sorgeva la chiesa; vi era inoltre un’ampia area cortilizia che raggiungeva un vicolo privato (attuale cortile di servizio con ingreso da via Pascoli). (continua)


La loggia e il Palazzo della Beneficenza


Clamoroso furto, rubata la Rosa d'Oro del Papa

Papa Bonifacio IX e la Rosa  d'Oro donata a Astorgio Manfredi

di Enzo Bonzi


   Il 22 novembre 1390 Astorgio Manfredi si recò a Roma con la scorta di 150 cavalli per ottenere da papa Bonifacio IX la conferma del vicariato di Faenza. In quella occasione il Pontefice volle donargli una rosa d'oro, del valore di duecento scudi, che aveva al centro uno zaffiro e intorno altre sei rose d'oro, di cui quattro aperte e due chiuse; in mezzo portava scolpito il nome del Papa. Il 21 marzo dell'anno seguente tale gioiello venne regalato alla Cattedrale. Il 30 luglio 1468, i canonici, dovevano pagare unum pluviale borchati aurj cum uno capucino indorato pannj aurj coloris alexandrinj, emptum a Fratribus sancti Francisci de Observantia pro pretio centum librarum bononiensium, consignaverunt domino Bartolo de Scardavis unma roxam partim auream et partim argentatam ponderis, pars aurea, undecim unciarum et?, et alia pars, que est argentea, ponderis unciarum XIIII cum dimidia, cum uno zaphiro, quia subpignoret ad banchum Iudeorum in Castro Bononiensi pro libris centum, pro solvendo ut supra dictam emptionem. (Francesco Beccaluva, II, fol. 146 r, ms. in Archivio Notarile di Faenza). La consegna della rosa fu un semplice pegno, e non sappiamo quanto sia rimasta in mano all'Ebreo. Il gioiello figura poi, evidentemente riscattato, in un inventario del 25 giugno 1488: Jtem rosa aurea cum pede argentj, que vulgariter dicitur la roxa. (Francesco Maria Scardovi, VIII, 1488-1°, fol. 234 v, ms. in Archivio Notarile di Faenza).  (continua)

Rosa d'oro commissionata da Giovanni XXII e consegnata
  a Rodolfo III di Nidau,nel 1330

Un'opera da sempre ignorata racconta la sua storia

Il cavaliere di Santa Maria dei Servi

di Bice Montuschi Simboli

       II bel restauro, di cui generosamente la sezione faentina del Rotary Club si è assunta l'onere, della lastra funeraria con figura di cavaliere e la sua suggestiva sistemazione all'ingresso dell'Emeroteca comunale mi sollecitano a richiamare l'attenzione su tale opera, da sempre pressoché ignorata, benché costituisca una delle più antiche testimonianze di scultura monumentale presente in città. Le notevoli dimensioni di m. 2,45 X 1,15 ed il fatto di essere realizzata in marmo bianco di Verona già dichiarano la rilevanza anche materica del manufatto. Essa proviene da un angusto locale adiacente alla sagrestia della chiesa di Santa Maria dei Servi in cui era stata traslata attorno al 1730 al momento dell'integrale ristrutturazione dell'edificio, che non risparmiò alcuna testimonianza del passato, assieme ai resti del monumento funebre del vescovo Francesco Zanelli, sulle cui vicende ho già avuto occasione di riferire al momento della sua parziale ricostruzione in cattedrale (1).
Nelle particolareggiate Cronache del Querzola e di Carlo Zanelli (2) che riferiscono sulla ricostruzione settecentesca e sulla conseguente rimozione dei vari monumenti non si fa menzione né della originaria collocazione di tale lapide, né della sua traslazione, tuttavia dato il notevole impoverimento dello spessore del rilievo si può presumere che essa fosse collocata lungo la navata, piuttosto che in una delle cappelle gentilizie che la fiancheggiavano.
Sulla lastra appare adagiata una figura di guerriero con il capo posato sul cuscino e le mani congiunte in preghiera, gesto insolito che dona all'immagine un senso di profonda pietas, le mani di norma riposavano congiunte in vita e solo in pochi altri casi, quali le due lapidi di Filippo de' Desideri del 1315 (fig. 2) e di Egidio de' Lobia del 1319 del museo civico di Bologna, quella di Ilario Sanguinetti del 1381 nella chiesa degli Eremitani a Padova ed ancora in quella di Federico di Vallelongo del 1373, ora nel museo civico di Padova ho potuto riscontrare tale atteggiamento. (continua)


Bibblioteca Comunale di Faenza.
Pietra tombale di guerriero.


L'infiltrazione dell'eresia Luterana fra gli ecclesiastici 

La Santa Inquisizione a Faenza

di Vittorio Maggi

     La Santa Inquisizione, o Tribunale Ecclesiastico, nacque nel 1232, inizialmente come opera pastorale e solo successivamente divenne opera giudiziaria per reprimere con severita il delitto di eresia e il rifiuto delle gerarchie ecclesiastiche che si andava propagando in tutta europa, in seguito a quanto emanato dal quarto Concilio Ecumenico lateranense. Venne affidata da Papa Gregorio IX all'ordine mendicante dei domenicani. I propagatori di questo nuovo movimento crebbero enormemente in breve tempo e posero la chiesa nella condizione di prendere gravi ed estremi rimedi, con metodi violenti fatti anche di torture, per porre rimedio a una situazione assai compromessa. A Faenza l'Inquisitore generale della Romagna pare essere collocate inizialmente nel Convento di S. Francesco il 18.05.1420 mentre solo dal 1567 per opera di Papa Pio V, ebbe sede nei locali del Convento di S. Andrea in Vineis dove stette fino alla soppressione napoleonica del 1797 per ritornarvi solo piu tardi.(1)  (continua)


Un processo per eresia.

Evitata una strage nei cieli di Santa Maria Infante (Latina)

Un eroe dei nostri giorni: Capitano Valtiero Bertozzi

 di Luigi Solaroli

     Il giorno 23 Agosto del 1991, tutti i giornali nazionali uscirono con la seguente notizia: “…nei pressi di Mondragone, in provincia di Caserta, intorno alle 13.30 del 22 agosto, nella frazione di S. Maria in Fonte, è precipitato un aereo G 222 con quattro militari a bordo, il cap. istruttore Valtiero Bertozzi di Faenza al comando dell’aereo, il co-pilota Mosè Tomasatti e due sottoufficiali, i tecnici di volo Armando Lattaro e Nicola Senatore…”. Alla prima sommaria perizia ne uscirono i seguenti fatti. Il 22 Agosto del 1991, un aereo G 222 della Divisione aerea studi, ricerche e sperimentazione dell’Aeronautica militare, si sollevò da Pratica di Mare con quattro militari a bordo per un volo d’addestramento dirigendosi a sud verso i monti Aurunci.  Dopo aver sorvolato Gaeta, l’aereo iniziò una larga virata per tornare verso Pratica di mare, è a questo punto che qualcosa non funzionò, probabilmente uno dei motori entrò in avaria iniziando a bruciare costringendo l’aereo ad abbassarsi sopra la cittadina di Minturno, piccolo centro in provincia di Latina. (continua)

Il monumento di Aldo Rontini  che Faenza
 ha dedicato  al Capitano Valtiero Bertozzi

 

La Pieve di To di Brisighella

La dedica originaria della Pieve di To in Diocesi di Faenza

di Lucio Donati

      La chiesa, ubicata lungo l’antica via Faventina che conduce in Toscana, è associata ad una indi­cazione topografica che si riferisce ad un miglio, l’ottavo appunto, che secondo un recente studio non può essere quello romano, ma probabilmente rimandare alla metrologia bizantina: questa tesi è ulteriormente rafforzata dalla presenza di una località detta “Tho” poco a monte dell’abitato di Brisighella.
La prima menzione risale all’anno 909, cioè S. Joannes qui vocatur in Octavo, poi nel 970 tro­viamo S. Joannes in Feroni (questo prediale persiste fino al secolo XV, a indicare il monte verso Rontana) e più tardi le specifiche topografiche de Octavo o de Octo; dal 909 a tutto il secolo XIV la Pieve è detta semplicemente di San Giovanni, anche in documenti di cancelleria, come nel 1291 nel Codice di Lottieri della Tosa (Plebs de Ottavo) oppure nel 1301 relativamente alle Rationes Decimarum Aemiliae (Plebs Ottavi). (continua)



Pieve di To.

 Combattente temerario, sotto diverse bandiere

Sebastiano Montallegri:
un faentino nella legione straniera

di Nino Drei

     "Sono rientrato nella mia vecchia patria, gli Stati del Papa ove io godo di una pensione, ricompensa dei miei lunghi servizi, allorché gli avvenimenti politici e nuove proscrizioni mi hanno obbligato ad andarmene ed a ritornare in Francia, asilo dei miseri. Dopo la perdita della mia pensione non mi resta altra risorsa che la mia spada, ad una età di 45 anni, che mi lascia ancora il mezzo di rendermi utile". Queste poche righe del faentino Sebastiano Montallegri, indirizzate nel 1832 al maresciallo Soult, ministro della guerra di Francia, sono l'unico scritto che ci rimanga. E, d'altra parte, ciò che sappiamo di lui ce lo descrive più come portato alla spada ed alle carte, da gioco, che all'arte oratoria o alla penna. Sebastiano Montallegri o Croci Montallegri come risulta dall'anagrafa  napoleonica faentina, nasce a Forlì da Giovanni e da Anna Conti, faentina; tutta la famiglia sembra votata interamente alla causa giacobina prima ed a quella carbonara poi. Il primogenito Luigi, anch'egli nato a Forlì, dopo la laurea in medicina milita nelle armate napoleoniche, segue poi Gioacchino Murat ed è instancabile propagandista di logge carbonare a Faenza, condannato all'ergastolo nel processo Rivarola partecipa ai moti del 1831, viene arrestato dagli austriaci e detenuto a Venezia per emigrare poi in Francia ove milita nelle file mazziniane; un altro fratello Anastasio, partecipa pure ai moti carbonari ed un altro ancora, Francesco, getta la tonaca benedettina per seguire Napoleone prima e Murat poi. (continua)


Soldati della Legione Straniera
durante la campagna d'Algeria (1832).

La storia inedita di una famiglia di Faenza tra '600 e '700

Organari faentini in Toscana: la famiglia Fabbri

di Renzo Giorgetti

 

     La maestria faentina in campo artistico non è comprovata solo dalla produzione ceramica. E' pur vero che faiance è sinonimo di porcellana nel mondo ma la città manfreda può essere definita città d'arte anche per altri meriti fra i quali l'ambito musicale spicca da protagonista.Dal 1500 di Gabriele Fattorini al 1700 di Giuseppe Sarti, per giungere attraverso i secoli, ai moderni Lamberto Caffarelli, Ino Savini, Pia Tassinari, Luigi Mozzani (chiatarrista e liutaio creativo) e si potrebbe continuare... Eppure nonostante l'attenzione paziente e amorevole dei cronachisti locali, ogni tanto qualcosa sfugge alle maglie della storia e ce ne giunge notizia per strade impensate e lontane, dono graditissimo e tassello prezioso da aggiungere al mosaico delle conoscenze artistiche della nostra amata Faenza.Questa è la storia di una famiglia di maestri organari (costruttori di organi) la cui fama era certamente più diffusa in terra toscana che non in patria. (continua)


SS. Annunziata di Firenze, Cappella dei Pittori.
Organo costruito da Tommaso Fabbri nel 1702. 

L'estremo "purismo architettonico faentino"

La facciata di casa Guidi

di Roberto Marocci


     Traendo precise notizie dal libro “Faenza Architetture Neoclassico” di Lorenzo Savelli ( Offset Ragazzini & C.,1997, pag.66 ), sappiamo che fin dalla metà del Settecento la famiglia Guidi possedeva un vecchio edificio ubicato in Via Bondiolo n° 533, ora n° 26. Con l’esercizio della professione di avvocati, i Guidi si erano progressivamente arricchiti e, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, dall’asta dei beni degli Ordini Religiosi, entrarono in possesso di parecchi terreni agricoli dai quali riuscirono a ricavare rendite considerevoli. Nel 1814 Pasquale Guidi pensò di rimaneggiare la facciata della propria abitazione adeguandola al gusto corrente ed incaricò dei lavori il Capomastro Pietro Benvenuti. Il disegno del nuovo prospetto portò la firma del Benvenuti ma si evince con chiarezza che dietro a quel progetto si celava l’Architetto faentino Pietro Tomba, allora Presidente della Deputazione d’Ornato e, quindi, impossibilitato a porre la propria firma, trovandosi in palese stato di Conflitto di Interesse. (continua)



L'affaccio di Casa Guidi su via Bondiolo. (Foto Marco Cavina)


Angelo Frignani, "un finto pazzo" per salvarsi dalla forca

Un  giovane carbonaro nel Ricovero
dei Pazzi di Faenza

di Giuseppe Dalmonte


        A differenza de Le mie prigioni di Silvio Pellico, pochi oggi conoscono o ricordano le Memorie del ravennate Angelo Frignani, che l’esule politico romagnolo pubblicò a Parigi nel 1839 con il titolo La mia pazzia nelle carceri, dedicandola ai “Cittadini di Faenza”, come segno di gratitudine per i tanti benefici ricevuti durante il ricovero nell’Ospedale della città manfreda, e in particolare per essere scampato alla forca, grazie alla benevola protezione del primario dottor Paolo Anderlini. Nato a Ravenna nel 1802, il Frignani aderisce giovanissimo alla Carboneria riuscendo a salvare un patriota, condannato dal duca di Modena, rifugiatosi nella sua città natale. Nella Romagna scossa dalle azioni delittuose delle sette carbonare e dalle vendette sanfediste, fonte di viva preoccupazione e di energica repressione da parte del governo papale, venne inviato da Roma prima il card. Rivarola, che con la celebre sentenza del 1825 condannò più di 500 cittadini, e in un secondo tempo monsignor Filippo Invernizzi, a capo di una Commissione con pieni poteri, composta di civili e di ecclesiastici, per completare l’opera di sradicamento della “mala pianta” delle sette rivoluzionarie. (continua) 

Veduta ottocentesca dell'ala occidentale
dell'ospedale di Faenza, costruito a metà
del 1700 sugli avanzi della Rocca Manfrediana.
Qui si trovavano le celle riservate ai malati di mente
nelle quali venne rinchiuso Angelo Frignani.

 Osteria di «Marianàza» San Silvestro 1844 - nasce il Lunario

Lunêri di Smémbar


     Quando arriva dicembre, puntualmente esce l'atteso e tradizionale Lunario che è conosciutissimo in tutta la Romagna; ma forse pochi ne conoscono la storia. Nacque la notte di S. Silvestro del 1844 durante una riunione di artisti che erano riuniti nell'Osteria di Marianàza a Faenza per festeggiare l'anno nuovo, in modo molto modesto, come era costume a quei tempi. Al termine della serata, mancavano i quattrini per pagare l'oste, allora uno della combriccola (l'artista e scenografo Romolo Liverani) si fece portare un foglio di carta e su di esso disegnò un uomo dal vestito a brandelli a cavalcioni di un magro ronzino seguito da altri personaggi anch'essi malmessi: era il Generale degli Smembri che si dirigeva verso la locanda della miseria. Poi il Liverani, assieme ad un altro artista faentino (Achille Calzi), scrisse sul foglio un «Discorso generale» nel quale faceva profezie e pronostici sulle stagioni e sugli avvenimenti politici. (continua)

1845 - La prima vignetta del Lunario di Romolo Liverani.

 Un edificio carico di ricordi umani e storici

Castel Raniero, ospizio ospedale e poi colonia

di Sandro Bassi


      Fra le celebrazioni settantennali della seconda guerra e della liberazione di Faenza va inserita anche la singolare vicenda della Colonia di Castel Raniero in cui nel 1944 vennero trasferiti quasi tutti i reparti dell'Ospedale Civile che dopo i bombardamenti di maggio era divenuto oltremodo insicuro. E' una ragione in più che accresce quel «debito di riconoscenza» che la città deve nutrire nei confronti di questo edificio, il quale oltre al ruolo sociale come colonia estiva per bambini svolse anche il compito di salvare vite umane in quel doloroso 1944. Si dirà che nell'impossibilità di recuperare materialmente l'immobile (impossibilità a cui, vista l'attuale situazione finanziaria dei Comuni, bisognerà prima o poi rassegnarsi), il debito di riconoscenza si riduce a qualcosa di puramente memoriale e purtroppo è così, con la riserva del suggestivo parco retrostante che, a differenza della Colonia, continua a vivere e potrà anzi in futuro esser utilizzato con poca spesa e grande resa. (continua)

Castel Raniero, la colonia.

 "Qui radio Zella, siamo in ascolto, passo..."

O.R.I.
Organizzazione per la Resistenza Italiana

di Enzo Casadio e Massimo Valli

   L' 8 settembre del 1943, a seguito della comunicazione dell'armistizio che l'Italia aveva firmato con gli Alleati, vi fu lo sbandamento delle forze armate, che erano state lasciate senza disposizioni precise. Molti reparti si sciolsero e i militari tentarono di raggiungere i loro luoghi di origine; altri rimasero sufficientemente compatti ed iniziarono ad operare a fianco degli Alleati, contro le forze tedesche. L'esercito tedesco disarmò e deportò nei campi di lavoro in Germania alcune centinaia di migliaia di militari italiani. Vi furono anche numerosi tentativi di resistenza alle truppe germaniche, seppure isolati e non coordinati, come la cosiddetta "difesa di Roma" e gli avvenimenti nelle isole dell'Egeo che portarono a gravi rappresaglie. In quei giorni, nell'Italia meridionale liberata dagli anglo americani, si viveva un notevole fermento.  II Governo, che si era stabilito a Brindisi, e le alte sfere militari, cercavano di costituire reparti combattenti italiani per guadagnare credibilità di fronte agli Alleati. Ma le cose andavano a rilento a causa delle reciproche diffidenze tra gli italiani e gli Alleati. Gli anglo americani preferivano utilizzare i militari italiani come forza lavoro per i servizi e non sembravano intenzionati ad utilizzarli come combattenti. Al Sud affluirono anche numerosi volontari che intendevano partecipare alla guerra per la liberazione nazionale. (continua)

Apparecchiatura radio  3 MK II,
 simile a quella utilizzata dai gruppi dell'ORI.


Per Sofia Fuoco i faentini persero letteramente la testa

Sofia Fuoco, la divina

di Angelo Emiliani


     Per Sofia Fuoco i faentini persero letteralmente la testa. La celebre ballerina venne in città due volte, nel 1853 e tre anni dopo, suscitando una sorta di pazzia collettiva tanto erano grandi l’ammirazione e l'entusiasmo. Dietro quel nome d'arte si celava la milanese Maria Brambilla. Era nata nel 1830 e i suoi progressi nella danza ebbero del prodigioso. Allieva del napoletano Carlo Blasis, considerato fra i massimi teorici del balletto, a nove anni già aveva un posto in palcoscenico e a 13 esordì come prima ballerina nientemeno che alla Scala. Pur non gradendo la rappresentazione - il Don Fabio di Serafini - l'autorevole critico della «Gazzetta privilegiata di Milano» le riservò un giudizio lusinghiero, giustificando gli spettatori rimasti in sala «per vedere quel demonietto trasfigurato in paggio, quella cara Fuoco che rende dilettevole la scena co' suoi vezzi e la sua vispa giocondità». Pochi mesi dopo, sempre nel 1843, Sofia Fuoco entrò a far parte del complesso che riuniva gli allievi di maggior talento di Blasis, le Pleiadi. L'anno seguente danzò con le artiste più rinomate del tempo e nel luglio 1846, a soli 16 anni, riscosse un successo enorme di pubblico e di critica all'Opera di Parigi. Nel 1847 si esibì al Covent Garden di Londra e nel 1848 a Madrid dove, oltre a farsi ammirare per le straordinarie doti artistiche, si fece amare per la generosa donazione alla Casa dei trovatelli (farà la stessa cosa a Faenza, destinando l'intero suo compenso della serata del 3 luglio 1856 agli «orfani del Choléra». (continua)

Sofia Fuoco.

Riportò in auge l'antica tradizione artistica della maiolica

       Achille Farina il maestro del ritratto

di Stefano Dirani  

 Achille Farina nacque a Faenza il 16/2/1804 (1) da Ignazio e Lodovica Errani, una romana. Già da anni la sua famiglia viveva a Faenza e nel Censimento Napoleonico del 1812 è registrato un certo Michele, come proprietario di una casa a due piani nel Rione Nero, in Contrada S. Bernardo n. 462 (2). Dopo aver appreso i primi elementi di disegno, frequentando scuole private, lavorò presso la litografia di Pietro Angiolini e soci a Bologna dove riprodusse, fra gli altri, anche molti affreschi del Giani presenti in vari palazzi di Faenza e Bologna poi, per un breve periodo, fu ceramista presso la Fabbrica Ferniani. Si recò quindi a Firenze dove visse a lungo ed in quel meraviglioso centro culturale ebbe modo di esercitarsi nel disegno eseguendo stupende sanguigne e ricopiando le tele dei grandi maestri presenti nelle varie gallerie della città. Si cimentò poi nella pittura ad olio e forse l'opera tecnicamente più riuscita di quel periodo è la tela riproducente «Giuditta e Saul», che ancora oggi si può osservare nella Pinacoteca di Faenza assieme al suo autoritratto ed al ritratto di Lodovico Caldesi. Nell'anticamera del Sindaco sono pure conservate le tele riproducenti la «Maddalena» e il «Giuseppe venduto ai mercanti», ed appunto per l'abilità che aveva dimostrato nell'esecuzione di queste opere e per la formazione professionale che aveva conseguito tramite le molteplici esperienze fatte, ottenne il diploma di Professore dell'Accademia di Belle Arti, diploma che esercitò nelle città di Arezzo, Bologna, Firenze, Modena e Siena. (continua)


Autoritratto di Achille Farina.

Faenza e la Grande Guerra

Francesco Nonni - I disegni del Lager (1918)

di Sauro Casadei


   I cinquantacinque disegni qui esposti sono stati acquistati dal Comune di Faenza nel 1971, grazie all'interessamento della Società Amici dell'Arte che aveva organizzato, nella primavera dello stesso anno, una mostra antologica di opere di Francesco Nonni. Vi è rappresentata la vita quotidiana degli ufficiali italiani prigionieri nei campi di concentramento tedeschi di Rastatt prima e di Celle poi.
La scarna e spettrale geografia delle baracche e dei reticolati è la cornice entro cui si svolgono le interminabili giornate dei prigionieri, scandite soprattutto dall'attesa dello scarso cibo. Ci appare un'umanità alle più elementari funzioni dell'esistenza; colpiscono, in particolare, i disegni che raffigurano il rituale del pasto: figure cupe che assistono con ansia alla misurazione delle fette di pane e del livello delle minestre nelle marmitte. Così descrisse quei momenti lo scrittore Bonaventura Tecchi, anch'egli prigioniero a Celle, nell'introduzione alla pubblicazione di alcuni dei disegni: "Guardate queste faccie scure curve sui filoni del pane che è ancora da dividere o sul calderone fumante di sbobba che è da misurare centimetro per centimetro prima della distribuizione. Quello sforzo rabbioso a contare tutte le bricciole, a non lasciarsi sfuggire nemmeno un cucchiaio dell'immonda brodaglia; quella avidità felina che ci dilatava le pupille, ci armava l'uno contro l'altro come lupi affamati e ci faceva ruggire di collera contro l' "ingiustizia" di un centimetro in più o di un cucchiaio in meno... (continua)


Copertina della pubblicazione
dei disegni di
Francesco Nonni.

La Hit Parade dei libri sulla storia di Faenza

I libri che non potete non avere

     Qui di seguito un elenco, il più vasto possibile, di testi  riguardanti la storia di Faenza editi a partire dal 1840. Si tratta di opere generali concordemente ritenute valide, in alcuni casi con parti inevitabilmente superate da successivi aggiornamenti ma in ogni caso ancora interessanti da un punto di vista documentario. (continua)
 
I misteri di Faenza di Rosarita Berardi Il libro piu consultato dagli storici





Messeri Antonio - Calzi Achille
Faenza nella storia e nell'arte
Tipografia Sociale Faentina, Faenza 1909



Presentiamo un libro, questo mese:
"Noi leggiavamo un giorno per diletto..." Dante, Inferno c. V


In libreria sono usciti
  A.Colombi Ferretti, C. Pedrini, A. Tambini
Il Cinquecento
Remo Vassura
Granarolo Faentino - Fronte del Senio
Luisa Renzi Donati
La Chiesa di S. Maria in Basiago



Il libro più venduto:
Stefano Saviotti
"Le Mura di Faenza"


Articoli  del sito più letti nel periodo aprile - settembre


Quattro faentini catturati dai pirati barbareschi di Miro Gamberini

La fine della Signoria dei Manfredi di Michele Orlando

La facciata di casa Piani di Roberto Marocci

Il generale Utili e la rinascita dell'Esercito Italiano (1943-1944) di EnzoCasadio e Massimo Valli

La disfida di Barletta nei disegni di Tommaso Minardi di Sauro Casadei

I bambini di Vienna di Angelo Emiliani

La cripta della chiesa dei Santi Ippolito e Lorenzo in Faenza di Andrea Gualandri
Quei faentini al fianco di Garibaldi di Nino Drei

In Corso Garibaldi i primi morti della Grande Guerra di Claudio Casadio

Nel parco in Borgo ritrovato un teatrino dell'800 di Sandro Bassi

La propaganda dei simboli nella Repubblica Cisalpina di Miro Gamberini e Vittorio Maggi

Vicolo delle Vergini e vicolo Montini di Stefano Saviotti
L'ultimo campionato Europeo di trotto a Faenza di Giuseppe Dalmonte
Il Cardinale Rivarola e i suoi "matrimoni" Faentini di Salvatore Banzola
S. Antonio da Padova di Stefano Saviotti

Figurine e chewingum di Floriano Cerini
L'elezione di Pio IX e le reazioni dei faentini su "L'Imparziale" di Alberto Fuschini

Il monumento di Giovanni Battista Bosi di Giuliano Bettoli e Miro Gamberini
I vindêma di Antonio Gallegati

Gli albori dell'istruzione a Faenza di Luigi Solaroli

Pinacoteca Comunale Faenza.
Marco Palmezzano (1460-1539)
San Girolamo - San Ambrogio ?


Pinacoteca Comunale Faenza.
Particolare dell'opera del
Maestro della Pala Bertoni.


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Storia di Castel Bolognese
 
  
Il sito da 15 anni in rete, recentemente rinnovato graficamente, è un punto di informazione culturale e storico su Castel Bolognese. Utile per approfondire la storia e la cultura del territorio è raggiungibile all'indirizzo:



www.castelbolognese.org

          
 Pinacoteca Comunale di Faenza - Museo d' Arte - su FACEBOOK   
 
  
Il più  antico istituto della Romagna, costituito nel 1796, dove "c'è la storia di una città che è stata una capitale artistica". Una storia illustrata da 200 opere d'arte, dalla Croce dipinta del 1200 a Donatello e ai capolavori del Rinascimento, fino ai quadri del grande novecento italiano di De Chirico, Savinio, e Morandi.

 
   La Pinacoteca ha aperto la pagina ufficiale su Facebook constatando come anche questo  social media abbia davvero trovato il modo di tenere in collegamento anche le istituzioni museali con il suo pubblico.
La possibilità di aprire pagine specifiche come museo d'arte si è aggiunta alle altre agevolazioni social riconosciuti da tutti gli utenti.
Nella pagina realizzata è già oggi possibile cliccare nel  riquardo della testata "guarda il video" per vedere Federico Zeri che consiglia la visita ad uno dei più importanti capolavori della Pinacoteca: il San Girolamo di  Donatello.
Inoltre sono già disponibili nella pagina facebook le informazioni relative alle prossime iniziative in programma. Clicca anche tu Mi Piace nella pagina Facebook, resterai in contatto con la Pinacoteca Comunale di Faenza. Se hai delle proposte scrivi una email, sarà gradita.

   




Gruppo pubblico: Cesena e la Romagna
 
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"....fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza".
(Dante, Inferno, c. XXVI)

   Siamo un gruppo di appassionati e ricercatori amanti delle tradizioni e della cultura locale. Questo portale web ha l'intenzione di proporre la storia, la cultura e le tradizioni faentine, perché conoscendo il passato si può comprendere il presente. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità di materiale e contributi, e non è pertanto, un prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'Art. 1, comma III della legge 62 del 7 marzo 2001. I vecchi post rimarranno sempre consultabili, sotto ciascuna categoria, prossimo aggiornamento previsto settembre 2016. Contattaci a: info@historiafaentina.it

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Torre di Oriolo

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Museo di scienze naturali Malmerendi


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