HISTORIA FAENTINA
Panorama di Faenza da: Colonia Esperide (particolare) Biblioteca Comunale Manfrediana di Faenza.

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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Storia Moderna
Monumenti
Libri

La festosa  accoglienza alla Regina Maria Amalia Walburga

Il breve soggiorno faentino di Maria Amalia Walburga di Sassonia,
Regina di Napoli e Sicilia, poi di Spagna

di Giuseppe Dalmonte


    Nel suo celebre vocabolario romagnolo, il linguista faentino Antonio Morri registra la voce svemar (svimero) col significato di cocchio a quattro ruote, tale voce compare ripetutamente nella narrazione del lungo viaggio compiuto nel 1738 dalla giovane principessa Maria Amalia di Sassonia con l’agile carrozza regale, impiegata lungo la penisola per congiungersi a Carlo di Borbone suo promesso sposo. Dopo il rifiuto dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo di dare in moglie la propria figlia Maria Anna al giovane re di Napoli, Carlo Sebastiano di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, venne prescelta la giovanissima principessa Maria Amalia Walburga, terzogenita di Federico Augusto III di Sassonia e re di Polonia e dell’arciduchessa Maria Giuseppina d’Asburgo. Alla corte di Dresda poi di Varsavia, Maria Amalia trascorse l’infanzia imparando oltre al tedesco la lingua francese, coltivò inoltre la pittura e la danza, cominciando ad apprendere l’arte ‹‹de caminar con elegancia››. Ottenuta nel dicembre 1737, la dispensa papale per sanare l’impedimento dei rapporti di parentela, l’8 maggio 1738 si svolse la cerimonia nuziale per procura a Dresda, avendo la sposa non ancora compiuto il quattordicesimo anno di età, essendo nata il 24 novembre 1724. Un anonimo cronista descrive la fanciulla con queste parole ‹‹ragguardevole molto per l’esterna bellezza del corpo, ma più per le interne qualità dell’animo››, brava amazzone, ‹‹ornata di nobili arti, cioè di musica, di disegno[…] e quello che corona e rende pregevoli questi è la Religione Cattolica e la cristiana pietà››. (continua)


Maria  Amalia Walburga di Sassonia,
in un ritratto di
Louis De Silvestre del 1738. 
Museo del Prado Madrid. .


La pianificazione "manfrediana" di Porta Imolese

La geometria nascosta della cosiddetta ”addizione manfrediana”

di Stefano Saviotti

    Quando alla fine del XIV secolo i Manfredi decisero di realizzare una nuova e più ampia cinta difensiva per la città di Faenza, il percorso delle mura fu condizionato dalla necessità d’incorporare al suo interno tutti i sobborghi esterni agli steccati duecenteschi, comprese le chiese ed i conventi già esistenti, ed ovviamente anche la Rocca realizzata nel 1371-73 dal card. Albornoz. Quest’ultima però, distava oltre 400 metri dalla vecchia Porta Imolese, per cui in quella zona l’ampliamento del circuito urbano sarebbe stato molto più cospicuo rispetto ad altri settori. D’altro canto, ciò avrebbe consentito anche di ottenere ampi spazi per l’espansione edilizia, rafforzando la preminenza della città sul contado e l’immagine della Signoria manfreda. L’assetto odierno di quel settore di centro storico, posto fra corso Baccarini - via Cavour e l’Ospedale Civile, rivela ancora oggi un impianto urbanistico non improvvisato, bensì chiaramente pianificato. (continua)



Ricostruzione ideale della Rocca  di Faenza,
 realizzata da G. Calzi (tardo sec. XIX).

Il poeta a Faenza nel 1890

D'Annunzio cavalleggero...a modo suo

 di Angelo Emiliani

   

     Accolto a Porta Montanara con tutti gli onori dal sindaco Aristede Bucci con autorità, banda cittadina e una folla di curiosi, il 31 agosto del 1890 entra in Faenza il Regimento Cavalleggeri di Alessandria (14°). Prende il postooo del Reggimento Cavalleggeri di Foggia (11°), partito per Roma il 18 dello stesso mese dopo una permanenza in città di quattro anni. L' «Alessandria è un'unità prestigiosa del giovane esercito italiano, costituita quarant'anni prima a Casale Monferrato con Squadroni del «Novara», dell' «Aosta» e del «Piemonte Reale». Ma non è questo soltanto il motivo del grande interesse suscitato dal suo arrivo. Pochi giorni prima la «Gazzetta Romagnola» ha salutato l'evento con un lungo articolo dal titolo significativo: «Ai soldati, al poeta».
(continua)



Divise di Cavalleria di fine 1800
in una tavola di Quinto Cenni.


Dopo il restauro la Croce del Borgo ritrova il suo splendore

La Croce del Borgo compie 95 anni

di Giuliano Bettoli

   

     Intanto guardate bene le due fotografie con la Croce in primo piano. Quella di sinistra la fece un fotografo inglese il 24 novembre del 1944, quando la Croce aveva 23 anni. E i primi soldati neozelandesi attraversavano il Borgo per attestarsi sul Lamone. Sarebbero entrati in Faenza solo più di venti giorni dopo. Quella di destra, dalla stessa posizione, l’ha fatta Vittorio Gaudenzi di foto B.G. lunedì 18 aprile scorso quando, invece, la Croce, di anni stava per compierne 95. Difatti questa forte Croce, che si innalza a metà del Borgo Durbecco sul piazzale della chiesa della Compagnia, fu inaugurata la domenica 24 aprile del 1921. E siccome, di recente, è stata restaurata la base sulla quale la Croce sorge e anche la stessa Croce è stata sanata da alcune ferite, e ripulita per merito della Cmcf di Faenza diretta da Daniele Lama.  (continua)



24 novembre 1944, le truppe Neozelandesi
attraversano il Borgo Durbecco

Un hospitale per i pellegrini diretti a Roma

Relazione storica sulla ex Chiesa della SS. Annunziata in Faenza

di Stefano Saviotti  
 
 La chiesa sorge su un modesto rialzo del terreno che nel Medioevo era detto Podium S. Antonini, in quanto vi sorgeva il primitivo sito della chiesa di S. Antonino, attestata dal 1022 quando la sua cappellania fu concessa dal Vescovo Ildebrando al monastero di S. Ippolito (Mittarelli). Tale chiesa (segnata con la lettera O nella mappa di inizi ‘800 – allegato 1) fu poi demolita nel 1817 e la cura d’anime passò nella chiesa già delle Monache della Trinità.
La nascita della chiesa dell’Annunziata si collega invece alla presenza di un “hospitale” per i pellegrini diretti a Roma lungo l’adiacente via Emilia. Tale ostello era gestito almeno fino dal 1355 da una confraternita di laici (uomini e donne), la “Società dei devoti della B. Maria Vergine di Porta Ponte”, che si sosteneva tramite lasciti ed offerte. A quei tempi però la Confraternita non aveva sede propria, e celebrava le proprie funzioni nella chiesa di S. Antonino.
(continua)



Sandro Maggi la  SS. Annunziata, disegno a china, 1996.

 I Dipinti dell’ex Chiesa della SS. Annunziata

di Anna Tambini

      La tavola (cm 220 x 144), attualmente nel primo altare a destra, raffigura la «Madonna col Bambino in trono tra due Santi», è nota anche come «Madonna del Popolo» ed è sottoscritta «JACOBUS BERTUCIUS / FAVEN. PINCXIT / M.D.LXXII». La paternità del Bertucci è confermata anche da un documento inedito dell'Archivio Vescovile (P.A. 22, foglio 175), dove il pittore Giacomo Bertucci, in data 14 luglio 1572, reclama il pagamento di undici scudi d'oro da Paolo Lanzoni, come avanzo della somma per il lavoro e la mercede di una sua tavola fatta per la Confraternita del Borgo. L'inserzione alla data 1572 nel catalogo del faentino Jacopone Bertucci (1502 circa -1579), non è pero, a nostro avviso, senza problemi, perché l’opera si configura come un vero «unicum» stilistico nel suo percorso, almeno per come oggi ci è noto. Dalle opere rimaste il profilo di Jacopone si svolge con coerenza dal manierismo di marca dossesca (fu infatti in stretto contatto di lavoro coi Dossi fra il 1534-39), al michelangiolismo robusto, a cui non fu estraneo il soggiorno a Roma del 1545-51, che lo conduce a forme ampie e dilatate, di una plasticità rude e talora di un risentito espressionismo. In tale contesto, la tavola appare un episodio isolato, ispirato ad una ripresa classicistica più consona alla temperatura «purista» del primo raffaellismo emiliano (sui modi di Innocenzo da Imola e di Luca Longhi), che non al tardo manierismo degli anni '70. La composizione è improntata a valori di euritmia e di equilibrio; la derivazione da un archetipo raffaellesco traspare nel tenero gruppo della Madonna col Bambino ed una tipologia tradizionale persiste nei due Santi laterali, il cui panneggio è condotto a pieghe rigide e tubolari come in un'opera di fine '400. (continua)


Jacopone Bertucci. Madonna col Bambino in trono, San Francesco e Sant'Antonino,
 Oratorio della SS. Annunziata.


"Alfin ti veggo, o marmo desiato"

La statua di Evangelista Torricelli

di Miro Gamberini

     In occasione del 250 anniversario della nascita di Evangelista Torricelli (1608 – 1647) il comune di Faenza, commissionò allo scultore Alessandro Tomba (Faenza 1825 – Firenze 1864) la “messa in opera” di una statua per celebrare l’insigne scienziato faentino. L’idea d’innalzare in un luogo pubblico della città è del 13 dicembre 1852, quando una Deputazione composta dal conte Giuseppe Tampieri, dottore Sebastiano Rossi, Canonico Girolamo Tassinari, Francesco Zambrini, dottore Nicola Brunetti, Giovanni Vitanè e Francesco Zauli Naldi diedero inizio alla raccolta di fondi  per finanziare il monumento. Nel periodo dal 1853 al 1855 vennero raccolti 1522 scudi e 19 bay, poi si ebbe una pausa dovuta al colera nel 1855, ma quando si riprese nuovamente la contribuzione volontaria si incrementò la cifra iniziale di 1518 scudi e 57 bay. Il costo totale della statua approvata dal consiglio comunale in data 29 maggio 1860, presieduta dal sindaco Gaetano Carboni, è di 6731 scudi e 75 bay, comprensiva di trasporto e “innalzamento in luogo deputato idoneo”.  Il comune nella medesima seduta si accolla la differenza dell’importo. Nel 1855 viene realizzato dallo scultore un modello della statua in gesso, ottenuto il consenso del Municipio a procede nella realizzazione del progetto, Tomba realizza il monumento aumentando di un terzo le misure. Il primitivo esemplare venne nel 1875 donato dalla famiglia dello scultore al Museo della Specola di Firenze (Museo di Storia Naturale). Il progetto originale conservato all’Archivio di Stato di Faenza, prevedeva l’inserimento di due statue allegoriche femminili raffiguranti  la scienza , con un compasso in mano, e la geometria con asta graduata stretta tra le mani.  La statua venne scolpita nello studio di Alessandro Tomba nella Piazza di San Marco nei locali del convento omonimo. (continua)



Monumento ad
Evangelista Torricelli  e piazza di S. Francesco.
Disegno di T. Dal Pozzo.
(Collezione G. Calzi, Biblioteca Comunale Faenza).

Ciò che rimane di un capolavoro del barocco romano

L'altare della Madonna delle Grazie e Carlo Fontana

di Andrea Dari

Il recente riordino dell’area presbiteriale della cattedrale di Faenza, curato da Giorgio Gualdrini, offre lo spunto per affrontare un nodo importante nell’articolato ambito dello studio della basilica manfrediana alla luce di nuovi dati forniti dall’indagine archivistica, vale a dire il tentativo di ricostruire idealmente l’aspetto dell’altare maggiore secentesco pre–pistocchiano. Questa operazione, importante di per se stessa, potrà rivelarsi utile anche quando si vorrà intraprendere un’analisi più consapevole dell’altare dedicato alla Madonna delle Grazie, posto attualmente nel braccio sinistro del transetto, e delle opere scultoree del friulano Girolamo Bertos ad esso pertinenti (fig. 1). Tali questioni, data l’inscindibilità fisica dei due monumenti, non possono essere disgiunte tra loro.
A questo proposito si ricorda che l’altare della Madonna delle Grazie deriva il suo aspetto dalla fusione tra il seicentesco altare maggiore del Duomo di Faenza, spostato nel transetto dal presbiterio nel 1699,1) e l’altare settecentesco dedicato alla Madonna delle Grazie. Quest’ultimo, eretto verso il 1726 nella chiesa di Sant’Andrea in Vineis,2) fu smontato dopo quasi quarant’anni e trasferito nella cattedrale in occasione dei lavori di rifacimento della chiesa domenicana, per essere assemblato insieme all’altro, su progetto di ignoto autore tardo–barocco, affinché «si collocasse all’altare e nella cappella di S. Pietro, […] senza rimovere le sacre statue che in quella si trovanode SS. Pietro e Paolo, e altre».3)
Il rinvenimento del rogito, con il quale il cardinale Carlo Rossetti affida nel 1681 l’esecuzione dell’altare maggiore allo scalpellino veneziano Giovanni Battista cavallieri, permette di fare luce su molteplici aspetti legati al monumento e di tentarne un’ipotesi restitutiva sul piano grafico, concettuale e simbolico. (continua)


Faenza, Cattedrale, transetto
Altare della Madonna delle Grazie
(fotoAndrea Dari)

Un gioiello custodito alla Biblioteca Comunale

La sfera celeste di Vincenzo Coronelli

Biblioteca Comunale Faenza

     Il ritorno in Biblioteca Comunale della sfera celeste di Vincenzo Coronelli dopo i lavori di restauro di Nicolangelo Scianna è l’occasione per ripercorrere alcune tappe delle sue vicende. Il globo, superstite del bombardamento del novembre 1944, è un globo celeste “ da tre piedi e mezzo” del tipo concavo, seconda edizione ed era collocato in una sala del Museo Torricelliano dal 1974. Prima del pesante bombardamento e del successivo incendio appiccato dalle truppe tedesche in ritirata in biblioteca era conservata, come in analoghi istituti di tradizione, una coppia di globi del Coronelli, quello celeste e quello terrestre. Come si vede dalla fotografia sottostante, che non porta una data ma è riconducibile alla fine del sec. XIX per alcuni dettagli degli arredi e per la presenza del bibliotecario don Antonio Verna, i cimeli erano conservati al primo piano nell’Aula Magna. Le vicende belliche sventrarono tutta la zona centrale dell’edificio e di questo ambiente non rimase che qualche suppellettile isolata tra cumuli di macerie. Dei due globi si salvò solo quello celeste, se pur gravemente danneggiato, mentre di quello terrestre rimase solo la base lignea ottogonale. Una legittima curiosità investe la provenienza dei due globi: da quanto tempo si trovavano in biblioteca? Provenivano da una istituzione conventuale o scolastica o erano stati donati da un privato? (continua)



Vincenzo Coronelli.


Il "Faentino Lontano" Nicolangelo Scianna:
riconsegna alla città il globo Coronelli

di Giorgio Cicognani

 
  
  Il “dottore dei libri” non è certo la descrizione esatta, ma rende bene l’idea. Potrebbe essere questo uno degli appellativi con cui chiamare, Nicolangelo Scianna il vincitore 2016 del prestigioso premio “Faentino lontano” che gli è stato consegnato il 26 giugno al Teatro Masini. Nato nella nostra città il 28 settembre 1945, Nicolangelo si è trasferito tredici anni dopo con la famiglia a Forlì, dove tuttora risiede. Un po’ restauratore di libri, un po’ docente e un po’ inventore, il riconoscimento di “Faentino lontano” vuole anche premiare la sua attività di restauro e ricostruzione, a titolo gratuito, dei globi di Vincenzo Coronelli, tornati a essere esposti in Biblioteca comunale. (continua)


Il globo Coronelli, dopo il restauro.

Un gemellaggio condito d'amore e orgoglio...

"Casa Faenza" a Timisoara (Romania)

di Vittorio Maggi

     Casa Faenza è il simbolo che unirà per sempre Faenza a Timisoara; è il risultato finale di una serie infinita di operazioni umanitarie a concretizzare un gemellaggio e una  sottoscrizione d’intenti condita di amore e orgoglio per averla realizzata. Le sue radici vanno ricercate nel 1989, all’indomani della caduta del dittatore Nicolae Ceausescu, quando qualche ardito faentino, sfidando il freddo di quell’inverno, si mise sotto il loggiato comunale con un banchetto a chiedere offerte per acquistare alimenti e medicinali da portare in Romania ad un popolo bisognoso di tutto. Le prime conoscenze le facemmo con il Dr. Stefan Curescu responsabile di un edificio, non si poteva chiamarlo ospedale, che ammucchiava pazienti affetti da problemi oncologici. Su questo “ospedale” furono concentrare le nostre attenzioni per almeno 6 o 7 anni, durante i quali, per fornire di alimenti poi solo di medicinali il medico, ci accollammo fino a 7-8 viaggi all’anno, anche 14 in un anno. (continua)



Casa Faenza, Timisoara (Romania).




Il vesillo di Venezia sventola sulla Romagna

L'occupazione veneta a Faenza (1503 - 1509)

 di Luigi Solaroli

   Venezia voleva che tutto l’Adriatico fosse considerato come un grande «golfo» di supporto a Venezia. Per ottenere questo dominio era necessario assicurarsi le coste della Romagna e per questo motivo il 26 febbraio del 1441 Venezia occupò Ravenna e Cervia.
Uno dei motivi fondanti per l’occupazione della Romagna era di assicurarsi un paese ricco di grani e soldati, oltre a limitare le mire espansionistiche di Firenze già penetrata alle spalle di Forlì e nella val Lamone.Faenza nel frattempo è assediata da Cesare Borgia, detto il Valentino, figlio del papa Alessandro VI, e il 25 Aprile del 1501 entra in città. Il popolo faentino vede con tristezza, uscire dalla città il giovane e infelice signore Astorgio III Manfredi accompagnato dal fratellastro Giovanni Evangelista per non farvi più ritorno.
(continua)



Vittore Carpaccio, Leone marciano, 1516.
Palazzo Ducale Venezia



 

E sotto la testa misero la lapide

L'«indegno» Rustichelli

di Sandro Bassi

     «Questa è la testa dell’indegno Domenico Rustichelli fatto mazzolare per uomicidio con qualità di proditiore e latrocinio li 30 settembre 1724». Recita così, testualmente, l’agghiacciante lapide murata nel chiostro principale della Manfrediana. Oltre a ricordare una pubblica esecuzione, assai traculenta come usava  allora, ci fa capire che venne scolpita per affiancare la macabra reliquia – il capo staccato dal povero corpo, che dalle cronache sappiamo esser stato squartato – la quale, «a monito» di qualsiasi spettatore, venne esposta per mesi sulla torre del ponte di ingresso in città (quello famosissimo poi crollato con la piena del 1842). La testa di Domenico Rustichelli, collocata nel «finestrotto» della seconda torre, rimase esposta per tutto l’inverno: «Il tempo e le intemperie ne avevano incartapecorito la pelle e sfatti i lineamenti – così riporta la testimonianza del conte Carlo Zanelli – sicché non pareva più il capo spiccato dal busto dopo la sentenza del magistrato, ma piuttosto la testa di una marionetta...» (continua)


La lapide che ricorda l'avvenimento.
Attualmente conservata nel Chiostro
 della Biblioteca Manfrediana



Poeti e cantori nella tradizione faentina

Una scuola di poesia a Faenza

di Rosarita Berardi

     Un amico – per celia! - un giorno mi disse: “Ma sta a vedere che a Faenza esiste una scuola di poesia!?” Intendendo in tal modo canzonare la possibile affermazione di una tradizione poetica faentina che io ventilavo... tesi sostenuta a fronte del nutrito numero di poeti e poetesse che andavo via via scoprendo a Faenza.
Correva l'anno 2003 e l'amministrazione manfreda di quegli anni aveva chiesto a me e a Mauro Gurioli di stilare un'antologia che raccogliesse i poeti faentini contemporanei (non dialettali) dando loro la giusta rilevanza (titolo dell'antologia:
Ma adesso noi, edita da Società Editrice Il Ponte Vecchio di Cesena).
Si dice che la curiosità sia femmina... in ogni caso a me nacque la voglia di verificare se fosse sostenibile o meno la mia ipotesi sull'esistenza di una “Scuola di Poesia” a Faenza...
E come in una caccia al tesoro eccone le risultanze:
(continua)


Alfredo Oriani


Musicista e sapiente cultore di lettere


Lamberto Caffarelli vanto di Faenza

di P. Albino Varrotti


     
       Nuovo dell'ambiente, ignaro di tutto, venendo a Faenza nel settembre del 1943, chi scrive ora ebbe modo più volte di sentire ricordare il Maestro Lamberto Caffarelli. Chi ne faceva un tipo estroverso e bizzarro, anche portando in causa la sua Teosofia, chi lo descriveva misantropo e tutt'altro che trattabile, chi, credendo di apparire spiritoso e divertente, gli attribuiva fatterelli comici e di gusto piuttosto discutibili. Nacque così, com'era inevitabile, un'enorme curiosità di conoscerlo meglio e personalmente. L'occasione si presentò, dovendo, chi scrive, riordinare e catalogare l'Archivio Musicale di San Francesco in Bologna. Cercando di procurare opere del Maestro Lamberto Caffarelli per collocarle in quell'Archivio Musicale, fu possibile ottenere dall'autore stesso alcune sue pubblicazioni più importanti.
Altre di queste, insieme a preziosi suoi autografi, vennero in seguito. Tra gli autografi vanno particolarmentericordate le sue trascrizioni pianistiche di opere del Sarti. Dopo i primi occasionali colloqui mi avvidi ben presto di quanto fossero infondate le molte dicerie che avevo udito circolare sul suo conto.. Infatti lo trovai molto cortese, affabile, persino a volte faceto, venato talora di sottile ironia. Più volte mi invitò nel suo studio e mi volle frequentemente ad esaminare insieme con lui spartiti di musiche proprie o d'altri.
(continua)




Lamberto Caffarelli


Il più grande Maestro della ceramica del novecento

Pietro Melandri e le sue Natività

di Stefano Dirani

Riproponiamo un vecchio articolo di Stefano Dirani pubblicato nel 1985 su Pietro Melandri


     Nel primo centenario della nascita mi è sembrato opportuno, anzi doveroso, ricordare questo grande Maestro della ceramica del nostro secolo. Ed è in occasione dell'imminente solennità del Natale, momento più suggestivo e sentito del Cristianesimo che ripropongo ai suoi più attenti estimatori e al pubblico interessato, qualche sua opera sacra inerente la natività che nella luminescenza e nella delicata figurazione dell'artista trova una delle sue più valide rappresentazioni. L'abilità di Pietro Melandri si riscontra immediatamente nella spontaneità plastica e nell'immediatezza pittorica, nel gusto del colore e nell'equilibrio dei toni, nella tecnica sempre più raffinata e nella varietà dei motivi. Fu I'ansia di sperimentare, il desiderio di scoprire sempre qualcosa di nuovo che gli diedero la forza di lottare nei momenti più difficili permettendogli di ideare nuovi indirizzi decorativi, forieri di ulteriori sviluppi per la ceramica d'arte. (continua)

Pietro Melandri, piastrella ad altorilievo in ceramica
 a lustro raffigurante Natività con stella cometa.

Da cospiratore a direttore del Corriere della Sera

Alfredo Comandini

di Nino Drei


    
Antonio Alfredo Comandini nasce a Faenza, al n° 3 di corso Garibaldi, in casa dei Damiani dall'Olio, nel 1853, mentre il padre Federico, cospiratore di origine cesenate due volte condannato a morte, è in carcere. Trasferitosi poi con il padre a Cesena è segretario della Consociazione di quella città sino al 1872 quando si stabilisce a Roma per studiare giurisprudenza. La sua grande passione civile lo porta, dopo essere stato nel 1874 fra gli arrestati di Villa Ruffi, e mentre ancora studia, ad entrare nel mondo del giornalismo come corrispondente da Roma. Nel 1879 è chiamato a dirigere a Vicenza "II Paese" e, nel 1880, passa, sempre come direttore, all' "Adige" di Verona. Nel 1883 raggiunge Milano ove dirige "La Lombardia" che riesce a trasformare da giornale ormai in declino in un organo di stampa vivace e combattivo. Nel 1881 pubblica su "L'Adige" gli articoli sulla Romagna, da lui stesso poi raccolti in fascicolo, che, pur criticando aspramente i comportamenti tenuti dai governi sia di Destra che di Sinistra, non risparmiano critiche alle Associazioni repubblicane romagnole. II 1° settembre 1891, passa a dirigere "Il Corriere della Sera" in un momento in cui il suo fondatore, Torelli Viollier, gia stanco ed ammalato, cerca chi lo possa sostituire. (continua)


Alfredo Comandini


 Due Faentini nel "Servizio Segreto" del Re Sole

14 anni alla Bastiglia: però!

di Giuliano Bettoli

  
      Delle avventure di due faentini - Antonio e Andrea Azzurrini - ci racconta tutto il nostro Miro Gamberini in un simpatico volumetto di 38 pagine, intitolato Due faentini nel “Servizio segreto” del Re Sole, uscito nelle librerie che sarà un mese. Ve ne faccio il riassunto: merita. State poi da sentire. Dunque, siamo a Faenza a cavallo del 1700: duecento anni fa. Anzi, un po’ più indietro. Gli Azzurrini - badate bene - erano un’antica famiglia faentina, e con del chè. Tra di loro c’era stato anche quel Bernardino Azzurrini (1542-1620), al quale Faenza ha dedicato una strada: sì, via Azzurrini. Perché? Ma perché lui fu, oltre che un notaio, soprattutto un cronista e uno storico che ci ha lasciato dei libri molto importanti.
Dunque veniamo prima ad Antonio Azzurrini.
Nato nel 1658, nel 1683 viene nominato “Comandante della Rocca di Faenza”. Sembra un titolo pomposo, ma la nostra Rocca, in quel momento, è un posto semiabbandonato. Quindi, quello, è solo un titolo onorifico. Antonio va a Roma e si mette al servizio, come diplomatico, del cardinal De Bouillon che, presso il Papa, rappresenta il Re di Francia. In quel momento in Europa c’è una delle solite guerre. Stavolta c’è la “Guerra di Successione Spagnola”. E il cardinale manda il nostro Azzurrini (padre) a sondare gli umori delle corti di Parigi e di Londra. E lui, Antonio, in questi delicato compito, si porta dietro, come “apprendista diplomatico”, anche il figlio Andrea.
(continua)
   



Andrea Azzurini

... Faenza è un raggio di sole in questo viaggio in Romagna

La statua dimenticata

di Andrè Maurel


    Il 4 gennaio 1914 il settimanale faentino Il Piccolo pubblica su suggerimento di un “assiduo lettore” il seguente articolo preceduto da una breve lettera:

Egregio Sig. Direttore.
Faenza, 27 dicembre 1913.

   Andrè Maurel, uno scrittore francese che ha pubblicato 9 volumi sull’Italia, alcuni intitolati "Petites villes d’Italie e altri Paysages d’Italie", e che ora sta pubblicando il decimo e ultimo volume su "Venezia", in un volume della serie "Paysages d’Italie" si occupa anche di Faenza, con molta simpatia. Mi parrebbe opportuno pubblicare nel Piccolo il suo scritto su Faenza…

Dopo un secolo lo riproponiamo noi di Historia Faentina.
(continua)


Faenza, il viale della Stazione nel 1916.

 "Fin da piccolo si distinse per la sua generosità..."

Livio Zannoni, medaglia d'oro

di Enzo Casadio

 
     Livio Zannoni nacque a Faenza l'11 ottobre 1909. Il padre Pietro e la madre Maria Ferruzzi gestivano un commercio di granaglia nella loro casa in Borgo, sita al n.23. Al n.21 c'era il popolare Pirì de Foran (Pietro Ferniani), contemporaneamente fornaio e gelatiere di alto livello. Nella sua stessa casa aveva sede anche l'ufficio postale. Livio era il secondo di quattro fratelli, Mario Giacomo nato nel 1905, Ida nata nel 1914 e Vittoria (Rina) nel 1918. Fin da piccolo, si distinse per la sua generosità nei confronti degli altri e per il suo fervido patriottismo. La prima guerra mondiale era finita da poco e Faenza, come il resto dell'Italia, era percorsa da tensioni politiche, che sfociavano spesso in scontri fisici tra le opposte fazioni. II fratello di Livio, ancora giovanetto, fu uno del primi ad aderire al nascente movimento fascista, partecipando a numerose spedizioni squadriste, e diventanto di conseguenza oggetto di possibili ritorsioni da parte degli avversari. La madre, nell'intento di allontanare Livio dal turbolento clima politico della città, lo indusse a continuare gli studi nel seminario. Livio iniziò quindi gli studi ginnasiali manifestando anche la volontà di diventare missionario. Ma nel luglio del 1924 avvenne un fatto che sconvolse la vita dell'intera famiglia. Nel periodo della  mietitura i fascisti esercitarono pressioni sui contadini perché prendessero la tessera del loro sindacato, ottenendo comunque  uno scarso  successo. (continua)

Livio Zannoni in divisa dell'aeronautica,
in una foto con dedica della madre a sua cugina.


Continua l'attenzione dei nostri ceramisti per il Santo Padre

Fatto in ceramica lo stemma di Papa Francesco

di Giulio Donati


     Uno stemma per papa Francesco! Se non fosse che è tradizione che un vescovo si insedi avendo anche un suo stemma, di certo l'attuale pontefice non avrebbe stupito nessuno se non l'avesse preparato. Ma uno stemma papa Francesco ce l'ha. Dunque, rispettata la tradizione, la sua preoccupazione prioritaria è di certo l'annuncio, l'evangelizzazione.
 Dunque, quando i suoi collaboratori hanno sentito da Vittorio Ragazzini l'idea di offrirecopia  dello stemma suo in ceramica, si sono ben preoccupati di dire "beh, con questo papa e il suo modo di pensare, vediamo se può gradire l'idea".
La risposta di Vittorio è stata pronta: "L'arte ceramica è arte povera. Non ci fossero i colori a impreziosirla, è semplice terra modellata". "Allora faccia!, è stata l'altrettanto pronta replica.
Così, oggi lo stemma di papa Francesco in ceramica è pronto per andare in Vaticano. Ancora un'opera di questi nostri artisti destinati al sommo pontefice. E mercoledì  scorso (31 agosto 2016) è stato l'autore a presentarla alla stampa insieme al direttore dell'Ufficio diocesano Comunicazioni sociali, don Tiziano Zoli.
In realtà, Ragazzini era partito ancora nel 2010 lavorando allo stemma di Benedetto XVI, su sollecitazione di padre Leonardo Sapienza. Le inattese dimissioni di papa Ratzinger bloccarono l'idea, che pure era stata praticamente portata a termine
. Il nuovo papa, il suo insediamento, la ripresa dei contatti per verificare la fattibilità, hanno portato al trascorrere di anni prima di decidere di ripartire. (continua)
 

Stemma di Papa Francesco I.

Il presepe della "Capellina Faenza" di Castel Gandolfo

Il grande presepe in ceramica faentina

di Isabel Tozzi

     Nove statue. Due metri circa di altezza ciascuna. Parliamo di un presepe a grandezza naturale, realizzato da ceramisti faentini come dono e ringraziamento a papa Giovanni Paolo II, per la visita pastorale in Romagna (8-11 maggio 1986) che lo portò il 10 maggio ‘86 a Faenza. L’iniziativa nacque dal prefetto emerito della Casa Vaticana mons. Dino Monduzzi, per lasciare una traccia di Faenza in Vaticano. Si pensò alla realizzazione di un presepe in ceramica e alla ristrutturazione di una cappellina spoglia nella Villa Pontificia, sempre ricorrendo alle ceramiche faentine, che dall’inaugurazione del 1990 ha preso il nome di Cappellina Faenza. Gli attori principali di questa iniziativa furono tre: il prefetto mons. Monduzzi, don Gino Montanari (cappellano alla Casa di Riposo di Faenza) e Alteo Dolcini (presidente Ente Ceramica). I ceramisti che lavorarono alla realizzazione del presepe furono: Silvana Geminiani e Sandro Buonaiuto (italo-americano che alla bottega Geminiani svolgeva un percorso di perfezionamento), che si occuparono di S. Giuseppe, Maria e Gesù (nella foto grande a destra); (continua)



Il presepe in ceramica di Faenza di Castel Gandolfo.


Dal libro: Il Borgo Durbecco di Faenza


Il toponimo Borgo Durbecco

di Gilberto Casadio

  
  La prima menzione del Borgo di Faenza è in un documento del 1097 nel quale viene citato il suburbius Favencie in pogio S. Antonini, cioè il ‘sobborgo di Faenza nel poggio di Sant’Antonino’.

Il nome Durbecco (nelle varie forme latine Durbechus o Durbecchus, con o senza l’h) compare solo nei documenti e nelle cronache dei secoli successivi.
Il Tolosano († 1226) nella sua Cronaca lo cita anche senza associarlo al termine Borgo, il che ha fatto suppore a mons. Giuseppe Rossini, nel suo commento all’opera, che Durbeccus fosse il nome di una località posta sulla destra del fiume Lamone e che solo successivamente tale nome sia passato al Borgo, inizialmente sempre indicato – come si è detto – con il nome di Burgus Sancti Antonini ‘Borgo di Sant’Antonino’ o di  Burgus Portae Pontis ‘Borgo della Porta del Ponte’. A riprova di ciò va notato che negli ultimi capitoli della Cronaca il Tolosano usa l’espressione burgus Durbecci o Durbecchi da tradursi alla lettera non come ‘Borgo Durbecco’, ma come “Borgo del Durbecco”.
Sul finire del 1200 nel codice del notaio fiorentino Lottieri della Tosa compare invece unicamente il termine Urbeccus: Ecclesia Sancte Marie de Urbecco ‘Chiesa di Santa Maria di Urbecco’. (continua)



La copertina del  libro.


La Hit Parade dei libri sulla storia di Faenza

I libri che non potete non avere

     Qui di seguito un elenco, il più vasto possibile, di testi  riguardanti la storia di Faenza editi a partire dal 1840. Si tratta di opere generali concordemente ritenute valide, in alcuni casi con parti inevitabilmente superate da successivi aggiornamenti ma in ogni caso ancora interessanti da un punto di vista documentario. (continua)
 
Faenza nella Grande Guerra
di Enzo Casadio
Il libro piu consultato dagli storici



Il libro più venduto



Messeri Antonio - Calzi Achille
Faenza nella storia e nell'arte
Tipografia Sociale Faentina, Faenza 1909

Presentiamo un libro, questo mese:
"Noi leggiavamo un giorno per diletto..." Dante, Inferno c. V




In libreria: Opuscoli Historia Faentina
            
Stefano Saviotti
"Le Mura di Faenza"

Rosarita Berardi
"I misteri di  Faenza"



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Pinacoteca Comunale Faenza.
Marco Palmezzano (1460-1539)
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La possibilità di aprire pagine specifiche come museo d'arte si è aggiunta alle altre agevolazioni social riconosciuti da tutti gli utenti.
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