HISTORIA FAENTINA
Panorama di Faenza da: Colonia Esperide (particolare) Biblioteca Comunale Manfrediana di Faenza.

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
Personaggi Storici Storia Medioevale
Storia Moderna
Monumenti
Libri

Il contesto faentino del seicento e la  famiglia Mazzolani

Da Giovanni Battista Torri a Pietro Tomba:
il «nobile disegno»del Palazzo Mazzolani di Faenza

di Andrea Dari

   Con la fine della Signoria dei Manfredi e la conquista da parte del Valentino (1501), e dopo la parentesi del dominio di Venezia (1501–1510), Faenza, come tutta la Romagna, è assoggettata al diretto governo papale. In conseguenza degli effetti di questa temperie difficile, è solo alla metà del Seicento che essa e le altre città romagnole vedono maturare una sensibile trasformazione tipologica dei propri palazzi nobiliari.¹) Ciò avviene con gradualità e in ritardo rispetto ai vicini e maggiori centri emiliani, come Ferrara e Bologna dove «non si risparmia nulla per ammobiliare le case con magnificenza e per rendere gli appartamenti, i cortili, i giardini, di un bellissimo gusto e d’una straordinaria bellezza».²) (continua)




  Faenza, Palazzo Mazzolani – Facciata su corso Mazzini
(foto panoramica ortoscopica multishot Marco Cavina)


Le radici della bandiera italiana nelle signorie del tardo Medioevo

Il Tricolore e i Manfredi

di Michele Orlando

    Sono ben note le origini tardo settecentesche del Tricolore italiano, che rimandano al settembre 1794, quando due studenti patrioti dell’Università di Bologna, Luigi Zamboni e Giovanni Battista de Rolandis, infiammano i Bolognesi di ardor patrio, intenti a restituire al Comune felsineo l’antica autonomia perduta e una nuova identità politica e spezzando definitivamente la soggezione allo Stato della Chiesa. I due universitari associano così il bianco e il rosso delle proprie città natie (Bologna e Asti) al verde della speranza che ‘tutto il popolo italiano segua la rivoluzione nazionale da noi iniziata, che cancelli que’ confini segnati dalla tirannide forestiera’. Il 7 gennaio 1797 le città di Modena, Ferrara, Bologna, Reggio Emilia, costituite in Repubblica Cispadana, decretano di accogliere e di «estendere universalmente la Bandiera Cispadana di tre colori: verde, bianco, rosso». Da quel momento l’insegna assume un notorio significato di libertà e si colloca con onore e popolarità nella sua tipologia tra i molti simboli sorti in quel periodo.  Sul Tricolore italiano – è il caso di dire – se ne dicono di tutti i colori. Il Tricolore è nella poesia del Carducci, del Pascoli, del Pezzani, di Ada Negri. Si è detto persino di origini spagnole o radici massoniche. Ma sono argomenti che qui non approfondiamo. (continua)

Ricostruzione grafica della nascita del Tricolore. Stemma di Bologna con croce rossa in campo argento. Stemma di Asti con croce bianca. Coccarda tricolore originale ideata da De Rolandis e Zamboni conservata al Museo dell'Università di Bologna. In primo piano il Tricolore della Repubblica Cispadana.

Dalla vita in trincea alla prigionia nei lager - Il dramma della guerra raccontato con l'arte

Una generazione stroncata
Barbieri, Malmerendi e Nonni: tre artisti romagnoli
nella Prima Guerra Mondiale


a cura della Pinacoteca Comunale di Faenza

    Varie generazioni di artisti romagnoli hanno partecipato alla Prima Guerra Mondiale. Partiti in molti casi volontari, furono profondamente segnati dagli anni di Guerra. Il faentino Pietro Melandri in una lettera scritta a Francesco Nonni il 22 maggio 1915 invitò l'amico ad avere coraggio ed espresse la speranza "di infilzare tanti tedeschi". Per lui la guerra finì nel campo di prigionia ungherese di Somoria. Anche per Francesco Nonni l'esperienza di guerra finì in un campo di prigionia: fatto prigioniero dopo la rotta di Caporetto fu rinchiuso nel campo di Cellelager in Germania dove rimase dal novembre 1917 al gennaio 1919. Si può dunque comprendere come a cinquanta anni da quella esperienza, esattamente il 4 novembre 1967 in occasione del suo ottantesimo compleanno, Francesco Nonni scrisse di far parte di quella generazione che la guerra 15-18 aveva stroncato inesorabilmente. (continua)




Pietro Nonni, La fortezza di Raststt.

Dopo la fine della guerra si continuò a morire a causa delle tante mine che erano state piazzate dai due eserciti

Gli sminatori

di Enzo Casadio - Massimo Valli

  II 29 aprile 1945 nella reggia di Caserta i rappresentanti dell'esercito tedesco firmarono la resa delle loro forze armate in Italia con decorrenza dalle ore 12 del 2 maggio. Terminava così ufficialmente la Seconda Guerra Mondiale in Italia. Ma la fine delle ostilità non significa la fine della perdita di vite umane, in molte parti d'Italia, ma in particolare nella nostra provincia, si continue a morire per anni dopo la fine della guerra a causa delle tante mine che erano state piazzate dai due eserciti contrapposti e delle migliaia di proiettili e ordigni inesplosi. La stasi nelle operazioni militari che vide la linea del fronte fermarsi sul fiume Senio dai primi di gennaio del 1945 fino all'offensiva del 9 aprile, aveva indotto I'esercito tedesco a sistemare migliaia di mine antiuomo e anticarro nei terreni vicini al fiume, per ritardare I'avanzata degli alleati e per evitare che le pattuglie inglesi si avvicinassero troppo alle loro posizioni. Anche I'VIII Armata britannica aveva piazzato delle mine, per evitare o almeno rallentare possibili contrattacchi dei tedeschi. A volte i tedeschi ritirandosi piazzavano delle trappole esplosive costituite da bombe a mano o altri ordigni, queste trappole potevano essere collegate ad un oggetto o ad una porta, cosi che, rimuovendo quell'oggetto o aprendo quella porta, avveniva l'esplosione. (continua)





Sminatori in azione a Faenza sotto Porta delle Chiavi.

A poco più di un anno dalla scomparsa, Faenza rende omaggio a uno dei suoi personaggi più conosciuti e amati

Commemorazione ufficiale di Giuliano Bettoli
Consiglio comunale di Faenza 25 giugno 2018

    EDITORIALE - "IL PICCOLO" del 22 giugno 2018
    A poco più di un anno dalla scomparsa, Faenza rende omaggio a uno dei suoi personaggi più conosciuti e amati. Lunedì 25 giugno [2018], alle ore 20,30 in Consiglio comunale, commemorazione ufficiale di Giuliano Bettoli. Dopo il discorso del sindaco e dei gruppi consiglieri, saranno proiettati anche alcuni brevi frammenti video. La cittadinanza è invitata.
Classe 1931, già dipendente comunale presso l’ufficio Anagrafe, Giuliano Bettoli è stato scrittore, poeta, studioso, promotore di innumerevoli iniziative culturali, raccontando Faenza, la sua storia e i suoi aneddoti in maniera mirabile, al punto di diventare per la propria città, così tanto amata, una sorta di “icona” della “faentinità”.
Premiato nel 1982 come “Faentino Sotto la Torre”, era noto a tutti come il “sindaco del Borgo”, il borgomastro del suo Borgo Durbecco, la parte di città oltre il Ponte delle Grazie sul fiume Lamone.
(continua)




Giuliano in una foto del 2016 che lo ritrae seduto
 alla scrivania de su busanòt in via Castellani.

Da fabbrica di ceramica a teatro in stile Art Nouveau dichiarato nel 1975 monumento nazionale Colombiano

A Bogotà? C'è il teatro "Faenza"

di Giuliano Bettoli

A un anno dalla scomparsa di Giuliano Bettoli per ricordarlo proponiamo un suo articolo scritto nel 2011 per "2001 Romagna", rivista da lui ideata e sostenuta fin dal primo numero uscito nel 1979.

    Più di tredici anni fa, mio fratello, Franco Bettoli, il 10 giugno del 1997, mi mandò da Arezzo, dove guidava una comunità "Emmaus", quella che lui aveva fondato, una lettera, accompagnata da una fotografia. Franco, che era nato nel 1943 e che era il più giovane di noi Bettoli, purtroppo è morto il 4 aprile del 2008. Credo che molti a Faenza sappiano che è stato per anni e anni I'aiutante più stretto dell'Abbe Pierre, il fondatore delle comunità "Emmaus" sparse in tutto il mondo. Franco, infatti, per un ventennio fu il presidente di "Emmaus International". E ha viaggiato dappertutto per visitare le tante comunità e per organizzare ogni genere di iniziative in favore degli ultimi.
(continua)




Teatro "Faenza". Bogotà.

il rimpianto per la scomparsa di un simbolo di storia della città, vissuta come un dramma di età romantica

Disegni di Romolo Liverani con i ruderi del
ponte sul fiume Lamone dopo la piena del 1842

di Marcella Vitali

 

    Negli anni ’80, Anna Rosa Gentilini, che tutti ricordiamo con affetto e rimpianto, mi chiese il favore di accompagnarla a vedere tre album di Romolo e Tancredi Liverani in vendita presso una libreria antiquaria. Si trattava di disegni molto interessanti, alcuni di notevole qualità, che avrebbero potuto arricchire ulteriormente il già notevole fondo di disegni di Romolo Liverani nella Biblioteca Comunale di Faenza (M.VITALI, I disegni di Romolo Liverani, in La Biblioteca Comunale di Faenza. La fabbrica e i fondi, a cura di Anna Rosa Gentilini, Studio 88, Faenza 1999,pp. 159-168). Gli album, successivamente acquisiti grazie al finanziamento della Banca del Monte e Cassa di Risparmio di Faenza, entrarono in Biblioteca nel dicembre 1985, poi indicati con i nn. 10bis, 11 e 12 del Fondo Liverani. (continua)                  


Romolo Liverani Ruderi del ponte di Faenza dopo la caduta
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Il primo sindaco di Faenza

 Gaetano Carboni

Con l’adesione della Romagna al regno di Sardegna la giunta comunale di Faenza,
 il 10 marzo 1860, lo nomina primo sindaco della città.


di Nino Drei

 

    Gaetano Carboni nasce a Faenza il 9 dicembre 1821 da una famiglia originaria di Nervi trasferitasi a Faenza nell'ultimo decennio del '700. Come molti faentini della nobiltà o dell’alta borghesia compie gli studi presso il prestigioso Collegio dei Nobili di Ravenna e passa poi all'Università di Bologna dove si laurea in chimica. Ritornato a Faenza gestisce col fratello Emanuele la farmacia di famiglia che è anche uno dei luoghi di ritrovo dell'elemento liberale della città, non esclusi sacerdoti di idee antitemporaliste. Affiliatosi ben presto alla mazziniana Giovine Italia partecipa agli entusiasmi piononisti e nel  '48 è ufficiale quartier-mastro nel battaglione dei volontari faentini che agli ordini del maggiore Raffaele Pasi difende Vicenza dalle preponderanti truppe austriache del maresciallo Radetzky. L'anno successive è fra gli aderenti ed i sostenitori della Repubblica Romana ricoprendo l'incarico di membro della "Commissione per la compilazione degl'inventari delle proprietà dei corpi morali e religiosi" che opera il sequestra dei magazzini del vescovado e delle altre istituzioni e corporazioni religiose nel febbraio del '49. (continua)                  






Gaetano Carboni.


Valente codottiero mise la sua spada al servizio del Doge di Venezia

Martino Bernabucci (Martino da Faenza)

Condottiero di ventura

di Miro Gamberini

      Gli anni intorno al 1380 furono decisivi nella storia bellica italiana, poiché furono quelli in cui si ebbe la fine delle grandi compagnie di ventura e l’affermazione definitiva del singolo condottiero. Il fattore principale nel declino delle compagnie fu la struttura che in Italia le Signorie locali e gli Stati si diedero potenziando i dispositivi di difesa. Per sopravvivere in questo contesto, la crescente forza militare degli Stati costrinse le compagnie a stringere accordi e alleanze, ove gli alleati di oggi, diventavano nemici il giorno dopo. (continua)



Battaglia medioevale.


Una scenografica villa suburbana

L' oratorio di S. Giorgio

di
Stefano Saviotti

   Il complesso di S. Giorgio è situato qualche centinaio di metri fuori Porta delle Chiavi, lungo la via Emilia, in corrispondenza della rotonda allo sbocco della Circonvallazione. La sua attuale collocazione fa sì che esso sia pressoché invisibile a chi vi transita davanti, dovendosi sempre prestare la massima attenzione al traffico. All’epoca della sua costruzione invece, la posizione lungo la strada consolare ed appena fuori città era considerata di gran privilegio. Le costruzioni oggi visibili risalgono tutte al Settecento o ad epoca posteriore, ma il sito e la dedicazione a S. Giorgio hanno origini ben più remote. Una prima chiesetta è già ricordata in atti del 1152 e 1193 (si veda lo Schedario Rossini), e nel 1269 era parrocchia; difatti, l’8 agosto di quell’anno essa fu concessa con tutti i suoi beni ai Canonici di Faenza dal Vescovo Giacomo III Petrella. Nel 1334 il vescovo Ugolino, considerando che la parrocchia di S. Giorgio aveva una rendita insufficiente al suo mantenimento, ne dispose l’unione con la chiesa di S. Maria della Palma, che era nelle vicinanze (non se ne conosce però la posizione esatta) ed apparteneva ai Camaldolesi dal 1328, assieme all’annesso ospedale per i pellegrini.
(continua)





L'oratorio di San Giorgi in un disegno
 acquerellato di Romolo Liverani
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La descrizione della struttura di un mulino a acqua

I mulini ad acqua delle nostre colline

di Gilberto Casadio

articolo tratto da: "la Ludla", Anno XXI • Maggio 2017 • n. 4 (177°)

    I mulini della collina faentina erano  nella quasi totalità del tipo a ritrécine, cioè con la ruota a pale orizzontale, che trasmetteva direttamente il moto alla macina senza bisogno di ingranaggi altrimenti indispensabili con ruota a pale verticale. Le mole erano costituite in genere da due grosse pietre di granito del diametro di circa un metro e mezzo. La mola inferiore (detta fondo della macina o mola dormiente) era ovviamente fissa e con la faccia superiore leggermente convessa. Al centro si trovava un foro nel quale passava l’albero rotante di legno fissato al disco superiore: il coperchio della macina o mola propriamente detta. La mola presentava nella faccia inferiore una leggera concavità, corrispondente alla convessità del fondo della macina. Le superfici delle mole che si sfioravano durante la macinazione erano zigrinate e fornite di piccoli solchi ricurvi che si dipartivano a raggiera dal centro per favorire la fuoruscita laterale del macinato. (continua)
 
Romolo Liverani,  interno del mulino di San Martino
 (Pinacoteca Comunale Faenza).

Sosteneva che le cause dei sismi andassero cercate in cielo

Bendandi, colui che «prevedeva» i terremoti

di Geminello Alvi

articolo tratto da: "Il Venerdi" del 16 settembre 2016

    Un'oretta in auto ed eccomi a Faenza, via Manara 17, a spiare le delicate inferriate di una casetta a schiera, popolare, di fine Ottocento: è l'abitazione laboratorio decorata con lavandino di graniglia, nonché il museo, del Raffaele Bendandi. Nome che non dirà molto adesso, ma che qualcosa contava durante i terremoti d'Ancona del 1972, tra la gente con le coperte sulle spalle a spasso di notte, mentre le case si fendevano di crepe. Alla minima scossa, era a questo tale anziano in camice scuro e volentieri incazzoso, fronte alta divisa dal basco a proteggergli la calvizie, che si rivolgevano la Rai e i giornali. Da decenni del resto, affaccendato eppure in cravatta, con tra le mani cartigli di conti a sei cifre, era lui che prediceva il dove e quando di universi terremoti planetari. Quanto bastava allora a tutti per ricordarsi, ad ogni sommovimento, che lui l'aveva detto, fosse o no vero.  (continua)




Raffaele Bendandi.

Un capolavoro di architettura militare del Rinascimento

La rocca di Monte Poggiolo bella e inespugnabile

di Sandro Bassi

    Stavolta andiamo - idealmente, o, se volete, fisicamente a Monte Poggiolo, promontorio fortificato sovrastante Terra del Sole, nel forlivese, ma che può fare anche da ottimo pretesto per un'escursione dalle colline faentine. È questa quasi una regola per i castelli d'altura, che in Romagna si trovano puntualmente in luoghi di fascino: per la loro posizione strategica (isolata e torreggiante, in cui l'antica valenza militare di punto d'osservazione amplissima si traduce oggi in grandiosità del panorama) e per l'interesse storico-ambientale. Per i faentini c'e un ulteriore motivo di curiosità affettiva: l'architetto che costruì la Rocca di Monte Poggiolo fu Giuliano da Maiano, autore sicuro del duomo di Faenza e probabile di altri edifici che gli sono attribuiti su base stilistica e su deduzioni cronologiche; tra questi, basta citare il Santo Stefano Vetere (chiesa gentilizia dei Manfredi, sconsacrata fin dall'epoca napoleonica e trasformata all'interno ma ancora esistente e ben visibile dal vicolo omonimo dietro Corso Mazzini) e la Torre di Oriolo, non lontana da qui. (continua)




Tommaso Dalpozzo, Monte Poggiolo.

1796 Napoleone invade l'Italia con 44.000 militari

La Campagna d'Italia e la conquista di Faenza

di Beppe Emiliani

    Scopo della campagna d’Italia è innanzitutto il saccheggio, onde rimpinguare le casse francesi, mantenere l’esercito, e con l’occasione arricchire le collezioni dei musei di Parigi. Le  province conquistate sarebbero poi tornate utili come merce di scambio nelle trattative con l’Austria. Nel 1796 Napoleone quindi invade l’Italia, con queste parole si rivolge ai suoi 44.000 uomini, quasi tutti scalzi e mal nutriti:  «Io voglio condurvi nelle più fertili pianure del mondo. Ricche province, grandi città verranno in vostro potere, voi vi troverete onori, gloria, ricchezze». Subito Napoleone punta le armi contro lo Stato Pontificio, costringendo il pontefice all’umiliante armistizio di Bologna. Le condizioni sono pesantissime, Pio VI deve cedere Bologna, Ferrara e Ancona. Il pontefice deve anche riparare (finanziariamente) le “offese” sostenute dai sudditi francesi nei suoi Stati. Tutti i prigionieri politici, cioè i giacobini, devono essere liberati. I porti dello Stato pontificio interdetti alle navi delle potenze ostili alla repubblica francese, e aperti alle navi di quest’ultima. I commissari francesi avrebbero scelto, nella città di Roma, cento dipinti, busti, vasi e statue, più cinquecento manoscritti antichi. Una somma spropositata sarebbe stata versata in lingotti d’oro e d’argento, il resto in derrate: merci, cavalli e buoi. Le truppe francesi avrebbero avuto libero passaggio nei territori della Chiesa e rifornite di viveri durante l’intero percorso. Il 23 giugno 1796 è pattuita una tregua, Bonaparte sgombera Faenza e restituisce Ravenna, ma rimane in possesso delle Legazioni di Ferrara e Bologna, riservandosi il diritto di presidiare Ancona. (continua)




Napoleone Bonaparte.

Un progetto che ha attraversato i secoli e che fortunatamente è giunto fino a noi

I Loggiati di Piazza del Popolo

di Marco Santandrea

   La piazza principale di Faenza è resa unica dalla presenza dei loggiati, simili nelle forme ma molto diversi nella storia che ha portato alla loro costruzione. Il lato nord ovest vede la presenza del loggiato “del Comune”, il lato sud est è invece caratterizzato dal loggiato “del Podestà”. Per ricostruire le origini e i successivi sviluppi di questi loggiati è necessario tornare alla Faenza medievale: nel XIV secolo, al piano terra del Palazzo del Podestà, venne costruito un portico (detto “dei Sartori”) probabilmente realizzato in legno, che rimase in piedi almeno fino al ‘500; fu questo con molta probabilità il primo portico affacciato sulla Piazza di Faenza. Per quanto riguarda il Palazzo del Popolo (attuale Municipio), secondo alcune fonti fu Astorgio I (1345-1405) nel 1394 a costruire il primo ordine (ovvero la loggia al piano terra), ma questa notizia non è confermata. Di certo fu un altro Manfredi (Carlo II) a realizzare la loggia superiore, e ad ornare il manufatto con splendide pitture e decorazioni dorate. Teniamo a mente che il loggiato realizzato da Carlo II verso il 1470 comprendeva solo le prime sette campate dal Corso Mazzini, perché la Piazza era decisamente più piccola e anche perchè l’attuale Municipio arrivava più o meno all’altezza della scalinata di ingresso.  (continua)





I due loggiati di Piazza del Popolo in un disegno
 di Romolo Liverani, raffigurati nella loro forma settecentesca.


Storia di due faentini dimenticati...

Augusto Frassineti e Luigi Mozzani

di
Rosarita Berardi

    Il 17 maggio 2018, durante il passaggio del Giro d’Italia da Faenza - tappa Osimo-Imola - il cronista sportivo illustrando la storia della nostra città disse:
«...ha dato i natali a uno dei più grandi scrittori di letteratura satirica italiana della seconda metà del 900, Augusto Frassineti, che merita di essere riscoperto e letto».
Italo Calvino nella sua prefazione al libro “Mistero dei Misteri” , scritto da Frassineti nel 1952 scrive “prende di petto il nodo più doloroso che impastoia la vita italiana, il male più incancrenito da cui nessun cambiamento di regime o d’istituti è riuscito a liberarci: l’assurdità burocratica”. (continua)

 



Augusto Frassineti.


Luigi Mozzani.


Il geniale faentino che ha innovato la chitarra nel '900

Le chitarre Lyra di Luigi Mozzani: estro, perizia artigianale
 e poesia nell'atmosfera liberty del primo '900


di Marco Cavina


     Luigi Mozzani è un mio illustre concittadino, nato appunto a Faenza nel 1869, che nella sua esistenza piena è stato di volta in volta un fine oboista, un grande concertista e compositore per chitarra e financo un apprezzato liutaio, attività che gli diede notorietà internazionale e che praticò a Cento di Ferrara ed a Rovereto, dove trovò la morte nel 1943, non senza aver instillato il germe della sua genialità a vari ragazzi di bottega, divenuti a loro volta fini liutai: un caposcuola, dunque, tuttora molto famoso oltreoceano per una realizzazione particolarissima che egli perfezionò puntigliosamente a partire da sparuti archetipi ottocenteschi: la chitarra lyra, ovverosia una serie di magnifici strumenti dal lezioso gusto liberty e caratterizzati da una espansione supplementare della cassa armonica, cava e comunicante col corpo principale, che si prolunga parallelamente al manico dello strumento per poi raccordarsi alla paletta con forme eleganti; l'appendice supplementare sostiene delle meccaniche che mettono in tensione corde supplementari (di solito tre), accordate in Re, Do e Si b, che non vengono suonate attivamente dall'esecutore ma che vibrano per risonanza, aumentando il tempo di vibrazione dei legni ed il sustain generale; a questo va abbinato il particolare rendimento dell'appendice cava con foro anteriore, che agisce un po', se vogliamo, come i "bass reflex" delle casse audio, fornendo un suono particolare ed inconfondibile. (continua)




La chitarra Lyra.


L'inchiesta napoleonica del 1811 sulle nascite, sui matrimoni e funerali a Faenza

Tradizioni popolari faentine di due secoli fa

di Giuseppe Dalmonte

    Nel maggio 1811 il direttore generale della pubblica istruzione del Regno d'Italia, Giovanni Scopoli, inviò da Milano a tutti i professori di Lettere dei Licei del regno una circolare per raccogliere notizie e informazioni sui costumi, sulle tradizioni, sulle credenze e sulle superstizioni diffuse nelle campagne dei vari dipartimenti. I temi dei quesiti riguardavano la nascita, le nozze, i funerali, e le feste principali dell'anno come il Natale, il Capodanno, il Carnevale, la Quaresima, la Settimana Santa, la Pasqua ecc.; inoltre si chiedevano notizie sulle pratiche agrarie nelle varie stagioni oppure sulle manifestazioni di allegria collettiva con balli, canti o altre espressioni di gioia. Infine si cercava raccogliere informazioni sui caratteri dei dialetti degli abitanti dei vari comuni che componevano il dipartimento. Questa importante e vasta inchiesta napoleonica è alla base della famosissima opera Usi e pregiudizi de' contadini della Romagna, che Michele Placucci pubblicò a Forlì nel 1818, utilizzando in gran parte le risposte fornite dai parroci ai questionari inviati dai podestà dei vari comuni del dipartimento del Rubicone, che comprendeva gran parte del territorio romagnolo. (continua)







Silvestro Lega,
Una visita, 1868, olio su tela,
Roma, Galleria d'Arte Moderna.

A Faenza in località "la Palazza" si perpetua un legame iniziato 73 anni fa

Il rito Maori in onore di Walker Rangi a San Pier Laguna


di Roberto Marocci

   
   Il forte legame tra Faenza e la Nuova Zelanda trae origine dai fatti di guerra e che accaddero tra il 24 novembre 1944 e i primi mesi del 1945. Del capitolo sulla bellissima storia della famiglia Gladstone - Dalmonte abbiamo già scritto ampiamente. Qui ora vogliamo raccontarne un altro ancora, ma prima vale la pena ricapitolare a grandi linee gli episodi salienti della liberazione di Faenza. La città, saldamente in mano alle truppe tedesche, fin dal 2 maggio 1944 era stata oggetto di continui bombardamenti da parte delle aviazioni alleate, tanto che gran parte di essa risultò gravemente lesionata o addirittura rasa al suolo. Nel corso di quei lunghi mesi, costellati da continue incursioni aeree, la popolazione aveva progressivamente abbandonato la città per trovare un qualche scampo nelle campagne, mentre i pochi che erano restati si precipitavano nei rifugi sotterranei non appena la sirena posta sui tetti del Municipio avvisava l’imminenza di un nuovo bombardamento. (continua)

Distintivo del 28° Battaglione Maori.

Impiccato e bruciato come eretico è uno dei più famosi protestanti italiani

Fanino Fanini

di Giorgio Bassi


    
Quali siano state le vicende della vita di Fanino Fanini lo diranno le pagine che seguono, tratte dal Dizionario Biografico degli Italiani. Si tratta di una voce ben documentata e consapevole di una bibliografia non sterminata, ma consistente. A me dunque spettano alcune riflessioni iniziali. Non ho una particolare predisposizione per la storia patria o storia locale (comunque la si definisca), devo perciò confessare che il mio interesse per Fanino è stato suscitato dai due faentini che nel nostro secolo hanno legato il loro nome ai casi dell’ eretico suppliziato a Ferrara. Due uomini certo non unanimemente amati dai concittadini loro contemporanei. Si tratta di un prete, Francesco Lanzoni e di un laico, Giovanni Cattani. Entrambi, in tempi e in modi diversi, si sono occupati di Fanini. Anzi, a mio modo di vedere, proprio il giudizio morale su un personaggio come Fanino è ciò che più li accomuna. (continua)



Filippo Dolciati, Esecuzione di Girolamo Savonarola, 1498,
Museo di San Marco, Firenze
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Il più grande ritrattista della pittura russa della fine dell'Ottocento

Ritratto di Angelo Masini di Valentin Serov, 1890

di Roberto Marocci
 
    Frequentando una serie di lezioni sulla pittura russa, tenute dalla professoressa Maria Grazia Morganti, e studiando la produzione del pittore Valentin Serov, mi sono sorprendentemente imbattuto in un bellissimo ritratto del tenore forlivese Angelo Masini (1844-1926) al quale è intitolato il Teatro Comunale di Faenza. Valentin Aleksandrovic Serov, padre e madre musicisti, nacque a San Pietroburgo il 19 gennaio 1865. Morì a Mosca il 5 dicembre 1911. Egli è considerato il più grande ritrattista, per quanto riguarda la pittura russa dell’Ottocento e del primo Novecento. Serov fu ritrattista realista che nell’evoluzione della carriera, per certi versi, anticipa modalità poi riscontrabili nel movimento della “Macchia” fiorentina e nell’Impressionismo francese. Fu discepolo di Ilya Repin ed allievo della Accademia delle Arti di San Pietroburgo. Viaggiò molto per l’Europa, in particolare in Francia e, nel 1887, in Italia, dove prese diretta conoscenza del mondo classico e di tutto ciò che di artistico era stato espresso nel nostro Paese. Serov si stabilì definitivamente a Mosca nel 1890, anno in cui realizzò il ritratto del cantante lirico forlivese Angelo Masini (1844-1926). Con quell’opera, sempre in quell’anno, Serov venne insignito del primo premio alla “10° Mostra Temporanea degli Amatori delle Arti”, tenutasi a Mosca. Attualmente il dipinto è conservato presso la collezione della Galleria Statale “Tretyakov” di Mosca. Ma come nasce il ritratto di Angelo Masini ? (continua)
   


Ritratto di Angelo Masini di Valentin Serov.

Dalla partecipazione alla liberazione di Bologna allo scontro politico fra Tito e Stalin

La vicenda del faentino Sauro Ballardini incarcerato a Goli Otok

il Topo e la rottura Tito - Stalin

di Aldo Viroli

     Quando giocava ala sinistra nel Faenza, la squadra della sua città, veniva chiamato 'il Topo'. L'ala, destra soprannominata 'Topolino', era invece il futuro commissario tecnico della nazionale Edmondo Fabbri, con loro giocava Bruno Neri, che aveva militato nel Torino e indossato la maglia azzurra della nazionale. Neri, che prese parte attiva alla Resistenza, venne catturato dei tedeschi e fucilato. Quel soprannome Sauro Ballardini se l'è portato dietro anche nella Resistenza, che lo ha visto tra i protagonisti della Liberazione di Bologna. Del 'Topo' parla Giampaolo Pansa nel suo ultimo successo 'Prigionieri del silenzio', edito da Sperling & Kupfer, e dedicato alla vicenda di Andrea Scano, un pescatore sardo che negli anni Trenta sceglie di diventare comunista. Scano, dopo aver preso parte alla Resistenza, per evitare l'arresto dovrà espatriare e sceglierà la Jugoslavia proprio nel periodo della rottura tra il maresciallo Tito e il Cominform e vivrà la terribile esperienza del lager di Goli Otok, la famigerata isola Calva. Il Cominform era l'organismo politico internazionale di informazione e collaborazione tra i partiti comunisti europei, che avrebbe dovuto ereditare il ruolo della terza Internazionale. (continua)




Sauro Ballardini con la sorella Maria.

Partigiano della 62ª Brigata Camice Rosse Garibaldi con il grado di Capitano

Claudio Quarantini «Spettinato», Medaglia d'Argento al Valor Militare

Angelo Emiliani

    II 31 dicembre 2007 è morto a Bologna Claudio Quarantini. Aveva 82 anni. Personaggio schivo e taciturno, ha sempre parlato poco di sé, del suo passato, del suo lavoro. Tanto che ora è difficile ricostruirne, sia pure per sommi capi, la vita fuori dal comune. «Fra noi - conferma il fratello Davide - c'erano buoni rapporti, ma non ci vedevamo spesso. Mi sono reso conto di sapere poco di lui quando, nel riordinare le sue cose dopo la morte, ho trovato il diploma della Medaglia d'Argento al valor militare per la sua partecipazione alla Resistenza. Non me ne aveva mai parlato. Nato a Faenza l' 8 aprile del 1925, da ragazzo Claudio va a bottega da un falegname. Intanto studia da perito tecnico. É ancora studente quando, nel gennaio del '44 - e quindi a 18 anni - sceglie la lotta armata contra i tedeschi e fascisti ed entra a  far parte, col sopranome di  Spettinato, della 36ª Brigata Garibaldi «Bianconcini», attiva sulle montagne fra Imola e Faenza. Nel  maggio seguente passa alla Brigata autonoma bolognese «Stella Rossa» comandata da Lupo, Mario Musolesi. La formazione arriverà a contare  quasi 800 partigiani, compreso un gruppo di soldati inglesi evasi da un campo di prigionia. (continua)


Diploma attestante la Medaglia d'Argento al Valor Militare concessa a Claudio Quarantini nel 1968.

Claudio Quarantini

Articolo tratto dal sito: Storie dimenticate

     Nato a Faenza l’8 aprile 1926. Partigiano nelle Brigate «Stella Rossa» e 62ª Brigata Garibaldi (1943-1945).
Avevo 15 anni quando, con altri miei due amici di infanzia, decisi di acquistare da un libraio di nostra conoscenza un libro censurato dal fascismo: «Il tallone di ferro» di Jack London e fu questo libro ad entrare nella nostra piccola biblioteca che poi, mese per mese, si arricchì di altri libri, quasi tutti messi all’indice dal regime fascista. Vivevo in un quartiere operaio e il sentimento antifascista era molto forte anche se il movimento non era organizzato. Noi tre discutevamo anche con i grandi più di noi ed in particolare con alcuni che avevano combattuto il fascismo sin dal suo nascere. Fu in questo ambiente che germogliarono in me idee e visioni di una società diversa da quella in cui vivevamo.

Il 25 luglio 1943 il rione fu in festa. Si pensava che presto la guerra sarebbe finita e venne invece l’8 settembre.
E’ certo che tra di noi giovani ed anziani si pensava che nel giro di qualche mese al massimo gli alleati avrebbero raggiunto le Alpi e cacciato i tedeschi dall’Italia ed invece poco dopo sulle strade del rione apparvero i fascisti della Repubblica di Salò. «E’ ora di farla finita con questo sudiciume» dicevano gli anziani, ci dicevano che si stavano già formando delle formazioni partigiane e che bisognava rinforzarle. (continua)


La liberazione di Bologna.

Giovanni Bertoni, Tenente Colonello del KGB


Da Faenza a Mosca
l'avventurosa vita di Giovanni Bertoni

di Luigi Solaroli


     Giovanni Bertoni, figlio del carrettiere Antonio Rossi e Clementa, nacque a Faenza il 27 Aprile del 1906. Era tubercolotico e zoppo alla gamba sinistra, per questo era soprannominato “e zop d’Badiet. Fervente comunista, dal 1922 era oggetto di ripetute percosse e azioni violente e punitive da parte delle squadre fasciste per il suo impegno politico. Il 7 aprile del 1925 Giovanni Bertoni subì l’ennesima aggressione con manganelli e nervi di bue da due diverse squadre di fascisti. Stanco di queste continue violenze dirà al padre la sera: “a me in un ciapa piò”.
Il pomeriggio dell’8 aprile incontrò in piazza due compagni, Domenico Gallina e un militare di Forlì di cui era amico e che doveva rientrare al reggimento. Da Gallina si fece prestare la bicicletta, una bicicletta rossa verniciata a mano, per accompagnare l’amico. All’altezza della Chiesa dei Servi il militare, mentre pedalava a passo d’uomo, urtò violentemente con il gomito lo squadrista Giuseppe Ghinassi di anni 23, che camminava insieme al camerata Guglielmo Volterra di anni 22. I due fascisti reagirono con violenza, ma prima di passare alle mani, Giovanni Bertoni estrasse una rivoltella e sparò uccidendo i due fascisti.
(continua)




Giovanni Bertoni.


La sexy spia del Sud America...

Africa de las Heras, moglie di Giovanni Bertoni, alias Valentino Marchetti colonello del KGB

di M. Bergamini



  Afferma un assioma dei servizi di intelligence che la spia migliore è quella meno conosciuta. Questa è la chiave per comprendere la vita di Africa Maria de las Heras, la spia spagnola più decorata del KGB, direttamente legata alla morte di Leon Trotsky.  L'interesse per i dettagli della sua vita sono aumentati dopo la caduta dell'Unione Sovietica, attirando articoli di giornali  in Spagna, Uruguay e in Italia [vedi articolo del quotidiano: La Stampa, qui riprodotto]. Recentementi sono usciti tre libri e un film che raccontano la sua avventurosa storia di spia:"Il mio Nome è Patria - Una spia del KGB in Uruguay -", di Raúl Vallarino nel 2006, la biografia "Patria Una donna spagnola nel KGB", di Javier Juarez nel 2008, e nel 2009 "La muñeca Rusa" di Alicia Dujovne Ortiz, basato sulla  relazione di Africa con lo scrittore uruguaiano Felisberto Hernández, che sposa nel 1948 a Montevideo. (continua)







Africa de las Heras.

Arriverà  in libreria ad inizio dicembre la "Storia di Faenza"


«La nostra città? Regina in diplomazia e politica»

Gabriele Albonetti e 7 giovani studiosi pubblicano
 col Ponte Vecchio la  "Storia di Faenza"


di Filippo Donati
articolo pubblicato da "Il Resto del Carlino" il 4 ottobre 2018
 
     Arriverà in libreria ad inizio dicembre la "Storia di Faenza" pubblicata dalla casa editrice Il Ponte Vecchio, che con questo volume completa la propria serie dedicata alle principali città romagnole, cominciata nel 2013. Suoi autori sono l'ex deputato Gabriele Albonetti e sette giovani studiosi di storia locale - i giovani faentini Chiara Cenni, Nicola Oriani, Angelo Alberti, Mattia Randi, e Alberto Fuschini, insieme a Pier Angelo Lazzari e Serena Bonato. Un'indagine "dalla preistoria all'anno Duemila", come recita il sottotitolo del volume, arricchito da circa 200 foto e composto da otto parti, ciascuna curata da uno degli autori. «Il nostro si propone come un libro divulgativo - precisa Gabriele Albonetti, che ha curato la sezione dedicata a preistoria e protostoria - ma è comunque il primo a tentare di affrontare la storia della città dalle origini fino al presente»
.  Il volume restiruisce la statura di una realtà urbana che è stata spesso protagonista, come durante l'età Manfrediana - che più di ogni altra ha lasciato la propria impronta sulla città - il Cinquecento (quando fu teatro della attività diplomatiche di Machiavelli e Guicciardini), o i periodi napoleonico e rinascimentale, in cui Faenza diede un contributo importante alla causa prima giacobina e poi unitaria. (continua)


Copertina del libro.


Le novità sulla storia di Faenza in libreria

La Torre di Ceparano di Maurizio Melandri
Fanino Fanini di Emanuele Casalino




La torre di Ceparano è più di un luogo fisico; e per gli abitanti della valle del Torrente Marzeno anche uno spazio in qualche modo spirituale, sicuramente simbolico.
Essendo elevato e ricco di storia fa parte dell'identità del luogo e di rimando è parte dell'identità degli abitanti della valle. Per la sua posizione di rilievo era un punto di osservazione ottimale.
Costruendovi una torre, questa assolveva alla funzione di avvistamento e di guardia, oltre a divenire spazio di aggregazione e centro spirituale per la presenza della pieve che assolveva anche funzioni amministrative. Era già esistente prima dell'anno mille come luogo fortificato e pieve, e sicuramente è stato uno dei cardini delle vicende della storia della vallata e delle signorie che si sono succedute per molto tempo.  (continua)






Che l'Italia del Cinquecento abbia ospitato (abitualmente nelle sue carceri o nei suoi cimiteri) un buon numero di italiani diventati protestanti (o "luterani", come allora si diceva) è ormai cosa nota quasi a tutti. Ma dato che quello è il secolo del Rinascimento, si tende  a mettere in rilievo soprattutto alcuni (anzi molti) grandi intellettuali che, malvisti e minacciati in patria, hanno saputo contribuire creativamente alla formazione dell'Europa moderna.
(continua)

Le arti e la spada di Paolo Cova



La copertina del libro: particolare dell'affresco
absidale di Girolamo da Treviso, raffigurante
Fra Sabba da Castiglione 1533.
Faenza Chiesa della Commenda.



Le arti e la spada nasce dal lavoro di ricerca di Paolo Cova sulla committenza artistica dei cavalieri Templari e di Malta, con particolare attenzione allo studio e al recupero del patrimonio che appartenne ai due Ordini religioso cavallereschi in Emilia e in Romagna, oggi in parte disperso o dimenticato.
L’autore ha voluto tracciare da un punto di vista storico il profilo dei due Ordini nella regione, ricostruendo le opere d’arte e i complessi decorativi delle loro magioni. La consultazione e l’utilizzo della vasta documentazione inedita, conservata nell’Archivio priorale di Roma, nella Biblioteca Nazionale di La Valletta a Malta, e nei diversi Archivi di Stato del territorio, ha permesso così di riscoprire un patrimonio vasto e articolato, che coniuga capolavori con manufatti di cultura assai più corsiva, ma capaci di raccontare la storia dei loro artefici, in continuo e sostanziale dialogo con le culture artistiche che hanno attraversato l’Emilia e la Romagna, e non solo, tra Medioevo e Modernità.
Paolo Cova, dottore di ricerca in Storia dell’Arte, cultore della materia e tutor in Storia dell’Arte Medievale presso l’università di Bologna, dal 2006 si occupa di ricerca e didattica ai Musei Civici d’Arte Antica della città felsinea.
 Un capitolo è dedicato alla "Commenda di Faenza", corredato da molte fotografie.

Faenza coloniale - La città, Francesco Carchidio, l'Africa di Mattia Randi




Il  Museo del Risorgimento e dell'Eà contemporanea inaugura la nuova sala dedicata a Francesco Carchidio Malavolti: medaglia d’oro al valore militate, Capitano nello Squadrone cavalleria coloniale "Penne di Falco", morto a Cassala (Sudan) il 17 luglio 1894. La sua fama è legata a due eventi.
 Anzitutto fu  il primo   italiano   che   riconobbe   come   proprio il figlio illegittimo che aveva avuto da una donna eritrea durante il servizio militate, facendo di lui un cittadino italiano. Questi era   Michele   Carchidio   Malavolti,   il   primo   italo-eritreo,   nato   nel   1891,   nominato   erede   per   testamento   nel 1893, futuro tenente colonnello del Regio Esercito Italiano.
Della sua crescita ed educazione, essendo morto nel frattempo il padre, si prese cura la zia paterna, la contessa Pazienza Laderchi Pasolini dall'Onda.
In secondo luogo divenne noto e parte della cultura popolare italiana della prima metà del XX secolo per essere morto valorosamente nella presa della città Sudanese di Cassala, avvenuta con successo il 17 luglio 1894, grazie alla sconfitta dei dervisci del Mahdi, che qui si erano precedentemente opposti agli attacchi britannici.  (continua)

Nella rivista MedioEvo un articolo di Michele Orlando sul Palio del Niballo

Copertina della rivista MedioEvo contenente l'articolo sul Palio del Niballo.
Faenza si accinge a celebrare il tradizionale Palio del Niballo. La festa e, in particolare, la gara che ne costituisce il momento culminante rinnovano tradizioni antiche e ampiamente documentate da fonti archivistiche e letterarie: un ritorno all'epoca dei Manfredi, ma anche l'evocazione di uno dei nemici storici della città romagnola.





Annibale nella raffigurazione
del Niballo.



Il lungo contributo dedicato al Palio di Faenza, apparso sul numero mensile “Medioevo” di giugno 2018,
propone una lettura suggestiva della giostra cavalleresca dedicata al Moro
saracino, conosciuto con il nome di Niballo dalla storiografia recente sul Palio di Faenza.
L’articolo, anche sulla scorta di studi recenti, viene impostato su una impalcatura fondamentalmente storica, che ripercorre le tappe fondamentali genetiche della giostra faentina, soffermandosi sui nodi cruciali che hanno caratterizzato l’evoluzione delle feste cittadine dedicate ai santi protettori e in modo particolare a San Pietro.
Infatti, ampia parte dell’articolo offre uno spaccato sulle diverse tipologie di feste di segno cavalleresco o ludico-militare, con particolare attenzione alla giostra faentina, espressione di una sintesi di una cultura che riscopre la propria identità collettiva in una permanenza folklorica del passato e coinvolge lo spazio urbano: nella varia composizione del tessuto sociale e del gruppo dirigente, tra associazioni popolari, corporazioni o Arti, famiglie nobili e aristocrazia e loro consorterie. Si passa dalla fase del “mito” a quella della storia, documentata e radicata nel tessuto socio-politico del Medioevo, fino alle propaggini moderne.  Vale la pena sottolineare, infine, che l’articolo riproduce anche un corredo iconografico interessante, messo a disposizione dall’autore e da fotografi locali della città di Faenza, i quali l’autore stesso ha voluto coinvolgere direttamente a sottolineare il senso di affetto per la città. Si tratta di Francesco Bondi e Franco Poletti.


La Hit Parade dei libri sulla storia di Faenza

I libri che non potete non avere

     Qui di seguito un elenco, il più vasto possibile, di testi  riguardanti la storia di Faenza editi a partire dal 1840. Si tratta di opere generali concordemente ritenute valide, in alcuni casi con parti inevitabilmente superate da successivi aggiornamenti ma in ogni caso ancora interessanti da un punto di vista documentario. (continua)
 
Il Borgo Durbecco di Faenza
di
 Giuliano Bettoli - Enzo Casadio - Miro Gamberini
Stefano Saviotti - Massimo Valli
Il libro piu consultato dagli storici


Il libro più venduto



Messeri Antonio - Calzi Achille
Faenza nella storia e nell'arte
Tipografia Sociale Faentina, Faenza 1909

Il toponimo Borgo Durbecco di Gilberto Casadio
"Noi leggiavamo un giorno per diletto..." Dante, Inferno c. V




In libreria Opuscoli Historia Faentina:
            
Stefano Saviotti
"Le Mura di Faenza"
Mattia Randi
"Santa Maria Vecchia
in Faenza"



Articoli  del sito più letti nel periodo aprile - settembre


Galeotto Manfredi, Lorenzo il Magnifico e una giraffa del sultano d'Egitto...   di Michele Orlando

La battaglia di Vicenza del 20 maggio 1848 di Paola Casta - Giorgio Cicognani
Leonardo da Vinci in val di Lamona di Gian Paolo Costa

I Gurkha a Faenza di Enzo Casadio - Massimo Valli

La ex chiesa di S. Michele a Faenza piccolo capolavoro perduto del Rinascimento di Stefano Saviotti

La Signoria dei Manfredi iniziò 700 anni fa a Faenza di Santa Cortesi

Napoleone entra in Romagna, 220 anni fa la battaglia del Senio di Sandro Bassi
La Torre del Pubblico (o Torre Vecchia) di Marco Santandrea

La chiesa di San Sigismondo, la storia di Vittorio Maggi

Notizie su quattro Santi venerati a Faenza di Rosarita Berardi

Monte di Pietà, gli ebrei e l'usura di Luigi Solaroli
Il Baratto di Modigliana di Luigi  Rivola
1103 anno del primo storico assedio a Faenza e le battaglie con i Conti di Cunio di Miro Gamberini
l velocimano costruito a Faenza da Giuseppe Sangiorgi di Giuseppe Dalmonte
Pietro Casadio chiamato Piròn, artista del varietà di Angelo Emiliani

Il jazz arriva a Faenza di Roberto Marocci
La sirena di allarme di  Enzo Casadio - Massimo Valli

Giovanni Gualberto Ferreri Organaro di Faenza di Renzo Giorgetti
La produzione della pipa a Faenza di Stefano Dirani - Giuliano Vitali

Filippo Severoli di Beppe Severoli

Pinacoteca Comunale Faenza.
Marco Palmezzano (1460-1539)
San Girolamo - San Ambrogio ?


Pinacoteca Comunale Faenza.
Particolare dell'opera del
Maestro della Pala Bertoni.


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Storia di Castel Bolognese
 
  
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Storiaestorie

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 Pinacoteca Comunale di Faenza - Museo d' Arte - su FACEBOOK   
 
  
Il più  antico istituto della Romagna, costituito nel 1796, dove "c'è la storia di una città che è stata una capitale artistica". Una storia illustrata da 200 opere d'arte, dalla Croce dipinta del 1200 a Donatello e ai capolavori del Rinascimento, fino ai quadri del grande novecento italiano di De Chirico, Savinio, e Morandi.

 
  
La Pinacoteca ha aperto la pagina ufficiale su Facebook constatando come anche questo  social media abbia davvero trovato il modo di tenere in collegamento anche le istituzioni museali con il suo pubblico.
La possibilità di aprire pagine specifiche come museo d'arte si è aggiunta alle altre agevolazioni social riconosciuti da tutti gli utenti.
Nella pagina realizzata è già oggi possibile cliccare nel  riquardo della testata "guarda il video" per vedere Federico Zeri che consiglia la visita ad uno dei più importanti capolavori della Pinacoteca: il San Girolamo di  Donatello.
Inoltre sono già disponibili nella pagina facebook le informazioni relative alle prossime iniziative in programma. Clicca anche tu Mi Piace nella pagina Facebook, resterai in contatto con la Pinacoteca Comunale di Faenza. Se hai delle proposte scrivi una email, sarà gradita.

   
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Tracce di Storia

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del Risorgimento - Faenza

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(Dante, Inferno, c. XXVI)

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Museo del Risorgimento e dell'Età Contemporanea - Faenza




Museo
del  Risorgimento
e dell'Età
Contemporanea

Faenza


Giuseppe Garibaldi, dopo la fine della seconda guerra d'Indipendenza nel 1859 giunge in Romagna ove tiene comizi nelle varie città per raccogliere adesioni e volontari per proseguire il suo progetto di riunificazione dell'Italia. Nel pomeriggio dell'8 ottobre arriva a Faenza "...con alcuni ufficiali garibaldini - scrive un cronista - poi dietro carrozze, soldati, un nuvolo di  gente:  mi pare che avesse un giubboncino turchino, tutto abbottonato, un mantello bigio aperto, ed un  cappello con delle  piume, come da  bersagliere;  poi  c'erano  delle  camicie  rosse". Più dettagliata la descrizione di Alfredo Comandini nelle sue "Memorie Giovanili",  Faenza, F.lli Lega, 1959, descrive con occhio attento e critico il passaggio di Garibaldi a Faenza:
"Siccome questi passaggi di personaggi avvenivano lungo la via Emilia che da porta Imolese a porta del Ponte attraversa Faenza da ponente a levante, cosi dalle mie finestre nulla avrei potuto vedere; ma siccome il sempre galoppante don Fossa correva di casa in casa a dare il preavviso agli amici, io andava prontamente a casa Tramontani sotto le cui finestre codesti cortei di transito passavano inevitabilmente. Ma al primo passaggio di Garibaldi assistetti dalle finestre del dottor Balelli - grande amico di mio padre - ed il cui figlio Marco, di grande simpatia e di bellissimo ingegno, era mio carisssimo compagno, e che abitava al principio del corso all'angolo della loggia dei signori sopra la abituale fermata della posta a cavalli. Sbaglierò forse, ma mi rimase la impressione che Garibaldi sotto il mantello grigio avesse la camicia rossa e in testa un cappello alla bersagliera con penne svolazzanti e salutava levandoselo e agitandolo.
La seconda volta che passo fui dai Tramontani; ed anche a vedere Lionetto Cipriani la cui carrozza era scoperta e del quale non ricordo che il tappetino a fieri sul quale egli poggiava i piedi. Sono curiose le impressioni dei ragazzi: alla mia mente Lionetto Cipriani rappresentava niente, e la mia attenzione non si fermò che su un oggetto secondario; la figura immaginosa di Garibaldi era gia fissata nella mia mente ed io lo guardai e osservai quanto più attentamente mi fu possibile, e quella faccia rosea vivace, quella barba bionda e quei capelli lunghi non li dimenticai mai più".

Cimeli Garibaldini e Mazziniani conservati nel Museo del Risorgimento




Il Museo del Risorgimento conserva alcuni reperti di garibaldini faentini. La giubba, il berretto e il fucile di Luigi Piazza, unitamente al suo foglio di licenza straordinaria. Sono esposti poi un medagliere appartenuto al garibaldino Gaspare Golfieri, e, in basso, un olio su tela di Francesco Rava (1860-1902?), firmato e datato 1886, che ritrae il garibaldino Antonio Ravaioli.
Le ultime due opere di questa stanza sono dedicate a Giuseppe Mazzini,
patriota, politico e filosofo italiano, considerato uno del padri della patria.
Sulla paternità della Giovine ltalia, associazione politica fondata nel 1831
con I'obiettivo di lottare per la rinascita del paese, per I'indipendenza,
 per I'unità e per la costituzione di una repubblica democratica. (continua)



   
                   




A sinistra, berretto e
divisa da Garibaldino
,
bastone da passeggio
appartenuto a Giuseppe Mazzini.

A destra fucile usato
durante la
Prima Guerra
 d'Indipendenza.
Sotto, una sala del Museo, la galleria di Amore e Psiche.







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Ultimo aggiornamento effettuato ottobre 2018


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