Casa Piani - Pasi

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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La facciata di Casa Piani - Pasi: dal Neoclassico
"Ideologico" al "Purismo" di Pietro Tomba

  di Roberto Marocci

L’Avvocato Carlo Piani nel 1807 acquistò da Carlo Caroli, allora in gravi difficoltà economiche, l’edificio situato nel Corso di Porta Imolese al numero 118, ora Corso Mazzini 89, ed incaricò l’Architetto Pietro Tomba (1774-1846) di curarne la ristrutturazione. Il Tomba concepì la facciata ispirandosi ai dettati del classicismo cinquecentesco palladiano, interpretandolo però attraverso una sensibile attenuazione delle evidenze architettoniche e decorative.



L'affaccio su Corso Mazzini e l'angolo con via Paganelli.
La facciata vista da una diversa visuale prospettica.
Insieme ad altre opere realizzate dal Tomba a Faenza, l’intervento su Casa Piani costituì una vera e propria rottura rispetto ai precedenti canoni realizzativi neoclassici che, seppur con modalità differenti ed anche tra loro opposte, avevano ispirato in special modo gli architetti locali Giovanni Antonio Antolini, nel solco del neoclassicismo “archeologico” (es., l’intero complesso di Villa Rotonda) e Giuseppe Pistocchi, nel solco del classicismo “neorinascimentale” (es., Palazzo Conti, in Corso Mazzini 47), per i quali, comunque, anche in fase progettuale, non fu secondario l’ideologismo sociopolitico figlio della rivoluzione illuminista di fine Settecento. Se l’Antolini si era mosso nel solco di un ideologismo massonico, radicale e repubblicano che apriva a concetti edilizi di senso liberale ed egualitarista (es., il progetto mai concretizzato del Nuovo Borgo, fuori Porta Imolese) e se il giacobino Pistocchi, anch’egli ideologicamente, aveva inteso ribaltare i canoni consolidati del classicismo più ortodosso, per approdare a forme anche provocatoriamente anticonformiste (es., la facciata di Palazzo Milzetti) ed addirittura, a volte, sperimentali, in antitesi all’avversario Antolini (es., il suo progetto mai realizzato di sistemazione urbanistica fuori Porta Imolese), Pietro Tomba, parallelamente alla prima restaurazione napoleonica e successivamente, in consonanza con gli effetti anche politici di quella seguita al Congresso di Vienna del 1815, optò per un “Ritorno all’Ordine”. Un “Ritorno” alla purezza formale priva di ogni riferimento od assoggettamento ad ideali sociali e politici ma, piuttosto, libera da stretti vincoli stilistici e funzionalmente attenta ai gusti ed alle esigenze della committenza.



Il suo “Ritorno all’Ordine” si materializzò attraverso un’interpretazione edulcorata del neoclassicismo, così come lo era stato fino ad allora, introducendo un’evidente attenuazione del calligrafismo architettonico, riducendo gli aggetti a segni appena accennati e sintetizzando il più possibile gli elementi decorativi; al fine una manifestazione di culto del “bello” estetico, espresso nella sua forma più pura, essenziale e senza eccessi. Casa Piani - Pasi, insomma, rappresentò il manifesto di quel “Purismo architettonico faentino” che negli immediati decenni seguenti avrebbe formato o influenzato architetti e capomastri locali, uno per tutti Antonio Zannoni. È nella facciata di questo edificio che possiamo criticamente riconoscere il concretizzarsi del “Purismo” tombiano: le prominenze architettoniche, sensibilmente appiattite , paiono voler congelare il senso della profondità prospettica, i profili delle modanature si mantengono rigorosamente contenuti e semplificati, la visione d’insieme appare omogeneamente compatta nella sua costante e sobria eleganza. Uno zoccolo completamente disadorno, lungo il quale si aprono le cinque luci dell’interrato, è la base su cui si sviluppa il piano terra della costruzione, scandito dal portone d’ingresso e da sette alte finestre, difese ognuna da un’inferriata realizzata con disegno di assoluta essenzialità.
A sinistra, il portone di ingresso di casa Piani - Pasi e la finta bugnatura che lo scontorna.
A destra, una finestra al piano terra con la rappresentazione di Marte a significare il Martedì.


 L’intonaco che rifinisce il prospetto del piano riproduce una finta bugnatura liscia che sopra al portone ne asseconda l’andamento dell’arco a tutto sesto e che, sopra ogni finestra, assume una disposizione a raggera, inquadrandone ed evidenziandone le chiavi, dalle quali, a raso, emergono sette mascheroni che intendono rappresentare mitologicamente, da sinistra a destra per chi guarda la facciata, i giorni della settimana. La testa di una Divinità femminile, riconoscibile come Giunone, ornata da diadema, starebbe per la Domenica; un’altra Divinità, identificabile come Apollo, circoscritta da una ghiera di raggi stilizzati, sarebbe il Lunedì; Marte, col caratteristico elmo, simboleggia il Martedì; Mercurio, con in capo il petaso, si abbina al Mercoledì; Giove, dalla maestosa capigliatura e dall’austera barba, rappresenta il Giovedì; Venere, femminilmente ornata di collana e dall’avvenente, complessa acconciatura, impersona il Venerdì; Saturno, un vecchio dalla folta barba, dall’aria severa e corrucciata e col capo coperto da un mantello, è il Sabato. Le sette plastiche in terracotta furono opera dello scultore faentino Giovan Battista Ballanti Graziani (1762-1835), che le realizzò in ordine alla parte decorativa pensata da Pietro Tomba.







Giunone = Domenica (?)
Apollo = Lunedì (?)
Marte = Martedì 
Mercurio = Mercoledì
Giove = Giovedì
Venere = Venerdì
Saturno = Sabato

 Quanto alle figure che rappresentano la Domenica ed il Lunedì, occorre aprire una serie di riflessioni, visto che sorgono giustificati dubbi circa l’esattezza delle loro posizioni rispetto alla convenzionale sequenza dei giorni della settimana. In primo luogo vanno valutati alcuni aspetti riguardanti la Divinità posta in prima posizione. A parte l’ovale del viso, oltremodo tondeggiante, che fa pensare alle giunoniche forme di mitologica e tradizionale memoria, va considerato che nell’arcaico culto pagano italico ed in seguito nell’era classica Romana, Giunone venne legata al ciclo lunare, al punto che le fu dedicato Lunius, ovvero Giugno, il mese della Luna; l’acconciatura dei capelli riprodotta dal Ballanti Graziani e soprattutto il diadema a forma di spicchio lunare che le orna il capo, sono identici (si veda la guarnitura di perle alla base del diadema ed i fregi a palmetta che ne decorano il medesimo) a quelli della testa di Giunone-Hera della collezione Ludovisi conservata a Palazzo Altemps di Roma, scultura romana del 1° Sec. D.C. che in realtà ritrae Antonia Minore, madre dell’Imperatore Claudio, ma che da sempre è stata associata all’immagine di Giunone. Si confrontino le tre teste riprodotte di seguito, con al centro la Giunone-Ludovisi e, a destra, una sua riproduzione.



La Giunone di casa Piani - Pasi.
La Giunone-Hera di Palazzo Altemps a Roma.
Una copia della Giunone di Palazzo Altemps.

Appare quindi chiaro che quella plastica che oggi vediamo nel posto della Domenica sia stata realizzata riproducendo la Giunone “Ludovisi” che, come visto, reputata Divinità lunare, avrebbe dovuto essere collocata in seconda posizione a simboleggiare il Lunedì, <<Giorno della Luna>>. In secondo luogo vanno esaminati vari elementi riguardanti la Divinità posta in seconda posizione. La ghiera radiata che la circoscrive è un attributo iconografico assolutamente riferibile alla maestà regale del Sole e non alla Luna; fin dalla preistoria italica preromana, la Divinità Solare veniva rappresentata con dischi radiati e/o stelle radiate; nell’antica settimana romana il <<Giorno del Sole>> era il <<Giorno del Signore>>, inteso come il Dominus, da cui Domenica, <<Giorno di Festa>>, che in seguito ha letteralmente conservato il significato di <<Giorno del Sole>>; in epoca classica, sia greca che romana, il <<Sole Lucente>> veniva identificato con Apollo, sempre rappresentato con viso decisamente effeminato. Le tre immagini seguenti mostrano altrettanti esempi, risalenti all’età Imperiale, nei quali la Divinità Solare è ornata di stella radiata del tutto assimilabile alla ghiera che guarnisce la plastica di Casa Piani – Pasi. 











A sinistra,
placca in ottone con Divinità Solare, identificabile come Apollo.


A destra,
bassorilievo con Mitra-Sole

A lato, pavimento musivo del II Sec. con i giorni della settimana assimilabili alle raffigurazioni di Casa Piani - Pasi. In alto a sinistra Apollo "radiato" che sta per la Domenica.










  Particolare con Apollo "radiato" - Domenica.

In base a tutte le considerazioni appena riportate si giunge alla conclusione che la posizione delle prime due plastiche è sbagliata ed andrebbe invertita: Apollo è la Divinità Solare che interpreta la Domenica ed in quanto tale andrebbe collocato al primo posto, così come Giunone, Divinità Lunare identificabile col Lunedì, dovrebbe scorrere in seconda posizione. Allora, cosa può essere accaduto, visto che è assolutamente improbabile che due professionisti della caratura del Ballanti Graziani e del Tomba fossero potuti cadere in un simile errore???
La risposta è fornita da una fotografia scattata in Corso Mazzini sul finire dell’ultima Guerra Mondiale.



Nella foto si vede molto distintamente che l’ala di Casa Piani – Pasi, corrispondente alla parte che comprendeva le raffigurazioni della Domenica e del Lunedì, è crollata in seguito ai bombardamenti del 1944 e che la serie delle sculture riprende con Marte – Martedì e Mercurio – Mercoledì, scampati alla distruzione e ben riconoscibili. Le due terrecotte, ancora recuperabili, furono salvate in tempo staccandole dalla facciata pericolante? Assai difficile ma non impossibile; oppure andarono completamente distrutte nel crollo causato dalle bombe e vennero riprodotte tali e quali alle originali e ricollocate nell’ambito dei susseguenti lavori di restauro e ripristino dell’edificio? Ipotesi molto verosimile, anche perché questi due artistici manufatti mostrano tuttora un tono cromatico differente da quello degli altri cinque. Comunque siano andate le cose, di sicuro si può affermare che le plastiche vennero collocate in posizioni errate ed invertite, tanto da far ipotizzare che i responsabili dei suddetti lavori non si fossero minimamente resi conto del fatto che le medesime volessero rappresentare altrettante figure corrispondenti ai giorni della settimana.
Inizio 1945. Il tratto di Corso Mazzini con a sinistra la Loggia degli Infantini e
a destra casa Piani - Pasi semidistrutta. Sulla facciata si riconoscono le teste
di Marte e Mercurio rimaste intatte.


Tornando alla descrizione della facciata, una fascia marcapiano, delimitata da modeste modanature, sottende il “Piano Nobile” dal quale si affacciano otto finestre, scontornate da una contenutissima incorniciatura e scandite da nove lesene lisce, con capitello di ordine Ionico. L’aggetto delle lesene è davvero ridotto, comprimendo in tal modo la profondità prospettica, in coerenza con le modalità “puriste” assunte da Pietro Tomba, così come coerente è la preferenza per l’ordine Ionico, volutamente in contrapposizione rispetto al granitico, erculeo ordine Dorico dell’Antolini ed al vistoso, sofisticato Corinzio del Pistocchi.





Il piano nobile con le finestre, le lesene e le otto metope. In alto la trabeazione.

Ad ornare la fascia che insiste sugli archi delle otto finestre, sono poste altrettante metope composte da lastre in terracotta plasticate a basso rilievo, anch’esse realizzate da Giovan Battista Ballanti Graziani. Ognuna delle quattro metope centrali, da sei lastre, riproduce allegoricamente sei figure che danzano tenendosi per mano, mentre ognuna di quelle laterali, da nove o sette lastre, ritrae quattro danzatrici che coreograficamente si accompagnano con nastri; le prime due metope e tre elementi della terza, contando da sinistra, sono copie di quelle originali distrutte dagli eventi bellici del 1944.



             Una delle quattro metope centrali. Allegoria con sei figure danzanti che si tengono per mano.


       Particolare di una lesena con capitello di ordine
        Ionico ed un segmento di trabeazione.

   Una delle quattro metope laterali. Allegoria con quattro danzatrici che si accompagnano con nastri.


 Il prospetto di Casa Piani – Pasi si conclude nella parte sommitale con una trabeazione a cassonatura,  scandita e sostenuta da mensole a foglia d’acanto ritorta.  È proprio dal diverso stato di conservazione e dal difforme tono cromatico delle mensole che visivamente si distingue il punto di congiunzione fra la parte originale dell’edificio e quella ricostruita nel dopoguerra.


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