Storia di Corso Garibaldi

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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STORIA DI CORSO GARIBALDI

a cura di Stefano Saviotti

L’attuale corso Garibaldi è una strada di origine romana, il cui selciato fu ritrovato nell’Ottocento durante gli scavi per le fognature, ma a quei tempi non era ancora l’inizio della strada che conduce a Ravenna. Solo dal 1179 è accertata l’esistenza della porta Ravegnana e della relativa strada, ma a quei tempi le mura di Faenza erano molto ridotte e la porta si trovava tra le vie Acquatino e Fadina. Nella prima metà del quindicesimo secolo, i Manfredi allargarono la cinta fino all’attuale viale 4 Novembre, costruendo una nuova porta Ravegnana. Lungo il tratto del corso più vicino al centro sorsero alcuni importanti palazzi nobiliari, mentre le case più modeste e le botteghe si addensarono nell’area prossima alla Porta. Dai primi decenni del Settecento, la famiglia Marini, proprietaria di una fornace per mattoni, costruì una fila di case fuori porta sul lato verso il fiume sviluppando un borgo che prese il nome di sobborgo Marini. Con la costruzione nel 1861 della prima stazione ferroviaria in via Caldesi, sobborgo Marini e il resto di corso Garibaldi divennero la porta d’accesso a Faenza e così entrarono a far parte delle strade più importanti e commerciali della città, favorendo lo sviluppo di nuovi edifici e botteghe. I Catasti ottocenteschi riportano infatti una forte concentrazione di negozi nel tratto fra via Manara e porta Ravegnana, e lungo tutto il sobborgo. La porta medioevale fu demolita nel 1870 e sostituita da due buffi edifici ottagonali per la riscossione del dazio, che per la loro forma la gente chiamò “le gabbie dei canarini”. Nel 1895, in seguito alla costruzione della ferrovia per Firenze e alla necessità di avere uno scalo più grande, la stazione fu spostata in fondo a viale Baccarini, e la costruzione del Cavalcavia nel 1931 portò anche alla chiusura della comunicazione con via Ravegnana, per cui il sobborgo perse importanza. Nel 1932 anche le “gabbie dei canarini” furono demolite, per snellire la circolazione stradale. I bombardamenti della seconda Guerra Mondiale provocarono forti distruzioni nel sobborgo Marini, vista la vicinanza alla ferrovia, mentre il tratto del corso interno alle mura ebbe meno danni.
Di tutte queste vicende storiche restano ancora oggi molte testimonianze, che ripercorriamo partendo dalla Piazza principale di Faenza.

Corso Garibaldi visto dalla Piazza, sulla sinistra Palazzo Laderchi.
Corso Garibaldi con Torre dell'Orologio sullo sfondo.

Palazzo del Monte di Pietà
(Banca del Monte e Cassa di Risparmio) (numero civico 1): quest’importante istituzione, fondata nel 1491, ebbe sede qui dal 1507, quando prese possesso di un palazzo che Astorgio III Manfredi aveva ipotecato per pagare i soldati che difesero Faenza dall’assedio di Cesare Borgia. La sede fu ristrutturata nel 1829 su progetto di Giuseppe Morri, ed ebbe successive trasformazioni nel 1928-30 (Ing. Ettore Lambertini). Interessante il salone del pubblico, affrescato nel 1930 da Roberto Sella con allegorie delle attività produttive ed economiche. La banca possiede inoltre una ricca collezione d’arte antica e moderna.
 

Palazzo Laderchi (civ. 2): il primo nucleo del palazzo sorse alla fine del Seicento, e si affacciava solo lungo il corso senza raggiungere l’angolo con la Piazza, poiché quello spazio era occupato dalla chiesa medioevale di S. Maria di Guido, poi S. Biagio. Nel 1780 il conte Laderchi iniziò la ristrutturazione e ampliamento del palazzo, su progetto dell’Arch. Francesco Tadolini; dopo i dovuti accordi con la curia, nel 1783 la chiesa di S. Biagio fu trasferita in una nuova sede lungo il corso, al termine opposto della facciata di palazzo Laderchi. Il conte Ludovico poté così ingrandire il palazzo fino all’angolo con la Piazza, e sul posto della chiesa costruì un grandioso salone delle feste, decorato nel 1794 da Felice Giani e Antonio Trentanove. Nei primi decenni del Novecento il palazzo, acquistato dal Comune, divenne sede dell’ufficio postale e di uffici statali, mentre ora ospita il Museo del Risorgimento e varie associazioni, circoli e attività commerciali.

Casa Damiani (civ. 3): questa palazzina fu costruita nel 1863 dai fratelli Francesco e Andrea Damiani ed appartiene tuttora alla medesima famiglia. Il vicolo che divide la casa dal Monte di Pietà era in origine pubblico, ma fu chiuso con cancelli di ferro nel 1862 per motivi di sicurezza. 

Casa Lacchini (civ. 4): la lunga facciata deriva dall’unione e sopraelevazione di ben tre case, realizzata a più riprese tra il 1889 e il 1912. Nell’angolo adiacente a palazzo Laderchi, dal 1783 al 1820 si trovava la chiesa parrocchiale di S. Biagio, acquistata nel 1831 da Giovanni Battista Lacchini che poi la incorporò nella sua proprietà e la trasformò in abitazione.


Inizio '900. Corso Garibaldi, sulla sinistra i pilonni che delimitavano Piazza San Francesco.
Inizio '900. Piazza San Francesco, con la statua di E. Torricelli spostata sulla destra.

Casa Castellani Cantoni (civ. 5): semplice ma elegante facciata neoclassica realizzata nel 1863 da Achille Ubaldini per Bartolomeo Castellani Cantoni; la casa fu venduta nel 1875 a Teonilla Turci.

Casa Caldesi (civ. 9): l’edificio fu fatto ristrutturare dal proprietario Domenico Caldesi nei primi anni dell’Ottocento, forse su disegno dell’Arch. Giuseppe Pistocchi. La facciata è stata restaurata nel 1992.

Corso Garibaldi durante lavori di pavimentazione, sullo sfondo una gabbia dei canarini.

Casa Emiliani o Pancrazi (civ. 10): Il palazzo apparteneva nell’Ottocento a Giuseppe Maria Emiliani, ricco possidente cui si deve anche il grande collegio di Fognano, poi passò ai Bucci e a Vincenzo Pancrazi, che nel 1902 fece realizzare una grande facciata neoclassica oggi scomparsa. Nel 1962 il palazzo fu infatti quasi totalmente demolito e ricostruito, per fortuna risparmiando lo scalone del 1770 e il doppio loggiato neoclassico del cortile, opera di Pietro Tomba.
 
Palazzo Archi (civ. 15): interessante facciata neo-cinquecentesca progettata dall’Ing. Vincenzo Archi nel 1887.

Palazzo Biancoli (civ. 19): questo edificio conserva lo scalone e un grande e alto salone delle feste decorati nel Settecento, più uno studiolo neoclassico decorato da Felice Giani intorno al 1808 per il letterato faentino Dionigi Strocchi, cui apparteneva allora il palazzo.


Corso Garibaldi, il piccolo caseggiato ritratto nella foto è il luogo ove fino al  1289 aveva sede il mulino della Ravegnana.
 
Corso Garibaldi, sotto il balcone curvo passa tuttora, anche se sotterraneo il canale dei mulini della città.

Albergo Vittoria (civ. 23): in questo luogo già nel 1865 vi era l’albergo “Canon d’oro”, poi albergo “Firenze” dal 1887, e infine albergo “Vittoria”; l’edificio fu totalmente ristrutturato tra il 1905 e il 1908 su progetto dell’Ing. Vincenzo Ferniani, e divenne un moderno hotel in stile liberty. All’interno, ingresso e sala da pranzo ed una stanza al primo piano conservano pregevoli decorazioni d’epoca, opera di Giovanni Guerrini, mentre altre due stanze r
isalgono al primo Ottocento e sono decorate da un allievo del pittore Felice Giani.

Casa Chiarini (civici 28-30): è un grande edificio di origine settecentesca, appartenente in origine alla famiglia Raffi. Fin da allora ospita al piano terra ampi spazi commerciali, con alti soffitti e coperture a volta anche decorate. Nel 1791 fu ampliato scavalcando il canale dei mulini, nel punto dove ora si trova il grande balcone curvo.

Giardino di S. Francesco: anticamente, di fronte alla chiesa vi era il cimitero del convento dei frati minori, poi trasformato in un grande piazzale. Nel 1746 vi fu collocata una delle primissime fontane pubbliche della città. Nel 1864 la piazza fu abbellita con il grande monumento allo scienziato Evangelista Torricelli, inventore del barometro e allievo di Galilei; l’opera è di Alessandro Tomba. Il giardino, realizzato verso il 1875, nel corso del tempo è stato soggetto più volte a rifacimenti radicali.

1915. Due anni dopo la demolizione di Porta Ravegnana, furono costruiti, nel 1872, i due chiostri della Barriera di Porta Ravenna (chiamati poi dal popolo "le gabbie dei canarini)
La barriera dove sorgeva Porta Ravegnana vista da corso Garibaldi. Il personaggio che cammina a destra probabilmente è lo scrittore Alfredo Oriani. La foto è precedente il 1909, anno della morte di Oriani.

Chiesa di S. Francesco: la chiesa originaria risaliva al 1271 ed era in stile gotico; in un cortile interno è tuttora visibile un portale archiacuto in mattoni risalente a quell’epoca. L’attuale costruzione fu realizzata tra il 1740 e il 1751 da Giovanni Battista Boschi e Raffaele Campidori, mentre la cappella della Concezione, a destra della facciata, risale al 1714-16 e forse fu progettata da Carlo Cesare Scaletta. All’interno sono conservate alcune pale d’altare settecentesche e nell’abside si trova un bel coro ligneo intarsiato. Il convento, sulla sinistra, presenta due grandi chiostri porticati risalenti al diciassettesimo secolo. Nell’Ottocento, gran parte di esso fu requisito dallo Stato e adibito a caserma di cavalleria, poi fu restituito ai frati.

Mulino della Ravegnana (scomparso) (civ. 29-33): sotto il balcone curvo posto al termine di casa Chiarini passa tuttora, anche se sotterraneo, il canale dei mulini della città, risalente alla fine del dodicesimo secolo. Sul lato opposto del corso si trovava, almeno dal 1289, il mulino della Ravegnana, di proprietà del Comune, che serviva per macinare il grano. Nel 1883 il mulino risulta convertito in sega idraulica per legname da costruzione e macina di colori per la ceramica. Nel Novecento fu affittato all’Unione Marmisti, e nel 1956 fu ceduto a un privato, che lo demolì per costruire la palazzina attuale.




Porta Ravegnana, sulla sinistra la Cavalerizza fotografata  dopo il bombardamento del 2 maggio 1944.
1937. Entrata in Faenza dall'ex Porta Ravegnana. Le "Gabbie dei Canarini" sono sparite. Sul fondo di corso Garibaldi la Torre dell'Orologio. Sul muro esterno della piccola chiesa di San Marco una "classica" scritta del Ventennio fascista: "Duce, a noi".


Ex chiesa di S. Marco (angolo con via Strocchi): nata come chiesa parrocchiale, la sua presenza è testimoniata fin dal 1170. Fu interamente ristrutturata in stile barocco nel Settecento. Quando la parrocchia fu trasferita in periferia intorno al 1968, la chiesa fu sconsacrata e nel 1970 fu trasformata in farmacia, conservando però l’architettura originaria.

Case Marini: nel 1719, il fornaciaio Nicola Marini acquistò dal conte Mazzolani un lotto di terreno ove costruì una casa (oggi civici 53-57) con portico e botteghe. L’operazione si dimostrò redditizia, e col tempo i Marini prolungarono la casa originaria fino a raggiungere l’attuale civico 75 (la prima casa dopo il voltone di via dello Steccato) prima del 1830. Col tempo la proprietà fu divisa, e molte porzioni di questo lungo edificio sono state trasformate, distrutte dalla guerra o demolite. Intorno al 1950, sul luogo di una delle case andate distrutte fu aperto il passaggio per via Camangi.

Cavallerizza (maneggio coperto): fu realizzata nel 1864 da Agostino Pipina, del Genio Militare dell’Esercito, su un lotto comprato dal Comune e da esso ceduto gratis allo Stato. La Cavallerizza, il più importante edificio di pregio storico e architettonico del sobborgo, è caratterizzata dalla muratura a faccia vista e da grandi finestroni ad arco. Nel 1974 è stata ristrutturata e adibita a palestra per pallavolo e basket. La retrostante piazza Dante, nel 1867 fu adibita a mercato del fieno e della paglia, e più tardi divenne sede per il luna park durante la festa di S. Pietro; oggi è un giardino pubblico.

Case Bucci (civici 81-83): questi edifici furono costruiti intorno al 1862 dalla famiglia Bucci, subito dopo l’apertura della stazione ferroviaria in via Caldesi, al fine di affittare appartamenti e botteghe lungo una strada che stava assumendo una grande importanza commerciale.
 

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