La ex chiesa di S. Michele a Faenza

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
Home
 Monumenti


LA EX CHIESA DI S. MICHELE A FAENZA
PICCOLO CAPOLAVORO PERDUTO DEL RINASCIMENTO

di Stefano Saviotti

Conferenza tenuta presso la Pinacoteca Comunale di Faenza il 18 ottobre 2013


    Il periodo manfrediano fu senza dubbio uno dei momenti di maggior sviluppo della nostra città, e lasciò pure numerose testimonianze edilizie, purtroppo quasi tutte cancellate o parecchio alterate nei secoli seguenti. Tra queste, la più cospicua ed evidente è senz’altro la Cattedrale progettata da Giuliano da Maiano, ma non dobbiamo dimenticare la cerchia muraria, che ha contenuto lo sviluppo edilizio della città sino ai primi del Novecento, la Torre di Oriolo dei Fichi e la chiesa di S. Stefano Vetere. Meno nota, ma in realtà di notevole interesse artistico, è invece la chiesa parrocchiale di S. Michele, che al suo interno conservava pregevolissime opere d’arte rinascimentali, oggi perdute o disperse in vari musei e raccolte. La chiesa stessa, come si potrà vedere dalla ricostruzione che ho elaborato in base ad antichi documenti, costituiva un prezioso scrigno per tali opere, e non ci si può non rattristare per le vicende seguite alla sua soppressione, che hanno portato alla quasi totale trasformazione dell’edificio originale, oggi ridotto a pallido simulacro di ciò che era in origine.

Cenni Storici
    Le origini della chiesa parrocchiale di S. Michele risalgono almeno al 1147, data in cui viene citata per la prima volta secondo il Mittarelli, e non cambiò mai posizione. L’edificio (segnato con la freccia in fig. 1) fu costruito all'incrocio fra due strade di origine romana, le attuali vie Torricelli e Manfredi, ed in prossimità delle mura altomedioevali (segnate in nero a linea continua) e del canale di Bondiolo (in blu) che le circondava. Tale canale fu scavato nel 1224 per rafforzare le difese della città e provvederla di nuovi mulini per macinare il grano, e seguiva il tracciato delle odierne vie Bondiolo e Don Bosco. Gli altri pallini sono le chiese presenti all’epoca, il pallino più grande è naturalmente il Duomo, mentre il quadretto rosso è il Vescovado, e i quadretti viola sono il palazzo del Podestà e quello del capitano del Popolo, poi palazzo Manfredi. Nel 1241 le mura altomedioevali furono fatte demolire dall’Imperatore Federico II, e solo dopo anni la città poté dotarsi di un giro di steccati un poco più ampio (segnato in nero a linea tratteggiata). Nella zona che ci interessa, il giro delle fortificazioni poté estendersi fino a raggiungere il ponte romano, parzialmente ricostruito nel Duecento e rafforzato nella prima metà del Trecento da Francesco Manfredi, mediante due torri che per secoli furono il simbolo della città.
 
Fig. 1
    Verso la fine del Trecento i Manfredi iniziarono la costruzione della nuova cerchia muraria; nel 1376 furono infatti demoliti chiesa e convento delle suore di S. Anna, che si trovavano dove oggi vi è il grande torrione di Montecarlo in via Mura Torelli. Quando i Manfredi incorporarono la zona nella nuova cinta muraria, il canale di Bondiolo fu quasi del tutto interrato, conservando e portando in galleria solo l’ultimo tratto sotto le mura per dare uno scolo alle acque piovane, che altrimenti sarebbero state bloccate dal terrapieno. L’interramento del canale portò via Bondiolo a raggiungere l’attuale larghezza, maggiore rispetto alle strade circostanti. L’ampliamento della città portò come conseguenza l’estensione dell’area soggetta alla parrocchia di S. Michele, e la vecchia chiesetta non bastava più. Il caso volle che la chiesa fosse situata quasi di fronte alla casa di Nicolò Ragnoli, cancelliere di Astorgio II e tesoriere di Carlo II e Galeotto Manfredi, e quindi persona molto ricca ed influente. Ragnoli in pratica sponsorizzò la ricostruzione della chiesa in forme rinascimentali, ed il lavoro fu completato nel 1475 come indica il piatto dedicatorio oggi al Musée de Cluny a Parigi. La chiesa così rinnovata passò sotto il giuspatronato dei Ragnoli, come una specie di cappella di famiglia; i Ragnoli anzi ricavarono il proprio sepolcro proprio di fronte all’altare maggiore della chiesa. Nel 1478 però, Nicolò e suo figlio Antonio furono fatti imprigionare da Galeotto per il reato di lesa maestà, e caddero in disgrazia. Alcuni beni di Nicolò furono addirittura confiscati e ceduti ad altri. Per questo motivo i Ragnoli iniziarono a covare desideri di vendetta, ed infatti Matteo figlio di Ragnolo Ragnoli fu uno dei sicari che partecipò all’assassinio di Galeotto nel 1488, per poi fuggire a Cotignola.
    Nel 1540 la casata era ancora importante: in quell’anno, l’avvocato Camillo Ragnoli fu nominato membro del Consiglio Generale di Faenza. Nel 1547 egli fu però accusato di professare l’eresia luterana, ma venne prosciolto, e tra gli anni 1556 e 1566 fu a più riprese Priore degli Anziani. Ragnoli tuttavia continuò segretamente ad aderire al protestantesimo, costituendo un gruppo di una trentina di fedeli che si riuniva a casa sua. Al gruppo appartenevano anche suo fratello Antonio, sua moglie Camilla Caccianemici, il notaio Matteo dalle Tombe, ma anche persone di ceti meno abbienti come i maiolicari Pier Paolo Stanghi, Melchiorre Biasini, Enea Utili e Battista Molesi. Nel 1567, in seguito ad attività di spionaggio cui seguì l’invio a Roma di liste di “sospetti eretici”, l’Inquisizione ordinò una retata di 150 persone. Molti furono prosciolti per mancanza di prove, anche perché magari erano solo stati visti parlare per strada con altri sospetti, ma le condanne furono comunque molte e durissime. 27 persone furono condannate al carcere, 42 inviati al remo sulle galere, e 9 a morte. Il notaio Dalle Tombe ad esempio fu impiccato, mentre Girolamo Bertoni, che ogni anno faceva un viaggio a Ginevra per comprare libri eretici, fu arso vivo. Camillo Ragnoli fu invece prima impiccato e poi arso, e questo avvenne a Roma il 25 maggio 1569 nei pressi del ponte di Castel S. Angelo. Sua moglie Camilla invece fu impiccata a Faenza il 23 agosto seguente; a quel tempo le esecuzioni avvenivano in Piazza, facendo cadere i condannati col cappio al collo da una porticina del salone del Podestà che si affacciava sul vuoto, ed un cronista dell’epoca racconta che nel salto la testa di Camilla si staccò dal corpo di fronte alla folla radunata in Piazza.


Fig. 2

     In seguito all’uragano che si era abbattuto sui Ragnoli, nello stesso anno la famiglia perse anche il giuspatronato sulla chiesa di S. Michele. La tomba Ragnoli davanti all’altare fu addirittura destinata a sepolcro dei parroci. La chiesetta però sul momento non subì alterazioni, e continuò la sua esistenza come semplice chiesa parrocchiale, fino a quando fu soppressa ai primi dell’Ottocento.      
Lo stato attuale del fabbricato (vedi foto in fig. 2), dopo gli ultimi due secoli in cui ha subito ogni sorta di manomissioni, è tale da non poter nemmeno immaginare come fosse in origine, e non ci sono pervenuti nemmeno disegni significativi. Si sa però che lo slargo di via Torricelli di fronte alla chiesa e all’adiacente canonica era il sagrato, e che solo nell’Ottocento fu assorbito dalla strada pubblica. L’occupazione francese nel 1797 non portò effetti immediati sulla piccola parrocchia, a differenza dei monasteri che possedevano grandi ricchezze, subito confiscate. Nel 1805 però, fu deciso il riordino e l’accorpamento delle parrocchie cittadine, concentrando i fedeli di più parrocchie nelle ex chiese conventuali che erano più grandi e funzionali. I parrocchiani di S. Michele furono così assegnati a S. Agostino, insieme a quelli delle chiese di S. Croce, S. Bartolomeo, S. Margherita e S. Lorenzo; queste ultime due poi riaprirono in seguito. Le preziose opere d’arte invece andarono disperse per il mondo, e di talune non si è più saputo nulla.

Fig. 3

     Il Catasto del 1811 (vedi fig. 3 - la mappa originale della città si trova all’Archivio di Stato di Roma ed è pubblicata sul sito cflr.beniculturali.it/gregoriano/mappe.php) riporta che, in quell’anno, chiesa e canonica appartenevano ai beni demaniali. L’edificio però cambiò presto proprietario: nel 1813 passò a Giacomo Angelini e poco dopo al forlivese Carlo Vincenzo Zoli, poi nel 1821 all’eredità giacente del fu Luigi Albertini, per il tempo necessario a trovare il nuovo acquirente nella persona di Tommaso Querzola. Mediante rogito Romagnoli del 10 maggio 1822, il complesso passò a Francesco Versari. Nel 1822 il portale originario fu allargato e trasformato in un banale arco ribassato; già a quell’epoca la ex chiesa era stata suddivisa orizzontalmente in tre piani, infatti nel disegno allegato alla licenza si vedono due finestre sovrapposte al portone. Nel 1830 proprietario era ancora Versari, e a quei tempi la chiesa era catastalmente segnata come casa con bottega. Nel 1848, parte dell’immobile fu ceduto alla Confraternita dei Santi Matteo e Mattia, ma non fu riaperto al culto, proprio perché già troppo trasformato in precedenza. Nel 1855, alla morte di Francesco Versari l’edificio passò ai figli, che però preferirono vendere a Vincenzo Rustichelli.

Fig. 4

     Tre anni dopo, la proprietà passò a Antonio Zanetti, che nel 1875 era ancora proprietario dell’ex canonica e di parte della chiesa, pari a 14 vani, mentre il resto (6 vani) era ancora della Confraternita. Nel volume Faenza nella storia e nell’arte, Messeri e Calzi dicono che la chiesa alla loro epoca era ridotta ad uso di carbonaia; il dato si riferisce naturalmente al piano terra, dato che al primo e secondo piano vi era un’abitazione. In una vecchia foto anteguerra (fig. 4) vediamo l’abside quadrangolare, coronata da un ricco cornicione in cotto e che presentava ancora sul fianco una finestra ad oculo, tipo quelle del Duomo e di S. Stefano Vetere. Notiamo anche il timpano posteriore, arricchito dallo stesso cornicione e da una finestrella ad oculo al centro; lo stesso motivo ornamentale si trovava anche sulla facciata verso via Torricelli. Durante la seconda Guerra Mondiale, l’ex chiesa riportò molti danni, e in quel frangente l’abside originaria andò distrutta. La ricostruzione non fu meno dannosa: la licenza Edilizia del 6 febbraio 1947, rilasciata alla proprietaria Rosa Mamini, portò infatti nuove trasformazioni agli appartamenti; rispetto ad oggi, mancano solo le due botteghe a lato del distrutto portale.

Fig. 5

Fig. 6

     Nel 1958, la Mamini chiese addirittura il permesso di poter sopraelevare di un piano l’edificio, ricostruendo l’antico cornicione più in alto, il che avrebbe definitivamente falsato persino le proporzioni fondamentali del fabbricato; il Soprintendente ai Monumenti gliel’avrebbe pure concesso, ma fu il Comune ad opporsi, fortunatamente, per non distruggere l’ultimo superstite angolo di Faenza rinascimentale. Le due botteghe sul fronte furono però realizzate ugualmente. Attualmente, dopo tanti stravolgimenti antichi e recenti l’interno dell’edificio non conserva più alcuna traccia delle origini. Solo il volume esterno si è conservato, assieme al cornicione sommitale privato però dei due timpani, anteriore e posteriore. Un semplice raffronto fotografico dimostra come il cornicione di S. Michele (fig. 5) sia identico a quello del muro di cinta del cortile di casa Ragnoli in via Manfredi (fig. 6). In origine poi, tale muro di cinta si prolungava anche lungo via Torricelli proprio di fronte alla chiesa, perché fino all’Ottocento il palazzo non era stato ancora ampliato ma terminava subito accanto al portone del civico 28, e quindi il rapporto visivo tra i due edifici era ancora più immediato.


Un’ipotesi di ricostruzione
      L’unico modo per poter giungere ad una ricostruzione dell’aspetto originario della chiesa è tramite l’esame dei vecchi inventari parrocchiali, conservati presso l’Archivio Diocesano di Faenza. Questi inventari venivano redatti in occasione delle Visite Pastorali che il Vescovo effettuava periodicamente a tutte le chiese della Diocesi, e specialmente i rapporti del Sette ed Ottocento sono fonti preziose per ricostruire in tutti i dettagli la disposizione degli altari, gli arredi, il numero e i soggetti delle opere d’arte presenti. Sono quindi riuscito a reperire alcuni inventari della chiesa di S. Michele, particolarmente interessanti, che mi hanno consentito di ricostruirne l’interno in maniera piuttosto dettagliata. Essi risalgono al 1606, 1728, 1752 e 1770 circa, quindi non riflettono direttamente l’aspetto originario della chiesa, però a mio parere vi si avvicinano, in quanto buona parte degli arredi sono descritti come vecchi e logori, segno che dopo l’iniziale splendore l’apparato non ebbe sostanziali rinnovamenti, e a maggior ragione neppure la chiesa.
     Una semplice descrizione a parole non credo però sia sufficiente ad esporre l’immagine di questo capolavoro di architettura ed arte rinascimentale ormai perduto, per cui vado a proporre una ricostruzione grafica completa, nella quale sono state inserite le immagini delle opere d’arte di S. Michele (un ringraziamento vada al Direttore della Pinacoteca Comunale di Faenza, Dott. Claudio Casadio). I dettagli decorativi della chiesa sono ispirati alla coeva architettura rinascimentale del Duomo e di S. Stefano Vetere, corroborata per quanto possibile con le informazioni provenienti dagli inventari antichi, che per fortuna forniscono un impianto generale sicuro. Il tutto è stato rapportato alle misure esterne reali della chiesa, da me misurate, dato che per fortuna il volume edificato è rimasto quello originario. Ho quindi ricavato un modello della chiesa, basato su piante, prospetti e sezioni separate.
Il risultato finale credo che in qualche modo renda abbastanza l’idea di ciò che era la chiesa di S. Michele, nel suo splendore rinascimentale, e mi scuso in anticipo per alcuni dettagli architettonici puramente ipotetici che ho inserito per conferire maggiore completezza alla ricostruzione. Lo scopo di essa è solo quello di riportare le meravigliose opere d’arte che conosciamo in un contesto architettonico più vicino possibile a quello originario, per valorizzarle ed esaltarne il pregio.



Fig. 7. Prospetto verso via Torricelli.

Facciata su via Torricelli

     Iniziamo dalla facciata (fig. 7): le dimensioni sono quelle reali, il cornicione pure; è stato reinserito il timpano oggi mancante, identico a quello posteriore della foto anteguerra che abbiamo visto prima. Secondo i documenti settecenteschi vi era una sola finestra sul fronte, di forma circolare e dotata di vetrata con i tipici vetrini rotondi fissati col piombo. Sopra il portale vi era la lunetta di maiolica con S. Michele Arcangelo che pesa le anime, opera di Andrea della Robbia, e nell’architrave era incastonato il piatto dedicatorio dei Ragnoli con la data 1475, che ho inserito in un ipotetico portale rinascimentale il cui modello originale è a Urbino, e nel quale è inserita un’analoga lunetta robbiana. Antonio Archi, nel volume Faenza come era, parla dell’architrave marmoreo in cui era collocato il piatto: non so da dove abbia ricavato questa informazione, ma se è corretta ciò fra presumere che tutto il portale fosse in marmo o pietra simile, anche perché una lunetta maiolicata dei Della Robbia avrebbe avuto più degna cornice con un portale di pietra che con uno di cotto.
A destra della facciata della chiesa si trovava la canonica, che contava quattro stanze abitabili, cucina, solai, cantina, stalla, legnaia, pozzo e un cortile. I pochi dati disponibili non consentivano di realizzare un’ipotesi di ricostruzione della casa parrocchiale, per cui l’ho lasciata indefinita. Il sagrato davanti a chiesa e canonica, corrispondente allo slargo di via Torricelli, era il cimitero della parrocchia, ed era a quota più alta rispetto alla strada stessa; solo nell’Ottocento fu spianato, probabilmente intorno al 1845 quando fu costruita la fognatura di via Torricelli e la sezione della strada venne regolarizzata.

Fig. 8. Prospetto verso via S. Michele.

Fianco esterno
 
     Il fianco della chiesa verso via S. Michele (fig. 8) presentava due finestre oblunghe a tutto sesto, accertate dai documenti, e che forse avevano cornici in cotto simili a quelle di S. Stefano Vetere, praticamente coeva a S. Michele; anche queste erano dotate di vetrate con vetrini rotondi. La finestra circolare nell’abside e le proporzioni dell’abside, sono invece testimoniate dalla foto dell’anteguerra, e il cornicione è lo stesso del fronte. Gli inventari antichi parlano di una piccola porta laterale verso via Michele, che ho collocato in corrispondenza della seconda campata, perché avrebbe avuto poco senso dal punto di vista pratico piazzarla a pochi metri dal portale principale.

Fig. 9. Pianta a livello degli altari.

Pianta

      La fig. 9 è la pianta dell’interno, così com’è stata ricavata dagli inventari e con le proporzioni ricavate dalle misure reali del fabbricato. Entrando dal portale principale sul sagrato che dava su via Torricelli, subito a destra vi era una grande e alta acquasantiera di marmo bianco, quindi pregiata, forse del tipo a colonna, in quanto era assicurata al muro ma non infissa in esso; un’altra più piccola, ma sempre di marmo, era posta presso la porta laterale ed era murata. La chiesa era a navata unica, lunga circa 15 metri e larga 8, coperta con due ampie volte a vela come quelle del Duomo; in pratica era un vano rettangolare formato dalla somma di due quadrati, più un altro piccolo quadrato in fondo, di circa 4,50 m. di lato, che costituiva l’abside ed era anch’esso coperto con volta a vela. Sul fianco sinistro della chiesa si trovava, a partire dalla porta principale, un grande armadio a due ante ad uso della Compagnia del SS. Sacramento; seguiva l’altare del SS. Sacramento, appartenente alla famiglia Ragnoli, che però nel 1728 non esisteva più; due confessionali in legno di pioppo; ed infine la porta laterale d’accesso da via S. Michele. Sul lato destro invece, dopo la grande acquasantiera avremmo trovato l’armadio ad uso della Congregazione di S. Girolamo, l’altare di S. Biagio poi ridedicato a S. Girolamo, appartenente alla famiglia Biasoli; ed infine l’altare di S. Sebastiano, della famiglia Cittadini. Nel 1770 la chiesa possedeva 12 panche, di cui una riservata alla famiglia Sinibaldi. Uno stato d’anime del 1726 fa ascendere il numero dei parrocchiani alla somma di 409. Nel muro di facciata interno, sopra la porta maggiore era appeso un Crocifisso di stucco piuttosto grande. La chiesa era dotata di un campaniletto, probabilmente a vela, con due campane; una pesava 130 libbre (47 Kg.) ed in più punti era marchiata con lo stemma Ragnoli, l’altra era di 80 libbre (29 Kg.) ed aveva lo stemma di Mons. Teodoli e una Madonna col Bambino. Il campanile si trovava a lato dell’abside, verso via S. Michele; non si sa di preciso quando fu abbattuto, ma chiaramente questo avvenne solo dopo la soppressione. La sacrestia si trovava sull’altro lato dell’abside, verso la canonica, ed era dotata di una finestra, una porta per andare in cortile ed un’altra per entrare in canonica. Fra l’altare maggiore e la navata vi era una balaustra di noce, con sportelli; tra questa e l’altare, nel pavimento vi era la lapide marmorea del sepolcro Ragnoli, che oggi vedete esposta in questa sala. Dopo che la casata perse il giuspatronato, il suo sepolcro venne riconvertito in sepolcro per i Parroci. Nei pilastri a lato dell’arco presbiteriale erano infissi due bracci in ferro per le lampade. 

Fig. 10. Sezione traversale.

Sezione trasversale

     Ora esaminiamo una sezione della chiesa (fig. 10) guardando verso l’altare maggiore; si notino la copertura con volte a vela ed il sottotetto superiore illuminato da un finestrino ad oculo verso il retro, il tutto documentato dagli inventari e dalla foto anteguerra. Nel muro di sinistra si vede la sezione di una delle finestre verso via S. Michele, mentre sul lato opposto non vi erano finestre, o meglio, forse vi erano solo impronte cieche, per motivi di simmetria architettonica. Dato che l’abside era più piccola e bassa del resto della navata, è evidente che vi fosse un arco presbiteriale, che io ho decorato mediante due lesene angolari e una cornice ad arco; le partiture architettoniche sono state ipotizzate simili a quelle del Duomo, con doppio cornicione ed un poco di zoccolo.
L’altare maggiore, posto sopra una predella in noce datata 1658, aveva la mensa in marmo sovrastata da due gradoni lignei dipinti di colore turchino con sei candelieri d’ottone e quattro vasi verdi contenenti fiori ornamentali di seta. Il tabernacolo ligneo, di colore turchino con colonnette e cornici dorate, non era chiaramente originale in quanto nel Quattrocento non si usavano ancora i tabernacoli sull’altare, ma questo avvenne solo dopo il Concilio di Trento.
     Al muro dietro l’altare era appesa la pala realizzata nel 1476 dal pittore toscano Biagio d’Antonio, con l’Adorazione del Bambino, e sopra di essa una lunetta con S. Michele che divide le anime tra salve e dannate. La pala era posta entro una cornice di legno intagliato, dorato e turchino, ed era protetta superiormente da un baldacchino rosso con frange. All’interno della cappella dell’altare maggiore vi erano infine uno sgabello di legno per comodo del sacerdote, il campanello da suonare all’inizio della Messa ed un leggio per il Messale. Nel muro di fondo della navata, a destra della cappella maggiore, vi era la nicchia dell’olio Santo, piuttosto grande e contornata da una cornice di marmo, chiusa con una porticina in rame dorato con l’immagine del Cristo morto. Può darsi che una nicchia così ornata di marmi fosse il tabernacolo originario del Quattrocento, poi ridotto a nicchia dell’olio santo dopo che il tabernacolo fu trasferito sopra l’altare. A sinistra della cappella maggiore vi era invece una statua di gesso a colori  raffigurante S. Biagio vescovo.

Fig. 11. Sezione longitudinale.

Sezione longitudinale

     Descriviamo adesso il fianco destro della navata, illustrato nella fig. 11. L’altare a sinistra, più vicino alla cappella maggiore, era dedicato a S. Sebastiano, e fu eretto a spese di Alessandro Cittadini. Era sormontato da una statuetta in marmo fine di detto santo, posta in una nicchia dipinta di turchino con stelle; la nicchia era contornata da una cornice in marmo scolpito e da un’ancona ove erano dipinti a destra S. Matteo, e a sinistra S. Carlo, e sopra due angeli con una corona in mano. Sopra l’altare vi era un gradone di legno dipinto con lo stemma Cittadini, quattro candelieri ed una croce di ottone. A fine Seicento, l’altare passò per motivi di successione alla famiglia Sinibaldi. A sinistra dell’altare stesso vi era un Crocifisso in stucco su croce in legno nero, che poi fu portato sopra la porta principale. L’altare a destra fu invece dedicato inizialmente a S. Biagio, ed era in origine spettante alla famiglia Biasoli. Nel 1669, il titolo fu mutato in S. Girolamo, trasferito qui dalla chiesa di S. Stefano, e nel 1688 il Capitano Alfonso Biasoli e figli donarono l’altare alla Confraternita.
     L’obbligo del mantenimento passò quindi alla Confraternita di S. Girolamo, formata da 72 confratelli, che già operava a S. Stefano. Sopra la mensa dell’altare vi erano tre gradoni in legno a scalinata, con quattro candelieri di legno antichi e una croce, mentre al muro era appeso un polittico formato da sei quadri in tela. I tre inferiori raffiguravano (da sinistra a destra) S. Biagio vescovo, S. Girolamo, e S. Domenico; sopra vi erano rispettivamente S. Maria Maddalena, la Madonna col Bambino e S. Caterina. L’altare era ornato da un paliotto in scagliola. Di fronte all’altare vi era una predella in legno grande ma assai vecchia. Nell’angolo della chiesa vicino all’acquasantiera grande si trovava infine l’armadio a servizio della Confraternita di S. Girolamo, in legno di pioppo, apribile a due ante e colorato di rosso.
Un ultimo cenno sui beni della parrocchia di S. Michele: nel Settecento possedeva un podere a Basiago, detto infatti ancora oggi S. Michele, di 70 tornature (16 ettari), una vigna e un terreno arativo a S. Lucia, con rendita di 54 scudi annui, più alcuni censi attivi (ossia dei soldi imprestati in forma di mutuo) che rendevano 24 scudi all’anno. Nel complesso, non era certo una parrocchia ricca, ed è quindi improbabile che dopo l'iniziale momento di gloria pagato dai Ragnoli la chiesa abbia avuto successive modifiche di rilievo. Un vero peccato quindi la sua soppressione, perché oggi avremmo forse potuto godere di un importante ed intatto gioiello del Rinascimento.


Home
 Monumenti