Era faentino l'autentico "Bagonghi"

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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Era faentino l'autentico "Bagonghi"
di Angelo Emiliani

Fino a pochi decenni fa per dare a qualcuno della mezzacartuccia, o per rinfacciargli di vantare imprese chiaramente fuori dalla sua portata, si usava dargli del “Bagonghi”. Un epiteto che all’insolenza accompagnava la derisione. C’era però un mondo in cui quel nomignolo godeva di grande considerazione. Era quello del circo, dove il nano Bagonghi in veste di cavallerizzo, di acrobata, di clown o di giocoliere costituiva una delle maggiori attrazioni per grandi e bambini. Sono molte le località sparse per l’Italia che affermano di avergli dato i natali, ma non v’è dubbio sul fatto che il primo a mettere la sua particolare condizione fisica al servizio dello spettacolo sia stato il faentino Andrea Bernabè. Nato in Borgo il 27 gennaio 1850 da Paolo e Teresa Ronchi, le cronache del tempo lo descrivono alto “un metro e dieci dal cranio ai piedi, di meravigliosa, completa ed intonata deformità umana”. Sveglio ed intelligente, Andrea ottiene la licenza elementare alle scuole serali, poi i suoi lo mandano a bottega dal fotografo Losetti. Ma adattarsi alle mansioni di fattorino e sbrigare piccole faccende non lo soddisfa. E’ poco più di un bambino quando già comincia a meditare su come prendersi la rivincita nei confronti di un destino beffardo. A 12 anni si unisce ai saltimbanchi del circo Zavatta, il più antico d’Italia e fra quelli che nella seconda metà dell’Ottocento riscuotono i maggiori successi. Forse è lì che gli affibbiano il nomignolo di Bagonghi, diventato in seguito il nome d’arte per tutti i nani circensi. Passa alla compagnia Dell’Orme che batte le località grandi e piccole fra Lazio e Toscana, poi alla compagnia di quadri plastici Zamperla esibendosi in pantomine e ruoli buffi che suscitano ilarità e simpatia. Ormai si è fatto un nome e può puntare più in alto. Firma l’ingaggio con la compagnia equestre Ranzi e si fa valere anche in Francia. A scritturarlo sei mesi dopo è il commendator Braccini, direttore di una grande troupe che si muove fra Europa e Algeria.  

Manifesti pubblicitari del circo Barnum & Bailey.
Se all’inizio le performance, diremmo oggi, puntano soprattutto sulla curiosità suscitata dalla sua deformità, esperienza ed impegno ne hanno fatto un artista del circo in grado di esprimersi in ruoli diversi: da clown a giocoliere, da acrobata a prestidigitatore. Un personaggio eccentrico sempre pronto alla battuta spiritosa, mai volgare. Al seguito della rinomatissima compagnia americana di Mr. William Meirebell, Bernabè-Bagonghi compie una lunga tournée che, passando di successo in successo, tocca il Marocco, il Sudan, l’Abissinia e la Palestina. Quattro giorni durissimi dura il viaggio per attraversare il Sahara e quando sono ormai in vista della meta la carovana è presa d’assalto da una banda di predoni che uccide la prima cavallerizza, Jeja, una ragazza veneta di 17 anni considerata la mascotte dell’équipe itinerante. All’apice della carriera, ammirato per la rapidità e la destrezza con cui passa da un numero all’altro, beniamino del pubblico di mezzo mondo, Bagonghi trascorre con Mr. Meirebell il suo periodo migliore, protrattosi per quasi sette anni. In seguito, con la compagnia Hittiman attraversa in lungo e in largo la Russia e la Siberia, poi con la troupe Diaz la Francia e la Spagna.


Andrea Bernabè, ritratto in una vecchia fotografia intento a vendere cartelle della lotteria.
     Manca da Faenza da quasi trent’anni quando vi torna nel 1888. La compagnia della quale fa parte, la De’ Paoli, si installa nella piazza del Vescovado e la città tributa ad Andrea Bernabè accoglienze degne di un divo. Alla “beneficiata” in suo onore assistono in tantissimi con in testa autorità e personaggi di spicco. Le signore delle famiglie più in vista lo coprono di fiori. Poi di nuovo in viaggio per l’isola d’Elba e per Roma con la compagnia Comelli. E’ nella capitale che si chiude la sua straordinaria vita di artista del circo. A costringerlo ad abbandonare per sempre la scena è un banale infortunio “sul lavoro”: subisce una grave lesione ad una gamba eseguendo un salto mortale, un esercizio ripetuto chissà quante volte. Si stabilisce allora a Bologna, al numero 29 di via Casse, e decide di mettere a frutto quanto ha imparato in tanti anni di peregrinazioni ai quattro angoli del mondo. Si improvvisa interprete di francese, russo, spagnolo e arabo, lingue che conosce quanto serve per rendersi utile. Muore nel 1920, a settant’anni.

     Nell’ultimo periodo, ormai anziano e carico di acciacchi, sbarcava il lunario vendendo matite, calendari, fiammiferi e cartelle delle lotterie. Altri nelle sue stesse condizioni ne avevano nel frattempo seguito le orme. Fra tutti spicca il nome di Giuseppe Bignoli di Galliate, una località del novarese. Ha fatto parte con ruoli di primo piano dei circhi Pellegrini, Rancy, Schumann e infine del grandioso Ringling-Barnum-Bailey che usava presentarlo come il “signor Bagonghi” alto appena tre piedi, evidenziandone al tempo stesso le origini italiane e la straordinaria abilità. Poi sono venuti Checco Medori del circo Togni, Filippo Ruffa nei circhi della dinastia Orfei e Umberto Salvatore. Ma il primo Bagonghi, quello autentico, resta il nostro Andrea Bernabè. Oltre ad una sorte maligna, gli è toccato anche il torto di essere descritto in termini stonati rispetto al ricordo di quanti lo conobbero: la monumentale Enciclopedia dello spettacolo - sbagliando anche nel definirlo “caldarrostaio bolognese morto nel 1908” - ne parla come di un “miserando artista” appartenente al “bislacco genere pagliaccesco”, dal carattere scontroso, abbruttito dal bere e “morto demente”. Tracciandone il profilo ed esprimendo un sottile rammarico perché forse Faenza non ha saputo accoglierlo come avrebbe dovuto nei suoi ultimi anni, Giuseppe Cantagalli gli rese invece omaggio in “La Fira ‘d San Pir” con parole di profondo rispetto: “Piccolo grande uomo, una delle maggiori glorie faentine”.


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