Generale Raffaele Pasi

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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Generale Raffaele Pasi
di Rino Savini

Nella casa contrassegnata dal n. 17, in via XX Settembre, a Faenza, nacque, il 9 dicembre 1819, Raffaele Pasi. La nobile famiglia mandò il figlio a Roma perché studiasse pittura; ma il giovane non era nato per stringere fra le dita pennelli, bensì per impugnare la spada. A Roma si mise a contatto con i gruppi liberali, trascurando la tavolozza e i colori. Richiamato a casa, frequentò i patrioti guidati dal cesenate Federico Comandini, che tanta parte e merito ebbe nel risorgimento romagnolo. II tentativo, fallito, del colonnello nizzardo Ribotty, di prendere in ostaggio il vescovo di Imola Mastai Ferretti, il futuro Pio IX, e i legati pontifici di Ravenna e Ferrara, Amat e Falconieri, accentuò la repressione e molti patrioti furono imprigionati, o costretti ad andare esuli.


Anonimo. Ritratto di Raffaele Pasi, maiolica dipinta sec. XIX prima metà. Faenza Museo Internazionale delle Ceramiche.
Raffaele Pasi riuscì a sottrarsi alla cattura «buttandosi contumace» come dicevasi allora. Pasi continuava la sua azione intesa a far proseliti per la giusta causa, onde essere pronto per una eventuale sommossa. L'occasione propizia sembrò arrivasse quando la città di Rimini fu occupata dai rivoltosi capeggiati da Pietro Renzi. Pasi, che era già d'accordo con don Giovanni Verità, per distogliere la forza pontificia da Faenza, decise di prendere il posto di dogana, sul confine tra la Romagna e la Toscana in localita Balze, sulla strada per Modigliana. II mattino del 25 settembre 1845 il conte Pasi e don Verità, con un gruppo di 14 uomini si trovarono alle Balze. Don Giovanni, opportunamente travestito, seguito da Pasi, entrò nella stanza, dove si trovavano le guardie, gridando: «Il Papa non comanda più!» I,soldati non opposero resistenza e gli assalitori occuparono la dogana senza colpo ferire. Pasi inviò due messi a Castelbolognese per avvisare Pietro Beltrami, che guidava gli insorti di Bagnacavallo, del felice esito dell'azione; ma i due messaggeri, disubbidendo agli ordini, anziché seguire i sentieri campestri noleggiarono un cavallo con biroccino e percorsero la via Emilia. Sorpresi da una pattuglia furono uccisi a fucilate. Beltrami venne a conoscenza ugualmente della situazione e raggiunse Pasi alle Balze. Gli insorti assaliti dai soldati svizzeri e pontifici, in forze preponderanti, dopo breve difesa e dopo aver lasciato sul terreno morti e feriti, si ritirarono sul colle di Ceparano, poi trovarono scampo in territorio toscano.

A ricordo dello scontro i municipi di Faenza e Brisighella posero, nel 1890, una lapide con la seguente epigrafe dettata da Giovanni Bovio:

DUGENTO GIOVANI QUI CONVENNERO
NEL 28 SETTEMBRE MDCCCXLV
DA TERRE VARIE DI ROMAGNA
A TENTARE ARMATI LA REDENZIONE CIVILE
DAL POTERE ATEO DEI CHIERICI
DOPO LA FIERA LOTTA SOPERCHIATI DA ORDE
SANFEDISTE PORTARONO
 ESULI LA
FORTUNA E I PRESAGI D'lTALIA

Ferdinando Bucci. Il Moto delle Balze, olio su tela metà sec. XX.

Pasi andò esule in Francia dove conobbe i più illustri patrioti. Ritornò a Faenza quando Pio IX concesse l'amnistia ai condannati politici e permise ai sudditi di arruolarsi come volontari per prendere parte alla prima guerra d'indipendenza contro l'Austria. A Faenza si formò un battaglione di circa 700 uomini comprendente il fiore dei cittadini: i fratelli Vincenzo e Leonida Caldesi con il cugino Ludovico, Girolamo Strocchi, il conte Tampieri, i fratelli Gaetano ed Emanuele Carboni ed altri. Comandante del battaglione Raffaele Pasi, col grado di maggiore. I volontari erano vestiti di un camiciotto e calzoni di colore cenerino e un berretto filettato di rosso. Per l'equipaggiamento, chi poteva provvide a proprie spese aiutando quelli che non avevano mezzi. Le donne donarono gli orecchini, gioiello comune, allora, e pregiato per l'ornamento femminile.
II 27 marzo 1848 il battaglione dei volontari faentini sfilo da Porta delle Chiavi per i corsi di Porta Ponte (ora Saffi) e di Porta Imolese (ora Mazzini) fra le manifestazioni di entusiasmo della popolazione. Anche una camerata di seminaristi (modernisti) salutò, dal sagrato della chiesa del Suffragio, i volontari gridando: «Viva i soldati d'Italia», e questi risposero: «Viva i preti italiani».Quando il Papa ritirò i suoi soldati, Pasi con il suo battaglione andò a Vicenza per difendere, con i volontari guidati dal generale Durando, quella città. La difesa fu eroica; ma, quei poco più di 6.000 uomini nulla poterono contro i 100.000 austriaci guidati da Radetzki. II maggiore Pasi con il suo battaglione difese strenuamente la Rotonda del Palladio, fino a quando venne chiesta la resa. II generale Durando volle che proprio Pasi col suo battaglione facesse la guardia all'albergo «Scudo d'oro» in cui si trattavano le condizioni della resa stessa. II valore dei difensori di Vicenza fu riconosciuto dagli austriaci ed i volontari uscirono con l'onore delle armi. II battaglione faentino, con alla testa il comandante Pasi, il 22 giugno '48 rientrava a Faenza ricevendo dalla folla dimostrazioni entusiastiche.


La battaglia di Vicenza 10 giugno 1848. La rotonda.

3 giugno 1849. La difesa del Casino dei Quattro Venti.

Ormai il fermento rivoluzionario aveva conquistato i patrioti e le sollevazioni si succedevano: a Modena, a Parma, a Bologna. A Roma, dopo l'uccisione del ministro Pellegrino Rossi e la fuga del Papa a Gaeta, fu proclamata la Repubblica con a capo Mazzini, Saffi e Armellini. Alla difesa della città eterna accorsero i giovani dalle varie parti d'ltalia fra essi Luciano Manara, Enrico Dandolo, Giacomo Medici, Raffaele Pasi e tanti altri valorosi. Quando fu il momento di riconquistare l'importante punto strategico denominate Casino dei Quattro Venti, Raffaele Pasi per dare animo ai suoi si mise alla testa dei soldati e con ardimento e disprezzo della morte infilò il berretto sulla punta della spada, spronò il cavallo a sangue e si gettò contro il nemico gridando: «Avanti, guardate come si muore!» La località fu conquistata! Ma il sacrificio di tanti eroi fu reso vano dai fucili dei soldati di Audinot, mandati dai presidente della Repubblica francese, Napoleone III.

Pasi andò esule a Genova. Per vivere impegnò le residue risorse in un'industria (fabbrica di spilli) in cui era socio un altro faentino, il conte Benvenuto Pasolini dall'Onda. L'industria fallì! Pasi era nato per essere un valoroso combattente e non un tranquillo industriale. Egli era noto anche per rettitudine e saggezza. Mazzini l'additava ad esempio e come punto di riferimento a Eugenio Valzania, fiero patriota di Cesena, consigliandolo di prendere contatto con Pasi perché «Egli vi parlerà come io vi parlassi e voi credetegli come se io pur vi parlassi. Con lui posso avere illimitata fiducia». E fiducia l'ebbe anche Vittorio Emanuele II quando chiamò Pasi, col grado di colonnello, a combattere per la seconda guerra d'indipendenza. Per i suoi meriti il Re gli conferì il titolo di cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro. E quando nel 1860 Pasi conquistò la città di Narni e si distinse per la presa di Mola, Io decorò con la Croce all'Ordine Militare di Savoia. Ma l'impresa maggiore Pasi la compì nella terza guerra d'indipendenza. Pasi comandava il 5° Reggimento ed ebbe l'ordine di difendere un ponte sul Mincio nei pressi di Monzambano. L'impeto dei soldati del 5° e il comportamento eroico del loro comandante valsero a ricacciare il nemico e a tenere la posizione sino a quando le truppe del gen. La Marmora poterono ritirarsi. «Per avere a Monzambano condotto mirabilmente il proprio Reggimento all'attacco di monte Sabbione, essersi con mirabile ardore spinto alla testa dei suoi soldati nei luoghi più minacciati ed essere stato l'ammirazione di tutti i suoi inferiori, che per il suo eroico esempio si distinsero immensamente in quella eroica giornata, (24 giugno 1866) al generale Pasi è conferita la Medaglia d'oro».



24 giugno 1866. Assalto finale delle truppe austriache a Custoza.


Faenza, il momumento dello scultore faentino
Domenico Rambelli (1886-1972), dedicato al Generale Raffaele Pasi.

Nel 1870 Pasi partecipò alla presa di Roma, quella Roma che aveva difeso nel '49 e ne era stato cacciato. Nel 1872 fu promosso maggiore generale. Non soltanto il Re riconosceva i meriti di Pasi; infatti i Romagnoli non avevano dimenticato l'Uomo delle Balze e con voto plebiscitario la città di Forlì l’elesse deputato nel 1873. Ma la vita della scranna e degli intrighi non era fatta per Pasi e nel 1876 rinunziò al mandato. Per i molteplici meriti Pasi fu nominate Aiutante di campo effettivo da Vittorio Emanuele II; carica che gli fu confermata da Umberto I, che Io volle con sè a Busa e a Casamicciola durante il colera. E vicino a sé Io volle Umberto I quando visitò la sua Romagna. II 28 agosto 1888, il gen. Pasi fu nella commissione del nove che esaminò il principe di Napoli, il futuro re Vittorio Emanuele III. Pasi aveva 71 anni quando la morte lo colse. É sepolto nel cimitero di Faenza; il suo busto in bronzo (opera dello scultore faentino Domenico Rambelli) si trova nel piazzale a lui dedicato.

Noi possiamo ricordarlo ripetendo una parte dell'«Ode ai ribelli del 28 settembre 1845», del poeta Francesco Barbieri:

«Ei, data all'Italia tutta la sua vita,
 morì del Re d'ltalia infra le braccia
 e I'ltalia il pianse; e avvoltolo
 pietosa nei tre colori,
 da lui tra il fuoco micidial difesi,
 lo pose sotto i fior del natio suolo
 perchè spirar continui italo amore
 qui nel lor riso».



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