Commemorazione ufficiale di Giuliano Bettoli

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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Lunedì 25 giugno 2018

COMMEMORAZIONE UFFICIALE DI GIULIANO BETTOLI

di Giovanni Malpezzi

EDITORIALE - "IL PICCOLO" del 22 giugno 2018

Giuliano


A poco più di un anno dalla scomparsa, Faenza rende omaggio a uno dei suoi personaggi più conosciuti e amati. Lunedì 25 giugno [2018], alle ore 20,30 in Consiglio comunale, commemorazione ufficiale di Giuliano Bettoli. Dopo il discorso del sindaco e dei gruppi consiglieri, saranno proiettati anche alcuni brevi frammenti video. La cittadinanza è invitata.
Classe 1931, già dipendente comunale presso l’ufficio Anagrafe, Giuliano Bettoli è stato scrittore, poeta, studioso, promotore di innumerevoli iniziative culturali, raccontando Faenza, la sua storia e i suoi aneddoti in maniera mirabile, al punto di diventare per la propria città, così tanto amata, una sorta di “icona” della “faentinità”.
Premiato nel 1982 come “Faentino Sotto la Torre”, era noto a tutti come il “sindaco del Borgo”, il borgomastro del suo Borgo Durbecco, la parte di città oltre il Ponte delle Grazie sul fiume Lamone.
Il sindaco Giovanni Malpezzi, all’indomani della scomparsa, disse: “oltre a essere una persona umanamente e intellettualmente straordinaria, Giuliano Bettoli era un tutt’uno con Faenza, colui che negli anni, con inesauribile passione e curiosità condita da un’ironia e una simpatia fuori dal comune ha rappresentato l’autocoscienza dei faentini, scavando nella nostra storia passata come studioso delle tradizioni faentine e come commentatore di quella attuale, sottolineandone vizi e virtù con ironia e arguzia impareggiabili”. Lo ricordiamo schietto e sincero, indimenticabile collaboratore de Il Piccolo, e di altre testate locali.


Riportiamo qui di seguito il discorso tenuto  dal sindaco Giovanni Malpezzi in Consiglio comunale

    Signor Presidente del Consiglio Comunale,
    Signore e Signori Consiglieri,
    Colleghi Assessori,
    Care Maria Nives e Giordana,
    Parenti e amici tutti di Giuliano Bettoli,
    Signore e Signori,

   buonasera a tutti.

    Nella seduta del Consiglio comunale di questa sera rendiamo onore al nostro illustre concittadino, Giuliano Bettoli, scomparso il 3 giugno dello scorso anno, all'età di 86 anni.
E' noto che Giuliano Bettoli non amava i toni celebrativi a volte un pò pomposi. Fino al punto, anni fa, da aver lasciato detto agli amici della Filodrammatica Berton - ce lo ha ricordato l'amico Mario Gurioli nell'introduzione all'inserto speciale "E nòstar Giuliano" sul numero di dicembre scorso di 2001 Romagna - queste parole: «ho piacere di dirlo una volta anche con voi, perché così, quando sarà venuto il momento, non vi troviate in imbarazzo sulle solite formalità... com'è nello stile di tutti noi, anch'io ho sempre detestato cordialmente la "maletta"... se mi volete fare un dispetto, farete commemorazioni, anniversari, rassegne teatrali dedicate al mio nome. Non voglio niente di tutto questo!»
Non è difficile immaginare che in quel momento Giuliano avesse in mente occasioni come quella di questa sera, in cui la prassi vuole vengano ricordati i faentini che si sono distinti nel corso della loro vita. 
Nonostante ciò, se stasera siamo qui è per due motivi: primo, per evitare che qualcuno, un domani, scartabellando la storia locale, si accorga del fatto e possa dire: «Veda a lè. Ià arcurdè tot fòra che Bettoli! Fati robi!». Il sottoscritto e questo consiglio comunale non ci farebbero una gran figura!

Giuliano in una foto del 2016 che lo ritrae seduto
 alla scrivania de su busanòt in via Castellani.
Il secondo motivo è che in realtà questa commemorazione non è tanto per ricordare i meriti di Bettoli. Non ce ne sarebbe bisogno... Credo siano pochi i faentini che non sappiano della sua straordinaria cultura che gli consentiva di spaziare dalla letteratura classica, greca e latina a quella italiana, da Dante al Rinascimento fino ai giorni nostri. Oppure dei suoi studi su Fra Sabba da Castiglione. Pochi quelli che non si siano imbattuti, almeno una volta, in un suo testo, un suo scritto, una sua performance teatrale, in un articolo tratto da "Di Palo In Frasca" su Il Piccolo o in qualità di Visconte del Buco della Sandrona su Settesere.
Perciò è vero, non ci sarebbe alcun bisogno di tanta "maletta" quando basterebbe dire solo un GRAZIE, grande idealmente quanta tutta Faenza.
Piuttosto questo incontro serve a noi, per alleviare la malinconia di non avere più Giuliano tra noi. Faenza è più triste da un anno a questa parte. Ci mancano le sue battute, i suoi aneddoti, le storie, i personaggi interpretati sul palcoscenico, il tono scanzonato, la saggezza e la passione civica, l'arguzia e l'ironia fulminante con cui sottolineava vizi e virtù dei faentini. Ecco, spero che in qualche modo Giuliano possa capire e giustificarci per il gesto di questa sera.
Qualche accenno biografico:
Bettoli nasce a Faenza il 5 febbraio 1931 da babbo Alfredo e mamma Agostina Bertoni. O meglio, nasce si a Faenza ma in Borgo, quel Borgo Durbecco che sarà per Bettoli non sono il luogo fisico dell'infanzia e di residenza nel corso di tutta la vita, ma anche un luogo dell'anima, di attaccamento alle proprie radici, dove si fortificano i valori umani più profondi, senza lasciarsi mai contagiare da un certo sentimentalismo nostalgico, tipico di chi scava nella memoria finendo però per mitizzare i tempi andati.
Racconta Bettoli stesso nel piccolo libro-intervista "Due parole con Giuliano Bettoli" a cura di Monica Martinengo edita da Homeless Book nell'aprile del 2000: «sono un faentino purosangue, nato immediatamente fuori da Porta delle Chiavi, in un posto da briganti, posto di agguati e di persone poco raccomandabili, una di quelle zone che era consigliabile frequentare poco, che si chiamava "l'Ustariaza" ».
«La mia famiglia - prosegue Bettoli - era una di quelle che si incontrano spesso nelle campagne, ancora oggi: eravamo dieci figli (io sono il terzogenito). Una bambina è morta prima che io riuscissi a conoscerla, e dei miei fratelli e sorelle credo di essere l'unico che ha studiato. E non ho continuato la tradizione: mi sono fermato ad un figlia sola».
Fin da bambino la vita di Giuliano è segnata dalla presenza cristiana trasmessa dalla famiglia e da una profonda fede che lo accompagnerà sempre.
Come accadeva spesso a quei tempi, Giuliano ebbe la possibilità di studiare nel Seminario di Faenza. Vi entrò nel 1945 al termine della guerra, all'età di quattordici anni. Faenza era martoriata, il passaggio del fronte aveva lasciato macerie e distruzione, soprattutto nella zona del Borgo. Giuliano si sente comunque fortunato per questa opportunità. Continua a studiare in Seminario fino al 1950 mentre l'ultima classe delle superiori, la terza liceale, la frequenta fuori.
Se l'esperienza universitaria, sembra non andargli a genio (si iscriverà senza mai frequentare) Giuliano supera brillantemente, da privatista, l'esame di stato per l'abilitazione a "maestro", anche se poi non eserciterà mai la professione non sentendola completamente adatta a lui.
All'età di ventidue anni entra in Comune a Faenza come impiegato presso l'Ufficio Anagrafe, dove resterà per quasi quarant'anni fino al 1992, anno del suo pensionamento.
La disponibilità umana e lavorativa, unite ad un carattere gioviale, lo trasformano da subito in un punto di riferimento per tutta la cittadinanza. Allo stesso tempo le occasioni di incontro con le persone si rivelano una miniera formidabile da cui attingere fatti, storie, aneddoti che diventano spunti per altrettanti racconti: un lavoro perfetto per uno come lui.
Bettoli stesso lo riconosce e racconta: «Stati di famiglia, Carte d'identità per tutta la mia vita: cosa ci poteva essere di meglio per uno come me, che ama la gente e il contatto con gli altri? Non ho cercato un avanzamento di grado, avrebbe voluto dire abbandonare lo sportello e la "mia" gente, quelli che hanno imparato a conoscermi».
Per anni questa conoscenza così profonda della comunità faentina è stata preziosissima all'interno della commissione Toponomastica del Comune, nel comitato del Faentino Lontano e per importanti ricerche storiche. Incarichi accettati sempre con modestia e vissuti come un servizio alla sua amata città per tramandarne memorie e tradizioni, garantendo sempre un adeguato rigore storico e metodologico.
Il 23 ottobre del 1966 Giuliano sposa Maria Nives Bosi, di dodici anni più giovane, conosciuta nel periodo di spostamenti da una parrocchia all'altra per dirigere e istruire i cori: la musica, non a caso, è stata una delle passioni coltivate più a lungo da Giuliano. Nel settembre del '69 viene alla luce la figlia Giordana, attualmente dipendente dell'Unione dei Comuni presso il settore Servizi sociali. Dal matrimonio di Giordana con Massimo Alberti, nascono Sara, Davide e Samuele che hanno reso Giuliano nonno. Grazie di cuore per essere qui questa sera.

Faenza, 14 settembre 2012. 170° della caduta del Ponte delle Due Torri. Giovanni Malpezzi, sindaco di Faenza, e Giuliano, "borgomastro" del Borgo, sul sentiero che porta agli scavi dell'antico ponte romano.
Torniamo un attimo in Borgo. Prima della seconda Guerra Mondiale il Borgo risulta diviso in due parrocchie: la "Masôn", cioè la magione, la Commenda, che era stata la parrocchia  di Giuliano fin da bambino e la Parrocchia Sant'Antonino.
Dopo il 1945, il vescovo di allora, mons. Battaglia, unì le due parrocchie. Fu frequentando l'oratorio che Giuliano entrò in contatto con le filodrammatiche che in Italia, specialmente fra il 1920 e il 1940, coinvolsero in un impegno di grande valore educativo una infinità di giovani, merito in gran parte dell'azione di don Bosco. Con le prime recite, prima alla Commenda e poi a Sant'Antonino - che vantava una filodrammatica attiva fin dal 1883 e che nel 1921 assunse il nome del commediografo veneto Angelo Pietro Berton - nacque e maturò prima l'interesse, e poi una vera e propria passione, per il Teatro.
«Sono uno che si butta - risponde Bettoli ad una domanda specifica sul tema - senza essere capace di fare delle cose precise, mi butto dove mi interessa, dove capito, ma quando mi lancio è difficile che io mi fermi. Le mie passioni, le cose che mi hanno coinvolto, spesso mi hanno fatto faticare più del lavoro stesso. Il teatro è una di quelle attività: mi ha sempre coinvolto, fin da giovane. Ancora oggi mi fa fremere: devo imparare le battute di una commedia? Faccio quel che devo fare nella giornata, ma ho sempre un pensiero là, alla mia parte».
L'avvento della TV finisce per spegnere, in parte, l'interesse per il teatro. La quasi totalità delle filodrammatiche scompaiono. Giuliano si rimbocca le maniche e nel 1959 rompendo le scatole agli amici come ebbe a riconoscere (e per fortuna lo fece, altrimenti anche la Berton oggi probabilmente non sarebbe sopravissuta e non avrebbe potuto spegnere quest'anno ben 135 candeline di vita), decide di riprendere le recite, sempre in italiano.

Ultimo numero della rivista curata da Giuliano Bettoli dal 1979 al 2017,
contenente un inserto di 64 pagine a lui dedicate.

Fu nel 1966 che Giuliano ebbe lo "sbuzzo": visto che da due anni l'Amministrazione Comunale organizzava al Masini la Rassegna Nazionale del Teatro Dialettale si mise a cercare un testo in dialetto per la Berton. Scelse «La fortuna si diverte» di Athos Setti, ribattezzata col titolo «Frazcon l'ha vent e lott!», un lavoro rappresentato in seguito almeno un centinaio di volte e replicato da molte compagnie in una nuova edizione curata da Luigi Antonio Mazzoni.
Oggi sembra facile e scontato. Ma allora, nel 1966, Bettoli ricorda lo scetticismo e i timori di un eventuale "bus in tl'aqua". Finalmente si va in scena a S. Antonino. «Il successo, scrisse Bettoli, ci lascia di stucco: la gente si gode oltre il lecito! »
Inizia per la Berton un nuovo corso, quello del teatro dialettale che prosegue con successo fino ad oggi grazie alle traduzioni e agli adattamenti in dialetto di opere teatrali già note, ma anche a farse inedite scritte da Bettoli, tra cui l'invenzione della nota maschera di "Fafèta". Senza dimenticare il ruolo di impareggiabile "spalla" nelle divertentissime performance di "E' Sfroc" personaggio inventato da Mario Gurioli, così come lo straordinario connubio con Mazzoni, autore e regista di numerose commedie in buona parte in dialetto, e la grande impresa nel 1994 della ristrutturazione in proprio del Teatro della Casa di Riposo, diventata la casa della Filodrammatica.
L'altra iniziativa che Bettoli si ritagliò addosso fu quella di Radio 2001 Romagna: la radio libera, organizzata in cooperativa, nata nel 1976 nella prima sede in via Calamelli, per poi trasferirsi in via Torretta e da ultimo in via Mura Torelli dove ha chiuso i battenti nel 1992; e la omonima rivista, ora solo "2001 Romagna" che continua invece ad essere pubblicata con successo e distribuita in abbonamento, anche all'estero.
«L'emittente radiofonica nacque all'insegna dell'anarchia, per iniziativa di un gruppetto di amici tra cui don Remo Babini - racconta Bettoli - I programmi erano un po' allo sbando, ma realizzati con una considerevole dose di sano entusiasmo. Come sempre accade per le realtà che hanno una spinta entusiastica, mi sono lasciato attrarre. Mi chiamarono per fare un programma in dialetto, sul dialetto. Così cominciai la versione dialettale di "Parla come mangi", ovvero il "scorr cum ut’ à insigne’ tu me" delle nostre campagne, una trasmissione di un'ora in dialetto due volte alla settimana.
Ad un certo punto divenni pure il Presidente dell'emittente, ma nonostante gli sforzi non riuscimmo proprio, non dico a far stare in piedi la radio, ma almeno a farla stare seduta: perché le uscite si mangiavano non solo le entrate, ma anche quel che non c'era. La radio: croce e delizia della mia esistenza! Mi ha fatto tanto penare».
La rivista invece ebbe inizialmente lo scopo di raccogliere le parti più interessanti delle trasmissioni non musicali. Il direttore responsabile è sempre Don Remo Babini, quello editoriale Giuliano Bettoli. Alla morte di Don Babini, gli subentrò Stefano Casanova, cugino di Giuliano, che ne era già editore tramite la Tipografia Faentina. Nei primi anni la rivista è bimestrale, ma, in breve, diventa trimestrale e poi, definitivamente, semestrale.
"2001 Romagna" racconta episodi, personaggi noti e meno noti, iniziative di associazioni e aggregazioni di ogni genere: sportive, culturali, religiose, politiche, sociali, di oggi e del passato. Con un'attenzione particolare alle immagini fotografiche, molte delle quali inedite e scovate chissà come attraverso l'immensa rete di amicizie e contatti creata da Giuliano e arricchite da didascalie dettagliatissime.

Giuliano Bettoli.
Perché un'altra cosa che riusciva bene a Bettoli, tra le tante, era quella di entrare in sintonia immediata con le persone, e la capacità di coltivare le amicizie.
Nel 1982, Bettoli fu insignito dell’onorificenza di "Faentén sota la Tor" anche se in tema di cerimonie quella più scenografica e suggestiva fu senza dubbio la consegna delle “chiavi del Borgo” all'interno della stanza posta sopra la Porta delle Chiavi, a cui accedemmo nell’unico modo oggi possibile, ossia con una piattaforma elevatrice esterna.
Qualcuno prese quel gesto principalmente come una goliardata. Continuo a pensare invece che Giuliano desiderasse profondamente quel momento, non come una resa del “Sindaco del Borgo” nelle mani del Sindaco di Faenza dopo 500 anni di “lotte cittadine”. Ma come l'ennesimo gesto d'amore verso la sua città, di cui il Borgo è parte fondante e dalla forte identità.
L'ultima corrispondenza fra noi fu dell'aprile 2017. Ci scrivemmo quasi contestualmente. Io per esprimergli le congratulazioni per «l'argaza d'argento», la massima onorificenza sul dialetto romagnolo che l'Istituto Friedrich Schürr gli aveva consegnato qualche giorno prima. Gli dissi che quel riconoscimento non solo era meritato ma sacrosanto!
Giuliano invece volle confermarmi, ancora una volta, il suo amore totale e incondizionato per Faenza, aggiungendo quella frase «E fasèt da bón sol i quél da ridar» ripetuto in altre occasioni e, per questo, interpretatabile come il suo ironico auto-epitaffio.
Alla domanda, "Giuliano come stai a Faenza?" amava rispondere così:  «Ah, bene, proprio bene: la mia città è alla mia misura, come un vestito o un paio di scarpe che ti vanno bene. Faenza mi va proprio a perfetta misura. Quando vado via - ho fatto anche dei viaggi lunghi - non vedo l'ora di tornare: mi manca la gente, il "mio" posto». In fondo tutti aspiriamo ad avere un "nostro" posto. Individuarlo non è cosa da poco.
Nessuno meglio di Giuliano Bettoli ha saputo incarnare la faentinità e rappresentare l'anima della nostra città in maniera così profonda e competente, eppure sempre leggera: leggera come uno sguardo disincantato e scanzonato sulle vicende del mondo e della vita; leggera come l'immagine sfuggente di una sagoma nella nebbia di un freddo inverno, che attraversa Faenza in sella alla bicicletta avvolta nella sua “caparela” nera.

Grazie Giuliano e grazie a voi tutti per l’attenzione.                    



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