Il breve soggiorno faentino di Maria Amalia Walburga di Sassonia, Regina di Napoli e Sicilia, e poi di Spagna

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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Il breve soggiorno faentino di Maria Amalia Walburga di Sassonia,
Regina di Napoli e Sicilia, poi di Spagna

di Giuseppe Dalmonte

     Nel suo celebre vocabolario romagnolo, il linguista faentino Antonio Morri registra la voce svemar (svimero) col significato di cocchio a quattro ruote, tale voce compare ripetutamente nella narrazione del lungo viaggio compiuto nel 1738 dalla giovane principessa Maria Amalia di Sassonia con l’agile carrozza regale, impiegata lungo la penisola per congiungersi a Carlo di Borbone suo promesso sposo.
Dopo il rifiuto dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo di dare in moglie la propria figlia Maria Anna al giovane re di Napoli, Carlo Sebastiano di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, venne prescelta la giovanissima principessa Maria Amalia Walburga, terzogenita di Federico Augusto III di Sassonia e re di Polonia e dell’arciduchessa Maria Giuseppina d’Asburgo. Alla corte di Dresda poi di Varsavia, Maria Amalia trascorse l’infanzia imparando oltre al tedesco la lingua francese, coltivò inoltre la pittura e la danza, cominciando ad apprendere l’arte ‹‹de caminar con elegancia››.
Ottenuta nel dicembre 1737, la dispensa papale per sanare l’impedimento dei rapporti di parentela, l’8 maggio 1738 si svolse la cerimonia nuziale per procura a Dresda, avendo la sposa non ancora compiuto il quattordicesimo anno di età, essendo nata il 24 novembre 1724.



Maria  Amalia Walburga di Sassonia,
in un ritratto di
Louis De Silvestre del 1738. 
Museo del Prado Madrid.

     Un anonimo cronista descrive la fanciulla con queste parole ‹‹ragguardevole molto per l’esterna bellezza del corpo, ma più per le interne qualità dell’animo››, brava amazzone, ‹‹ornata di nobili arti, cioè di musica, di disegno[…] e quello che corona e rende pregevoli questi è la Religione Cattolica e la cristiana pietà››.
Pochi giorni dopo la celebrazione nuziale, la giovane regina accompagnata dal fratello Federico Cristiano e da un nutrito seguito intraprese un lungo viaggio che doveva condurla da Dresda in Italia attraversando varie città e stati, fino a raggiungere la corte napoletana solo nei primi giorni di luglio, in un clima di grande euforia popolare e di solenni festeggiamenti durati parecchi giorni.
Nell’anno successivo, il conte francese Charles De Brosses, dopo aver visitato i sovrani a Napoli, ed aver intuito la precoce gravidanza della giovane sposa, annota nelle sue lettere ‹‹ha una certa aria maliziosa, col suo naso a patatina, i lineamenti di un gambero e la voce da gazza. Si dice fosse graziosa quando arrivò dalla Sassonia; ma poco tempo fa ebbe il vaiolo. E’ ancora molto giovane››. Carlo, poco più che ventenne, non bello, non alto, con un grosso naso e una storta dentatura che gli dava problemi, era un carattere solitario, ma affabile, con una grande passione per la caccia tanto da portare a corte vestiti da cacciatore sotto l’alta uniforme. Per sottrarsi ai rituali di corte a Napoli i giovani coniugi preferivano la quiete delle residenze di campagna dimostrando un grande affiatamento di coppia, tanto da generare ben tredici figli, alcuni dei quali saliranno su vari troni europei.
Pur non avendo ricevuto una buona istruzione dal precettore scelto dalla madre Elisabetta Farnese, Carlo era dotato di innato buon senso e grandi capacità di governo tanto da essere ricordato come uno dei sovrani illuminati più celebri del suo tempo.
Nel ventennio successivo si dedicò ad attività che contribuirono a trasformare Napoli in una importante e moderna capitale europea. Fece riprendere gli scavi di Ercolano e diede il via a quelli di Pompei, che tanta influenza ebbero poi sull’arte nel corso del secolo. Nel novembre 1737 aveva inaugurato uno dei più grandi teatri dell’opera europei che dal sovrano prese il nome di S. Carlo, fece chiamare da Roma l’architetto Luigi Vanvitelli per affidargli la costruzione della grandiosa Reggia di Caserta e la ristrutturazione del Palazzo Reale a Napoli.
Infine, si può affermare che anche  le celebri porcellane di Capodimonte traggono origine dal matrimonio di Carlo con Maria Amalia, essendo la regina nipote di Augusto il Forte, fondatore delle famose porcellane di Meissen in Sassonia, dette anche di Dresda. A riprova dei gusti e degli interessi profusi dai sovrani nell’ opera meritoria  di  aver dato avvio nel 1741 alla Real Fabbrica della Porcellana, si può oggi ammirare, nella Reggia di Capodimonte, il Salottino di Maria Amalia di Sassonia, considerato il capolavoro dell’arte napoletana della porcellana.





Giovanni Maria delle Piane detto il Mulinaretto,
Ritratto del Cardinale Giulio Alberoni, 1732-34
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     I preparativi dell’accoglienza faentina

     Avendo il Legato di Romagna, card. Giulio Alberoni, ricevuto da Roma notizie che la principessa Maria Amalia, dopo il soggiorno nella città di Ferrara, sarebbe entrata nella legazione romagnola passando per Lugo e Solarolo, il porporato si premurò di allertare subito i governatori e i magistrati di tutte le località di sua pertinenza fino a Rimini e Cattolica, per accogliere degnamente il corteo regale, di predisporre gli alloggi per il numeroso seguito e per rendere più agevole il transito dei diversi mezzi sulle strade della provincia.
In primo luogo, il Legato, per rendere più agevole il passaggio del fiume Senio presso Felisio, ordinò la costruzione di un ponte di legno ‹‹lungo palmi 75 e largo 20, comodissimo e sicurissimo, bello a vedersi, (…) cominciato e finito in sole 24 ore››, che fu lodato dal nobile seguito ma anche dai vetturini e postiglioni locali, recatisi a Lugo nei giorni precedenti per trasportare a Faenza il personale di servizio.
In seguito il cardinale, alloggiato nel palazzo vescovile faentino da mons. Niccolò Maria Lomellino, si premurò di seguire con cura l’allestimento dei vari appartamenti destinati alla regina, al fratello suo Federico e agli altri famigliari compresi i paggi e i servitori, collocati nel vasto e maestoso Palazzo Pubblico affacciato sulla piazza maggiore.
In capo a una doppia scala ‹‹s’incontra un vasto salone, che mette a quattro diversi appartamenti, il primo dei quali è l’ordinaria nobile residenza del Magistrato, il secondo è quello che qui si chiama de’ Cento Pacifici, il terzo e il quarto›› erano invece destinati all’abitazione dei Governatori pontifici.
Gli altri ragguardevoli personaggi furono ripartiti nelle varie dimore nobiliari faentine: alla Serenissima duchessa Dorotea di Parma fu riservato il vasto palazzo del marchese Leonida Spada, mentre il conte Giambattista Cantoni ospitò nel suo comodo palazzo il Vice Legato mons. Antonio Biglia. Il conte Domenico Mazzolani accolse nell’ampio e magnifico palazzo il duca e la duchessa d’Atri con un nipote e altri personaggi minori. Il sig. Anton Maria Zanelli ospitò il nunzio pontificio monsignor Ghigi, mentre il conte di Fuenclara, ambasciatore di Spagna, fu accolto dalla sig.ra Lucrezia Naldi ved. Laderchi; il conte Balasso Naldi alloggiò invece il duca di Fragnito, direttore generale delle Poste di sua Maestà.

      Infine, i conti Laderchi ospitarono: il marchese Patrizi, il sig. Quaranta Zambeccari e il maggiore di S. M. Michel Merlo Forier. Altre case e dimore furono preparate e messe a disposizione per alcuni personaggi che annunciarono il loro arrivo, ma poi non si presentarono o rinunciarono all’ospitalità. Alcune autorità religiose invece trovarono dimora in altre sedi appropriate, ad esempio, il card. Giuseppe Accoramboni, vescovo d’Imola, fu alloggiato nel convento dei Padri Domenicani, dove si trovava pure il Padre Inquisitore, mentre il confessore della duchessa Dorotea Farnese fu ospitato nel convento dei Gesuiti, appartenendo allo stesso ordine. Il card. Giulio Alberoni organizzò con cura i diversi incontri e i ricevimenti delle autorità, gli atti di ossequio alla sovrana previsti dal cerimoniale, come pure le disposizioni per le milizie e la loro sistemazione in città e lungo il percorso. Il vescovo di Faenza ordinò di accogliere S. Maestà con il suono festoso delle campane di tutte le chiese cittadine e per l’occasione fece arredare sontuosamente la cattedrale. La magistratura si premurò invece di collocare alcuni cannoni e mortai sulle mura delle due porte principali della città per il saluto e il commiato della sovrana, predispose inoltre l’illuminazione delle case e dei palazzi per esaltare l’accoglienza faentina, ordinò infine che le numerose botteghe restassero aperte durante il soggiorno anche di notte, ‹‹piene di ogni genere di comestibili, si erano preparate intorno alla Piazza›› per soddisfare la curiosità e i desideri dei numerosi forestieri intervenuti. La mattina del 5 giugno arrivò da Genova il marchese Giovanni Fogliani Sforza, inviato straordinario del re delle Due Sicilie, che appena giunto in città si recò a rendere omaggio alla Serenissima duchessa di Parma e al cardinal Legato. Fra tante ricche livree, la comparsa di eleganti carrozze, di mute e grandi corteggi, una pompa straordinaria di abiti ricchissimi della nobiltà forestiera andava crescendo in città il giubilo e l’impazienza di ‹‹ finalmente accogliere e vedere la gran Regina aspettata››.


Frontespizio del volume delle dediche poetiche composte in onore di Maria
 Amalia Walburga in occasione della sua visita  compiuta a Faenza il 6 giugno 1738.

      L’annuncio dell’arrivo e l’attesa

     Il 6 giugno giunsero finalmente, tramite celeri corrieri, notizie sicure che la regina sarebbe entrata nella città del Lamone la sera stessa. Il Vice Legato fu spedito allora con un seguito di alcuni cavalieri faentini, Amos Severoli, Antonio Gessi, Dionigi Naldi, sui confini della legazione verso Lugo per attendere il corteo regale. Più tardi il vescovo di Faenza, accompagnato dalle dignità del Capitolo, da molti canonici e alcuni esponenti del clero, si avviò con numerose carrozze fino alla Cerchia per incontrare e salutare la giovane sovrana. Il Legato, dopo aver indossato gli abiti cardinalizi con rocchetto scoperto, salì su un elegante cocchio, e accompagnato da alcuni nobili cavalieri delle famiglie Mazzolani e Laderchi, attorniato dalla guardia svizzera e seguito da più carrozze cariche di gentiluomini, si recò a intrattenersi in casa Mazzolani con il card. Accoramboni, facendo avvisare le numerose dame e cavalieri in abiti di gala di recarsi per tempo ai piedi del Palazzo per accogliere la regina.
Per impedire ogni possibile disordine creato dalla ressa o da qualche malintenzionato, il porporato aveva preventivamente fatto armare dalle milizie urbane le porte della città, tutta la piazza principale, il Palazzo Pubblico e le imboccature delle molte strade laterali che s’immettono sulla via maestra. Nel frattempo, il governatore con il capo-priore, conte Annibale Milzetti, con tutti gli Anziani in abiti senatori, con un seguito di carrozze e un numeroso corteo di cappe nere, di mazzieri, di donzelli, di trombetti e di livree si recarono alla Porta Imolese ad attendere la sovrana, recando in dono su un prezioso vassoio le chiavi della città. Fattosi intanto sera, si cominciò a godere lo spettacolo veramente suggestivo, inconsueto e sorprendente dell’illuminazione predisposta.
Dalla Porta Imolese con la sua nobile e maestosa architettura a foggia di un grand’arco trionfale si scorgeva la lunghissima e larga strada che fino alla piazza principale conduce, e in prospettiva ‹‹l’alta vaghissima Torre dell’Orologio, e la Piazza tutta con l’altra gran Torre pubblica, che qui si chiama delle campane, e la magnifica facciata del Palagio, e le due gran Logge, che stese l’una sopra l’altra›› la cingono e l’adornano, vari prospetti di chiese, di nobili case e di palazzi ‹‹fregiati tutti di spessi e folti lumi disposti in modo, che sempre seguissero l’architettura e la disposizione delle fabbriche illuminate›› non da comuni fiaccole ma da fanali di vari colori, con l’arma della comunità, leone rampante di spada armato, che facevano risaltare i contorni.


     L’ingresso a Faenza della giovane regina

     Dopo aver ricevuto gli ossequi del Vice Legato, gli omaggi del Vescovo alla Cerchia e quelli dei Magistrati alla Porta Imolese insieme con le chiavi della città, tra il rimbombo festoso dei cannoni e l’allegro suono delle campane, ‹‹assisa nell’aureo reale suo svimero, attorniata dai suoi cadetti a cavallo, e presa in mezzo dagli svizzeri di S. E., e dai donzelli e dai paggi del Magistrato, (…) fece la Maestà Sovrana il suo gloriosissimo ingresso in Faenza verso l’ora di notte, per tutto il lungo della strada sempre mostrando graziosi sorrisi, e con occhiate brillanti di maestosa, ma leggiadrissima degnazione, di gradire altamente le significazioni, che da noi tutti le si davano di giocondissima allegrezza, e di profondissimo ossequio››.
Giunta finalmente sulla piazza ai piedi del Palazzo Pubblico, nonostante il folto stuolo di cavalieri, di guardie e di torce accese, trovò ad accoglierla il cardinal Legato che le diede un cordiale e breve saluto di benvenuto, e fu pronto egli stesso a levarla ‹‹ di sua mano fuor dello svimero, e datole il braccio a salire la scala; su la medesima in due lunghe ali distese le presentò le dame, (…) suggerì a S. M. di porger loro nel passare la mano a baciare, e così risparmiarsi l’incomodo di ammetterle poi nelle stanze; e gradito da lei l’utile suggerimento, egli medesimo andava nel salire porgendo ai baci loro la regia mano, ch’ei sosteneva; e così condotta la Regina nella stanza del Trono, preceduta sempre da un buon numero di cavalieri, che avanti le portavano accesi candelieri, e alla porta della medesima fermatasi la folta nobiltà, che la seguiva; ed entrato egli solo, e il signor duca di Sora con S. M., che onorar volle l’ E. S. della prima udienza››. Al termine dei colloqui, il porporato s’intrattenne brevemente con i principali esponenti del seguito reale e prima di ritirarsi in Vescovado impartì nuovi ordini per assicurare la quiete, la sicurezza del Palazzo, della Piazza e delle strade contigue.
La regina, dopo aver cenato con il fratello, s’intrattenne a lungo in affettuosi colloqui con la Serenissima duchessa Dorotea di Parma; al partir di questa e del principe fratello, ammise all’udienza il vescovo di Imola Accoramboni in abito cardinalizio da viaggio, al termine della visita, la giovane sovrana si accomiatò andando immediatamente a riposare, secondo i preziosi consigli del card. Alberoni: di non farsi svegliare da alcuno al mattino, per un pronto ristoro dalle fatiche del viaggio.
Seguendo il suo vezzo di abbellire le scene, l’annalista faentino Bartolomeo Righii (1) racconta invece di uno spettacolo notturno di fuochi d’artificio e di una solenne veglia con danze che avrebbero rallegrato la nottata faentina quasi estiva. La descrizione degli accademici filoponi (2) si limita invece a registrare il contrasto tra la quiete e il rispettoso riguardo che regnò per tutta la notte nei pressi del Palazzo e il clima di ampia fiera, dato dalle numerose botteghe aperte e illuminate sulla piazza, l’immenso concorso di forestieri in città, il gran via-vai di vetturini, di postiglioni, di cavalli e di carriaggi che empivano tutti i quartieri.


Gennaro Maldarelli. La posa della prima pietra della Reggia di Caserta 20 gennaio 1752.
Palazzo Reale Caserta, sala del trono, affresco della volta.


Anton Raphael Mengs, Ritratto di
 Carlo III di Spagna, 1761- Museo del Prado Madrid.


        La partenza e il commiato

      Al mattino, dopo aver gustato ‹‹una lunga quiete di ben nove ore non interrotte, al dire della medesima, senza neppure voltarsi, trovandosi ben ristorata››, la giovanissima sovrana, preceduta e seguita dal suo corteggio uscì dalle stanze per recarsi alla messa nella Cappella del Palazzo dove l’aspettava il vescovo di Faenza per offrirle l’acqua santa, e dove partecipò con devozione alla sacra funzione celebrata dal suo confessore, il gesuita padre Illeprand. Al termine del rito sacro, uscì per riprendere prontamente il viaggio, accompagnata da un lato dal card. Legato, che si complimentò con la regina per il ritrovato vigore, l’agile portamento e il vivace brio che manifestava; dall’altro lato era affiancata dalla Serenissima duchessa Dorotea, che intenerita per l’imminente separazione, abbracciò e baciò più volte la giovane nipote prima che salisse sulla carrozza regale.
Tra rimbombi di mortai e di cannoni, un rinnovato e gaio concerto di campane, prese avvio lentamente dalla piazza maggiore il nobile e lungo corteo di calessi, di carrozze, di vetture e di altri veicoli di scorta in direzione di Forlì prima e di Rimini poi, dove era diretta la regina Maria Amalia quel sabato sette giugno del 1738. Alla Porta del Borgo Durbecco ci fu un breve commiato del Magistrato, a un miglio fuori della città il Vescovo e il Capitolo rinnovarono i saluti e i ringraziamenti per l’augusta visita, e infine sui confini del territorio comunale, poco oltre la Còsina, il Vice-Legato con alcuni nobili rappresentanti faentini manifestarono gli ossequi e gli auguri per un sereno e prospero viaggio.

Note

1) B. Righi (1767-1846), Annali della Città di Faenza, vol. III, Faenza, Montanari e Marabini, 1841, p. 310: ‹‹nell’avviarsi colà[Maria Amalia] tragittò lì sei giugno per la Città nostra incontrata per cagione d’onore dal Vescovo, dal Magistrato e da tutta la nobiltà faentina: messe ad arazzi, a tappeti le mura e le fenestre lungo la strada Emilia: spettacolo notturno de’ fuochi d’artifizio e di solenne veglia e di danze. 

2) Iscrizioni Latine e Rime Italiane di Alcuni Accademici Filoponi ad eterna memoria del felicissimo ingresso fatto in Faenza e del riposo ivi preso dalla S. R. M. di Maria Amalia Walburga regina delle Due Sicilie e di Gerusalemme da alcuni accademici filoponi di detta città composte. L’opera è costituita di due parti, la prima raccoglie varie composizioni poetiche dei membri del sodalizio, allusive al soggiorno faentino della sovrana Maria Amalia e da alcune epigrafi latine dettate per l’occasione, la seconda parte consiste in una relazione abbastanza dettagliata sulle accoglienze fatte dalla città di Faenza alla regina durante il celebre viaggio da Dresda a Napoli nel 1738. A distanza di poco tempo dal soggiorno gli accademici decisero di dare alle stampe presso lo stampatore faentino Archi il frutto delle loro fatiche poetiche e prosastiche per colmare la grave lacuna relativa alla nostra città, tra le numerose narrazioni composte dalle altre città per ricordare il fausto evento e pubblicate in quell’anno. In poco più di un mese l’opera venne composta e approvata dall’autorità ecclesiastica e dal Santo Uffizio e pubblicata con la dedica al card. Legato di Romagna Giulio Alberoni.
L’Accademia dei Filoponi è la più illustre e la più longeva delle accademie letterarie faentine, che ha alternato lungo  due secoli di vita, fasi di floridezza e di decadenza, fino all’inizio dell’Ottocento.


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