Un luogo chiamato l'Isola

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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Un luogo chiamato " l’isola "

Luigi Solaroli


La località “Isola”, si trova alla confluenza del Marzeno con il Lamone e il canale di carico del mulino omonimo che parte dal Marzeno; la zona forma un largo bacino idrografico; ma non solo tale punto era chiamato l’<Isola>, ma tutta la zona circostante come attesta mons. Rossini nel suo Schedario cronologico, citando un documento del 1182 che descrive un terreno: “...in insulis Portae Pontis..”, ma anche citando la chiesa di s. Martino in Poggio che si trovava nei pressi della zona odierna di s. Martino: “...in insulis sancti Martini in Podio...”.
Sulla riva destra del torrente Marzeno, in cima ad un poggio, sorgeva una chiesa ed un convento dedicati a S. Martino, 1125 cita il Lanzoni. Durante l’assedio di Federico II (1240-41), chiesa e convento furono devastati e abbandonati. I frati trovarono rifugio presso il monastero delle sante Felicita e Perpetua che diventerà, a metà del Quattrocento, per volere dei Manfredi, S. Girolamo dell’Osservanza.
L’isola di S. Martino era uno degli snodi scelti dai viaggiatori pellegrini e viandanti per raggiungere la Pieve di Sarna (IX secolo), il castello di Modigliana (X secolo), l’ospizio dei pellegrini (XI secolo), sito nel poggio di s. Rufillo presso s. Lucia delle Spianate (l’hospitale era segnato da una croce viaria in spungone (XI e XII secolo), ancora visibile sul ciglio sinistro di via S. Lucia poco prima della chiesa. Da s. Lucia i pellegrini potevano proseguire verso il romitorio di Monte Paolo dove visse per alcuni anni (1221 ca.) s. Antonio da Padova.
Le suore dell’ordine di s. Chiara, ottengono il permesso d’entrare in possesso dell’Isola di s. Martino (1305 ca.) e mantengono la proprietà fino al XVIII secolo, anche se nel 1379 si spostano nel convento all’esterno di Porta del Conte (attuale via Naviglio)
L’Isola, come zona, fu sede del Valentino, durante l’assedio di Faenza, nel 1500-1501, in un palazzo ripreso e rimodificato più volte fino ad essere distrutto nel 1944 e conosciuto dai faentini come Villa Cantoni.
Il luogo circoscritto dal Ponte Rosso, ponte preesistente in legno dipinto di rosso ed edificato nel 1860 dall’ing. Luigi Marcucci, e dal Ponte Verde sul Marzeno (chiamato anche ponte Laderchi), costruzione in legno distrutta dalla guerra e rifatto in muratura nel 1944 dall’ing. Antenore, ai “giovani” di città, un po’ datati, il termine rievoca prepotenti ricordi e non sempre ripetibili, appena finita la seconda guerra mondiale.
Molto spesso era frequentato da lavandaie che con la carriola piena di lenzuola, lo scanno e una sporta con i viveri, rientravano solo al tramonto, quando il bucato si era asciugato, steso sugli argini del fiume.
Ma solitamente in estate, specie di domenica, era dominio incontrastato di ragazzi definiti, dalla gente borghese, …monellacci, dal popolo: “…fècc e ligér”. Effettivamente i comportamenti non erano sempre da … educande come pure il linguaggio. Occorreva saper nuotare, avere la lingua pronta, non temere la scazzottata, ma soprattutto essere furbi specie con i grandi e prepotenti. Saper tirare i sassi o la creta indurita, era un ottimo lasciapassare per vivere in pace. Gli abbigliamenti erano i più strani. Si andava dal nudo completo a pezzi di balla legati con una corda tipo Tarzan; molti usavano le mutande, quelle coi bottoni, che poi, si mettevano ad asciugare di nascosto dalla madre; l’asciugamano era un oggetto quasi sconosciuto.



Pescatori all'opera nei pressi del Ponte Rosso, alla confluenza del Marzeno  nel Lamone.
Bagnanti all'Isola.

Quando la frutta cominciava a maturare, si andava nei campi con le tecniche dei pellirossa: occhio vigile e ventre a terra, se il campo era sgombero, si raccoglieva di tutto a piene mani. Per un certo periodo al <Ponte Nuovo>, si presentava un omino col carretto. Vendeva “bruscoline, ceci e carrube”, ma soprattutto faceva delle palle di ghiaccio tritato con un po’ di menta, che erano la fine del mondo!

Il posto poteva essere pericoloso, purtroppo qualche inesperto nuotatore è morto annegato o qualcuno che, tuffandosi dai vari trampolini naturali o artificiali, ha battuto la testa in un sasso. Lo stile del nuoto lasciava molto a desiderare. I principianti nuotavano alla “cagnina”, i più esperti nuotavano una specie di “rana”, ma su un fianco. La maggioranza nuotava… “all’italiana”, con la testa fuori dall’acqua, ma quando veniva un certo Cacciari, esperto nuotatore, tutti stavano incantati a guardarlo.
Chi riusciva a fare la traversata era appena sufficiente, chi la faceva nei due sensi era già ammirato, chi la faceva sott’acqua, conquistava la nomea di campione.
I più anziani stavano più appartati rispetto alla “massa”: Gorini, figlio del fotografo, Loris Cani, Eugenio Morini (Morris), Carboni detto <Cobò>, uno dei primi a cominciare la stagione. I giovani vivacchiavano nelle vicinanze degli “anziani” per poter carpire i loro discorsi quando parlavano di fiume, d’annegati e di salvataggi. Quando parlavano di donne, si drizzavano al massimo le orecchie e se parlavano di politica ci si tuffava in acqua. C’è chi giocava a carte e chi con la “turêla”.
La stagione iniziava prestissimo, in Aprile qualcuno aveva già fatto il bagno, in Ottobre, gli ultimi. Durante l’inverno si andava a vedere <i posti>; tutti gli anni il fiume variava qualcosa; le piogge e le piene modellavano le rive, le spiaggette diventavano più grandi o più piccole, i trampolini dovevano essere rifatti.
Poi, pian piano il fenomeno andò scemando poiché iniziò a subentrare il benessere e si crearono altre alternative più appetibili.
Ma ognitanto, in bicicletta, mi reco là, mi siedo sull’argine e fisso quel po’ che resta, rivedo il fiume com’era, pieno di vita, di profumi e avventure.


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