Galeotto Manfredi, Lorenzo il Magnifico e una giraffa del sultano d’Egitto ... tra Firenze, Fano e Faenza

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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Galeotto Manfredi, Lorenzo il Magnifico e una giraffa
del sultano d’Egitto ... tra Firenze, Fano e Faenza


Michele Orlando

     In un’epistola rarissima «ad Galeottum Manfredum de camelopardali», una lettera scritta dall’umanista di Fano Antonio Costanzi (fig. 1) al Signore di Faenza il 16 Dicembre 1486, viene inviata la descrizione particolareggiata e il disegno di una giraffa, vista viva dall’autore e girare per le vie di Fano in quello stesso anno, esemplare dalle magnificenti particolarità morfologiche. Costanzi fa ottime riflessioni, descrivendola in modo meticoloso e piglio artatamente zoologico ed erudito. La descrizione offerta a Galeotto è a dir poco curiosa e spettacolare, in quanto l’autore stesso conferma che a Fano una giraffa aveva afferrato «delicatamente la mano di bambine in giovane età, pane, fieno, frutta e cipolle, mangiandole con grande voracità, ho visto – continua il Costanzi a Galeotto – sollevare anche la testa per prendere ciò che gli spettatori le cedevano; perché la sua testa è all’altezza di undici piedi» (1). Quale sia la ragione, dunque, di rivolgere al Signore di Faenza una lettera con simili contenuti esotizzanti? È nota la cultura altamente composita del Manfredi, sono note le sue raffinatezze culturali, specialmente nell’ambito della collezione bibliografica, visti i suoi numerosi contatti con umanisti e letterati del tempo.

(fig. 1) - L’umanista Costanzi (Ant<onius> Fan<ensis>.) ritratto sul frontespizio dell’opera di Publius Ovidius Naso, Antonius Constantius, Paulus Marsus, Fastorum libri, Venetia 1502.

Il distintivo – sicuramente inedito – di questa lettera, per nulla nota al grande pubblico se non ai pochi eruditi del Settecento e ai bibliografi, è il fatto che Galeotto nutra interessi di tipo zoologico e naturalistico così specialistici, tali da metterlo in condizioni di scambiare notizie e informazioni profondamente erudite, sebbene informate della più genuina cultura classica. La lettera a Galeotto, infatti, altro non è che un’incursione colta dal mondo dell’antichità al Medioevo, con un costante confronto con le auctoritates classiche, latine e greche. Confronto che il Signore di Faenza riusciva a reggere con dignità e qualità. Ma è anche il segno distintivo di un indirizzo ormai solido alla fine del Quattrocento italiano, che fa del recupero del mondo della civiltà antica, delle sue istituzioni politiche e religiose fino ai più elementari aspetti della vita quotidiana, l’unità di misura di una civiltà come quella degli ambienti di corte signorili, che permettevano di accostare l’impegno profondo dei filologi a quello più programmatico e politico di addetti ai lavori quali ambasciatori, cancellieri e diplomatici.
Nell’epistola a Galeotto, il Costanzi mette in evidenza queste istanze culturali attraverso un tratteggio dell’aspetto fisico dell’animale di non poco rilievo: sostiene, infatti, sulla scorta delle autorità classiche quali Plinio, Solino, Strabone, Diodoro Siculo, Varrone, Alberto il Grande e rovesciando quanto già sosteneva il greco Oppiano - che cioè il camelopardo avesse solo piccole sporgenze sul capo, tubercula, molles apices -, che la giraffa abbia avuto persino le corna, «cornua sunt nobis capreae, sunt ora cameli»,

il che mi fa supporre che la prima giraffa vista a Roma, sotto la dittatura di Giulio Cesare, avesse perdute le corna, e che fosse la stessa che apparteneva all’imperatore Federico, al tempo di Alberto il Grande (2).

Nella letteratura umanistica, come anche negli illustratori dei bestiari medioevali, circola invece l’immagine del camelopardo ritratto secondo la descrizione fatta nelle Ethymologiae di Isidoro di Siviglia:

Camelopardus dictus, quod dum sit ut pardus albis maculis superaspersus, collo equo similis, pedibus bubulis, capite tamen camelo est similis. Hunc Aethiopia gignit.





(fig. 2 a sinistra)

 La giraffa in Plinio, Naturalis Historia, Frankfurt am Main, S. Feyerabend 1584, p. 114.






(fig. 3 a destra)
Giorgio Vasari, Il Magnifico che riceve l'omaggio degli ambasciatori
(Sala di Lorenzo il Magnifico, Museo di Palazzo Vecchio, Firenze).




Una illustrazione tratta dall’edizione tedesca della Naturalis Historia di Plinio riproduce una giraffa (fig. 2) frutto dell’unione fra il cammello e il leopardo (camelopardo), mentre il Costanzi riferisce a Galeotto che

Gli Etiopi chiamano nabu una bestia simile nel collo al cavallo, nei piedi e nelle zampe al bue, nella testa al cammello, con macchie bianche sul pelame fulvo; per questo è chiamata camelopardalis, e fu vista a Roma per la prima volta durante i giochi del circo offerti da Cesare quando era dittatore. Da quel momento la si vede spesso, animale notevole per il suo aspetto più che per la natura feroce, e per questo ha avuto anche il nome di pecora selvatica (3).

Ma una descrizione della giraffa circola anche nell’opera monumentale del vescovo di Siponto, nato a Fano, Niccolò Perotti (1429-30 - 1480), Cornu copiae (edizione aldina [1526] 599, 29-31):

Camelopardalis, animal quod nabin Aethiopes vocant, collo similem equo, pedibus et cruribus bovi. Camelo capite, albis maculis rutilum colore quadam pantherarum similitudine distinguentibus.

Le incursioni di letterati e diplomatici vicini a Lorenzo de’ Medici nei territori della cultura umanistica e classicista serve effettivamente a render un po’ meno opaca la feconda e multiforme civiltà musulmana proprio all’indomani dei fatti atroci di Otranto (1480), quando l’Europa e, in modo particolare, il mondo della cristianità si mostrano turbati, mentre la composita scacchiera politica della penisola italiana si trova sicuramente sguarnita, almeno sul piano militare, di fronte alla seria minaccia della invasione ottomana, pronta a radicare in Occidente e in tutta l’area del Mediterraneo un’islamizzazione senza precedenti. Le scorrerie musulmane seminano senza scrupoli terrore e morte. Resta tuttavia ancora vivo il sottile flatus vocis della diplomazia delle corti italiane – alcune a dire il vero –, le quali, roteanti particolarmente intorno a Venezia (per il nord Italia) e a Napoli (per il Meridione), due città duramente prostrate dalla sferzante batosta dei mamelucchi sui propri territori, si attivarono per attutire la brutalità dell’assalto turco in Europa, parando il colpo con una serie di strategie relazionali ben approntate nei confronti del sultano d’Egitto, il mamelucco Al-Ashraf Qaitbay della dinastia Burji. In questo frangente resta nelle mani – e nelle menti – prudenti delle delegazioni signorili o delle ambascerie delle diverse corti italiane il compito di intrecciare opportuni contatti politici e diplomatici con il sultano, nella speranza di mitigare il clima rovente tra le parti.
Tra queste emerge Firenze, che con l’attivismo dei propri ambasciatori, sebbene non riesca a concretizzare nell’immediato evidenti soluzioni politiche, recupera sicuramente un’originale contropartita culturale, uno scambio di culture che fa bene ai due Stati, ma che a Firenze radica e divulga il gusto per l’esotismo, esterofilìa a dire il vero già collaudata nel Medioevo, allorché mercanti e affaristi, sin dal XIII secolo, percorrevano itinerari verso est per ragioni commerciali, come pure i numerosi pellegrini, sempre verso Oriente, che perfezionavano la propria devozione con ricorrenti pellegrinaggi verso i luoghi delle radici della cristianità.
Siamo negli anni del Magnifico, precisamente nella seconda metà degli anni Ottanta del Quattrocento: una serie di ambascerie recapitano carte importanti tra il sultano d’Egitto e Lorenzo (fig. 3). La politica estera di Lorenzo intreccia convenzioni e collaborazioni tali da salvaguardare gli interessi della Repubblica, garantendo stabili e proficue presenze nelle rotte del Mediterraneo allargate semmai ai paesi arabi. Lorenzo guarda lontano e pensa per un verso ai Turchi ottomani, già noti per le condotte militari di Maometto II (1432-1481), per l’altro ai Mamelucchi d’Egitto, sempre pronti a dominare i traffici nel mar Mediterraneo. Bisogna dire, però, che i Fiorentini erano in equilibrate relazioni con tutti i governanti musulmani, ma soprattutto con i Turchi, perché questi erano in guerra con i Veneziani – principale avversario italiano di Firenze – e avevano favorito i Fiorentini come affidabili partner commerciali nel Mediterraneo orientale.
In questo contesto, l’11 novembre 1487 l’ambasciatore del sultano d’Egitto entra a Firenze. Testimone dell’evento è Lionardo Morelli, che nella sua Cronaca attesta che

a dì 11 di novembre venne uno Imbasciadore del Soldano di Babillonia alla Signoria di Firenze: recò doni a detta Signoria, e in ispezieltà a Lorenzo di Piero di Cosimo de i Medici, un lione, una giraffa, e altri animali e altre cose (4).

Non ci meravigliamo se nell’elenco dei doni spuntino un lione, una giraffa, e altri animali, viste le provenienze dei doni. Ma è curioso leggere nelle pagine del Diario fiorentino del cronista Luca Landucci come

una giraffa molto grande e molto bella e piacevole; com’ella fussi fatta se ne può vedere i’ molti luoghi in Firenze dipinte. E visse qui più anni.







(fig. 4 a sinistra)
Silloge di iscrizioni e disegni, giraffa, anno 1475-1500 ca., cod. Ashburnham 1174,
Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze.










(fig. 5 a destra)
Andrea del Sarto, Tributo a Cesare, 1520 ca.,

 Villa medicea di Poggio a Caiano.




L’arrivo di questi animali e della giraffa, in modo particolare, a Firenze è il frutto di un dono per il tramite di Mohamed Ibn-Mahfuz (citato come Malfot), ambasciatore del «Soldano di Babilonia» (Lettere di Lorenzo il Magnifico al Som. Pont. Innocenzio VIII, Stamperia Magheri, Firenze 1830, p. 17), che in realtà era il sultano mamelucco d’Egitto Al-Ashraf Qaitbay, nel tentativo di ottenere il sostegno dei Medici contro gli Ottomani. Tale circostanza mette il Magnifico nelle condizioni di sfruttare persino gli spazi di una fattoria già ben attrezzata fra Poggio a Caiano e Prato, lungo il fiume Ombrone, per allocare gli animali. Per non dire dello scalpore destato in città: un animale mai più visto in Italia sin dai tempi di Giulio Cesare che fa sussultare per primi gli artisti, i quali a Palazzo Vecchio non mancano di affrescare le volte, memori degli omaggi originali riservati a Lorenzo dagli ambasciatori egiziani. Quella giraffa, nota con il nome di camelopardo, fa notizia, lo attestano cronache e ricordanze del tempo (fig. 4), ma ovviamente non ci si dimentica della giraffa di Fano, resa notoria grazie al resoconto confezionato dal Costanzi al Signore di Faenza quasi un anno prima.

La giraffa, così detta dagli Europei, e siraf presso gli Arabi, trovasi nella parte meridionale dell’Etiopia. Ha la parte posteriore più bassa di quella anteriore, di maniera che pare seduta. Gli abitanti di Fano hanno visto la giraffa correre senza sforzo, con tanta celerità che uomini a cavallo non la poterono inseguire, anche a briglia sciolta, e spronando i loro cavalli (5).









(figg. 6-7) – L'adorazione dei Magi di Domenico Ghirlandaio, parte di un ciclo nella Cappella Tornabuoni (basilica di Santa Maria Novella, Firenze), dipinta poco dopo l'arrivo della giraffa a Firenze, mostra l'animale che scende da una collina sul lato destro.



Nell’incompiuto Tributo a Cesare di Andrea del Sarto e Alessandro Allori presso la villa medicea di Poggio a Caiano (fig. 5) e in un’Adorazione dei Magi del Pinturicchio a Perugia o in un’altra Adorazione dei Magi del Ghirlandaio (figg. 6-7) nella cappella Tornabuoni in Santa Maria Novella, è esplicita la fortuna di questo bizzarro animale esotico maculato. Il camelopardo a Firenze fa tanta impressione da permettere di vederlo a monache e monaci serrati nella clausura dei propri conventi: sappiamo che è condotto, quasi fosse una processione, in corteo per tutta la città accompagnato da una moltitudine di gente. La giraffa, però, non era abituata a certe particolari accoglienze, né tantomeno al clima della città, per questo morì in poco tempo, il 2 gennaio 1488.


Note

(1) Antonio Costanzi, Epistola ad Galeottum Manfredum de camelopardali, ed. Soncinus, Fano 1502, la traduzione dal latino è mia. Sul Costanzi rinvio al profilo tratteggiato nel Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 30 (1984).
(2) Costanzi Epistola, op. cit., la traduzione è mia.
(3) Costanzi Epistola, op. cit., la traduzione è mia.
(4) Si cita dall’edizione delle Croniche di Giovanni di Iacopo e di Lionardo di Lorenzo Morelli pubblicate, e di annotazioni, e di antichi munimenti accresciute, ed illustrate da fr. Ildefonso di San Luigi, per Gaet. Cambiagi stampator granducale, Firenze 1785, p. 197.
(5) Costanzi Epistola, op. cit., la traduzione è mia.


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