Quattro faentini catturati dai Pirati Barbareschi

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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Quattro faentini catturati dai Pirati Barbareschi

di Miro Gamberini


Già agli inizi del Quattrocento, sull’onda dell’espansione verso nord-ovest, gli ottomani arrivarono a lambire le sponde della costa adriatica romagnola. Nel 1417 conquistarono Vallona (Albania) e utilizzarono questo porto quale punto di partenza per le incursioni lungo la fascia costiera italiana. Il passo successivo fu quello di affidare ai pescatori della Dalmazia chiamati “uscocchi” il compito di destabilizzare la vita e il commercio delle comunità rivierasche. Ecco quindi sorgere nelle località di Bellaria, Cesenatico, Cervia, Savio, Primaro e Ravenna torri di avvistamento con lo scopo di permettere agli abitanti di mettersi in salvo in tempo con la fuga verso luoghi protetti.  Le cronache dell’epoca, molto scarne, ci informano di un’incursione di pirati nel 1564: “…questi entrati nel Porto di Primaro pigliarono tre barche, e 20 huomini, e ripiena di non minori pericoli trovavasi la terra, essendo che li Villani uniti con li Banditi danneggiavano fin sotto le Mura della Città, [Ravenna]  facendo con questa occasione strage de’ loro nemici…” (De’ lustri Ravennati di Serafino Pasolini, pag. 19).


Imbarcazione barbaresca.

Il bottino era composto dalle merci depredate e dagli uomini, i quali sottoposti a schiavitù, venivano impiegati al remo o al lavoro forzato, oppure erano oggetto di riscatto o di scambio con prigionieri musulmani peraltro non sempre corrisposto. L’Opera Pia della Redenzione de’ Schiavi, affidata all’Arciconfraternita del Gonfalone, istituita a Roma nel 1581 da Papa Gregorio XIII, costituita da nobili e gentiluomini, raccoglieva elemosine e contributi da utilizzare per il riscatto. Quando il 23 luglio 1571 giunse a Ravenna una lettera dei cardinali Michele Bonelli e Girolamo Rusticucci scritta a nome del Papa Pio V  “…che il Turco con duecento Legni scorreva il Mare…” fu data “…incombenza alli Capitani Cesare, e Raffaele Rasponi fratelli, al Cavaliere Giacomo Lunardi, e al Capitano Giovanni Aldobrandini di custodire la Marina…”. L’allarme rientrò quando a Ravenna arrivò notizia che al largo del golfo di Corinto in località Lepanto in uno scontro navale la flotta della “Lega Santa” aveva sconfitto il 7 ottobre la flotta dell’Impero Ottomano. (pag.43)

Trascorsi alcuni anni di relativa calma le incursioni dei pirati ripresero. Verso la fine del 1580 l’attività dei pirati turchi, chiamati barbareschi, aveva raggiunto il massimo sviluppo, con l’occupazione dell’Africa settentrionale detta anche Barberia, riuscendo con improvvise incursioni a  catturare senza distinzione di età e di sesso numerose persone, che poi facevano confluire in luoghi di raccolta. Duramente trattati e sottoposti a pesanti fatiche, alcuni cedevano abbracciando la religione musulmana, diventando a loro volta pirati. Maggior centro di raccolta era il porto di Algeri ove alla fine del sec. XVI si contavano circa ventiduemila schiavi, a Tunisi diecimila, a Tripoli cinquemila.



Editto pubblicato dall'Arciconfraternita del Gonfalone di Roma sul riscatto degli schiavi barbareschi.

Da una ricerca effettuata dallo studioso Salvatore Bono negli Archivi Vaticani (1)  veniamo a conoscenza che:

“Il grande numero di schiavi sofferenti in Algeri fece sorgere la necessità di organizzare una missione diretta in quel porto e l’Arciconfraternita romana l’affidò a due padri cappuccini, fra’ Pietro da Piacenza e fra’ Filippo di Rocca Contrada. Essi insieme al sacerdote Giovanni Sanna, decano di Ales e al laico Ludovico Giumi, giunsero ad Algeri nel febbraio 1585, ricevuti dal Pascià Hasan Veneziano, un rinnegato come dice il nome, e iniziarono subito le trattative per liberare gli schiavi di cui era stata loro consegnata la lista a Roma, nell’imminenza della partenza il 30 settembre 1584. La lista comprendeva 195 schiavi, tra cui anche qualche romagnolo. Accanto al nome di ciascuno e al luogo di origine vi era che talora qualche nota caratteristica ed un cenno sulle vicende della cattura. Riportiamo dalla lista citata alcuni nominativi n.   2 - Domenico Bosio da Faenza, preso nelle galee del Granduca di Toscana n. 28 – Stambrino de Bartolomeo Stambrini da Faenza de anni 28 in circa di pelo negro statura grande lavorava piatti de Maiolica preso che conduceva robbe alla città di Rimini per la Fiera, si desidera sapere dove si trova.  Al n. 133 vi è il nome di un compagno di sventura del predetto: Limone de Scattone da Faenza lavorante de Maiolica preso in compagnia de Stambino. La loro cattura dovette avvenire nel tratto di mare prospiciente le coste romagnole, come per un altro artigiano faentino citato al n. 55 della lista: Benedetto de Bicchi da Faenza de Romagna lavorante de Maiolica preso vicino a Cervia in Romagna che conduceva robbe a Rimini per la fiera”.  Antecedente la missione in Algeri dei due frati cappuccini, il Consiglio Comunale di Faenza in data 26 luglio 1583 si riunisce nel Palazzo Comunale con all’ordine del giorno la discussione “Pro redimere schiavi”, ove come recita il verbale della seduta

“A chi piace che Benedetto de Bichis, Stambrino Stamorini, Angelo Tenesino, Simone de Scattono, prigionieri e schiavi delle milizie turche siano liberati facciano l’elemosina di 50 zecchini d’oro”. Ottanta sono le fave bianche favorevoli al pagamento del riscatto, solo quattro le nere contrarie. Dall’elenco in possesso dei frati negoziatori e da quello in mano comunale discordanti nella trascrizione dei nomi, ma assai similari, notiamo che a Faenza non si era a conoscenza che Domenico Bosio fosse prigioniero in Algeri, e che Angelo Tenesino, non essendo inserito nella lista dei 195 schiavi da trattare per la liberazione, fosse nel frattempo morto, o convertito abbia goduto della libertà.


Padri Redentori in Barberia.

Le cronache locali non ci dicono come la trattativa venne conclusa, ma in questo ci soccorre ancora con i documenti vaticani Salvatore Bono informandoci che I Redentori Cappuccini Pietro e Filippo dopo aver concluso la trattativa e liberati 71 schiavi rimasero in Algeri essendosi rivelato nella città un principio di pestilenza. A rendere più difficile la situazione dei due fedeli era il convincimento tra i musulmani che l’insorgere della pestilenza fosse dovuta alle cerimonie liturgiche dei due religiosi.  Questa prima missione recò grande conforto e speranza ai miseri schiavi, ma fu suggellata eroicamente dalla loro morte, avvenuta il 6 agosto. Non essendo inseriti i nominativi dei quattro faentini nella lista dei 71 schiavi è pensabile che anche i nostri concittadini colpiti dal morbo siano morti. A conclusione del suo articolo Salvatore Bono  elenca altri due faentini catturati dai Barbareschi,  un tale “Benedetto de Bartolomeo da Caminata de Becchi da Faenza preso in Romagna al Cesenatico per andare alla fiera”. Inserito in una lista consegnata a Civitavecchia il 29 settembre 1586 ai Redentori dell’Arciconfraternita del Gonfalone guidata da fra’ Dionisio di Piacenza. Mentre tra il 1697 e il 1713 Dionigio Montini di Faenza dietro pagamento di 381 scudi viene liberato a Tripoli.

Una volta catturati dai barbareschi, si veniva inseriti in un elenco di schiavi in cui vi erano annotate, come precedentemente detto, informazioni atte ad individuare il personaggio con annotazione della richiesta del costo del riscatto che variava a seconda dell’età. L’Arciconfraternita  aveva stabilito un contatto diretto con le autorità dei pirati Barbareschi e quando una delegazione riusciva  a recarsi in Barberia, dopo aver definito con le autorità locali un adeguato compenso, iniziava la trattativa che metteva a dura prova le capacità diplomatiche dei delegati. Si ritornava in patria con il maggior numero possibile di schiavi e con una nuova lista di prigionieri da rendere liberi. Dei riscatti effettuati, come dall’autore riportato, Luigi Ruggeri nelle “Memorie dell’Arciconfraternita del Gonfalone”, pubblicava elenchi e cataloghi che venivano diffusi e affissi dinanzi alle chiese per comunicare le liberazioni e stimolare i fedeli ad offrire elemosine.  In Roma fin dal 1573 esercitava la sua funzione di rappresentanza della Comunità di Faenza un Agente Procuratore il quale curava gli affari della città presso la Santa Sede, inviando giornalmente dispacci al Consiglio degli Anziani sulle pratiche diplomatiche che si svolgevano in Roma. Molto probabilmente è su questo canale diplomatico che la lettera esortatoria della richiesta di riscatto dei quattro faentini è giunta a Faenza. Non è  possibile rintracciarla in quanto nella corrispondenza tra il Procuratore e il Consiglio degli Anziani  mancano le lettere dal 1577 al 1606.

Una volta affrancati, i “redenti” venivano condotti a Roma ove l’Arciconfraternita organizzava una solenne processione fino a S. Maria Maggiore ove si recitava un Te Deum per rendere grazia al Signore della liberazione ottenuta, seguiva poi la benedizione papale con la partecipazione commossa e festante di tutti gli associati che concludeva la cerimonia.

Note
1) Salvatore Bono, La pirateria nel Mediterraneo Romagnoli schiavi dei Barbareschi (Documenti dell’Archivio Vaticano),La Piè, n° 9 – 10, anno 1953.



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