Sobborgo Marini, la prima espansione della città dalle mura

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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SOBBORGO MARINI, LA PRIMA ESPANSIONE
 DELLA CITTA’ FUORI DALLE MURA

Stefano Saviotti

Per oltre due secoli, l’espansione urbana di Faenza rimase all’interno delle Mura manfrediane. Solo nel Settecento, fuori dalle Porte iniziarono ad essere costruite alcune case e botteghe: tali nuclei esterni furono detti sobborghi. Il primo a sorgere, e anche il più consistente, fu sobborgo Marini. Nel 1719, il fornaciaio Nicola Marini acquistò dal conte Domenico Mazzolani un terreno appena fuori Porta Ravegnana, sul lato destro uscendo dalla città, cui se ne aggiunse un altro pochi anni dopo (rogiti not. Vincenzo Bucci del 26 gennaio 1719 e 28 luglio 1727).
Quasi all’angolo fra gli attuali corso Garibaldi e viale delle Ceramiche, Marini edificò una casa porticata con alcune botteghe artigianali, mentre su altra parte del terreno realizzò la cava d’argilla per la sua fornace: molto probabilmente, la casa fu costruita proprio impiegando i mattoni fabbricati sul posto. La casa del Marini era dotata di un portico, che dopo qualche tempo fu fatto demolire dal Governatore di Faenza essendovi il sospetto che fosse stato costruito occupando la strada pubblica. Dopo qualche tempo però, Marini riuscì a dimostrare di non aver compiuto alcun abuso e poté riedificare la struttura.
Nel corso degli anni, la famiglia Marini costruì nuove case lungo il corso e le affittò ad inquilini e bottegai. Nel 1812, l’infilata di costruzioni si estendeva fino al primo edificio dopo il voltone di via dello Steccato e il complesso era abitato da ben 240 persone, tutte affittuarie di Antonio Marini. Nel 1816 fu decisa la sistemazione ed allargamento della strada per Ravenna, così due anni dopo si rese necessario abbattere il portico della prima casa Marini. Antonio Marini ricevette un indennizzo di venti scudi e il permesso di ricostruire il portico sul fianco della casa che guardava verso le fosse della città (attualmente vi sorge la casa d’angolo con viale delle Ceramiche).
Nel 1832, il caseggiato fu diviso in tre parti pressoché uguali fra i tre figli di Antonio: Giovanni, Giuseppe e Marino. La proprietà di Giuseppe Marini era composta di due case separate da un passaggio, che poi fu coperto e divenne il voltone di via dello Steccato, mentre la casa più antica del sobborgo fu assegnata a Marino. Negli anni seguenti, Giovanni e Giuseppe divisero le loro proprietà in più parti, cedendole a diversi acquirenti. Per dare un accesso carraio a tutti, la stradina di servizio sorta spontaneamente sul retro del caseggiato si trasformò in un vicolo che oggi è denominato via dello Steccato. Nel 1843, Marino Marini chiuse in parte il portico di fianco alla sua casa per realizzare una bottega, mentre Romualdo Monti ristrutturò una casa colonica detta Ca’ Bruciata, posta più avanti sull’altro lato della strada, tra l’attuale piazza Dante e via Caldesi, per ricavare appartamenti e botteghe.

Porta Ravegnana, con le "Gabbie dei Canarini" in una foto del 1910 - 20.

Viale delle Ceramiche.
Intorno al 1850, fu la famiglia Bucci a portare avanti la seconda fase di espansione del sobborgo. I Bucci possedevano i terreni posti sul lato destro, fra le case dei Marini e la futura ferrovia, compresa una casa detto Brolo posta dove adesso passano i binari, ed una fornace per laterizi (come nel caso dei Marini). In previsione dell’esproprio per il tracciamento della ferrovia, i tre fratelli Camillo, Federico e Pietro Bucci ricostruirono la casa colonica in aderenza alla casa di Giuseppe Marini ma un poco discosta dalla strada. Nel 1852 presentarono al Comune un grande progetto di sviluppo edilizio, che prevedeva la costruzione di un caseggiato alto tre piani e lungo 130 metri, con numerose botteghe al piano terra, vari portoni ed un voltone d’accesso alla corte interna. Essi furono probabilmente spinti a ciò dal fatto che la prossima costruzione della ferrovia, con la Stazione in via Caldesi, avrebbe portato ad una forte domanda di immobili in quella zona, con notevoli guadagni. La proposta fu approvata, ma sul momento i Bucci riuscirono a costruire solo una casa con due botteghe.
Sul lato opposto della strada intanto, nel 1858 Gaspare Corbara (proprietario della vicina casa colonica detta Montecavallo) costruì una casa in angolo fra gli attuali corso Garibaldi e viale IV Novembre. La realizzazione della ferrovia, concepita nel 1850, andò a rilento e l’inizio della costruzione coincise pure con la caduta del governo pontificio in Romagna nel 1859. Finalmente l’opera fu completata sotto il neonato Regno d’Italia e la nuova Stazione venne inaugurata il 1° settembre 1861. Essa era posta su un breve tratto di strada trasversale rispetto al corso, che poi prese il nome di via Caldesi. L’edificio era molto modesto: un piccolo fabbricato viaggiatori, solo in parte a due piani, un casottino per le toilette, un binario di corsa e uno di fermata, due marciapiedi e una piccola tettoia come riparo. Il capannone per le merci ed un binario morto erano invece posti di là dal canale Naviglio.
Pur nella sua modestia, la Stazione attirò per anni lo sviluppo urbano e rese in breve tempo sobborgo Marini il più grande degli agglomerati fuori porta. Nel 1862-63 i fratelli Bucci costruirono una nuova casa con botteghe sui loro terreni ed il tutto venne completato nel 1883 da Aristide Bucci, che realizzò una casa e tre magazzini presso la ferrovia. La vecchia Ca’ Bruciata, posta in angolo tra il corso e via Caldesi quasi davanti alla Stazione, venne ristrutturata e notevolmente ampliata nel 1863 da Sante Monti.
Nel 1864, su un terreno acquistato dal Comune e ceduto gratis allo Stato, il Genio Militare costruì un maneggio coperto (detto la Cavallerizza) con area adiacente che si estendeva fino al Naviglio. Tale ampio spazio venne sistemato a prato e dal 1° ottobre 1867 vi si tenne il mercato ambulante di paglia, fieno, strame e simili. L’area ospitava inoltre i baracconi del luna park durante la festa di S. Pietro, ed era quotidiano luogo di gioco e ritrovo per i bambini e ragazzi del sobborgo: dal 1960 si chiama piazza Dante e oggi l’area centrale è tenuta a giardino pubblico.

Sobborgo Marini durante l'inverno del 1905.

Giostre e barracconi inpiazza della Cavallerizza negli anni Venti del Novecento.
Nel 1865 venne realizzato un marciapiedi acciottolato per facilitare l’accesso dei viaggiatori alla Stazione e due anni dopo il percorso fu illuminato con lampioni. Nel 1875, in sobborgo Marini vi erano ben trentotto botteghe ed era quindi un vero e proprio centro commerciale assai vivace. Fra il 1882 e il 1892 vennero edificati tutti gli spazi ancora vuoti fra l’attuale viale IV Novembre e la Cavallerizza, mentre nel 1887-88 si costruì nell’area fra via Caldesi e piazza Dante.
Una volta esauriti gli spazi ai lati del corso, l’espansione edilizia iniziò ad interessare il lato nord della strada di circonvallazione (viale delle Ceramiche), al di là di via dello Steccato. Anche in questo caso si ripeté lo schema tipologico caratteristico delle case dei sobborghi: botteghe al piano terra, porta d’ingresso ad arco e due piani superiori ad uso appartamenti da affittare; le facciate erano ornate con marcapiani e cornicione con qualche semplice modanatura.

Porta Ravegnana, sulla sinistra la Cavalerizza fotografata  dopo il bombardamento del 2 maggio 1944. La Cavallerizza ancora semidistrutta dopo gli eventi bellici, in una foto del 1963.
Quando nel 1895 entrò in funzione la nuova e più grande Stazione ferroviaria in fondo a viale Baccarini, sobborgo Marini cessò di espandersi ma rimase ancora per molti anni luogo pieno di vita e di commerci. Vi erano infatti negozi di ogni genere: liquorerie, drogherie, sali e tabacchi, caffè ed osterie, macellerie, frutta e verdura, sellai, meccanici per bici e poi per auto, ebanisti, maniscalchi, negozi di tessuti, sementi e prodotti per l’agricoltura, un pastificio artigianale, un mulino a cilindri ed altro ancora. Sempre nel 1895 venne tracciata via Giovanni Della Valle, che sfruttando il sottopassaggio del Borgotto costituiva un percorso alternativo nei momenti di chiusura del passaggio a livello di via Ravegnana. Quest’ultimo, infatti, rappresentava un grosso problema per il traffico: essendo vicino all’area ferroviaria, era spesso chiuso non solo per il passaggio dei treni ma anche per le manovre delle locomotive.
La costruzione del Cavalcavia, nel 1933, rese un grande vantaggio alla mobilità dei faentini ma causò un notevole danno ai commercianti a causa dell’azzeramento del traffico di passaggio e sancì la trasformazione di sobborgo Marini in una semplice zona residenziale.
I bombardamenti della seconda Guerra Mondiale portarono gravi danni al sobborgo, vista la sua vicinanza con la Stazione ferroviaria. Furono distrutte tutte le case di via Caldesi e quelle poste sul lato ovest del corso, tra viale IV Novembre e la Cavallerizza; quest’ultima fu scoperchiata e gravemente colpita, ma venne conservata. Nel 1975 è stata adibita a palestra. Sul lato opposto i danni furono consistenti ma meno gravi, tuttavia andarono perdute le ultime due case prima di via Della Valle e quasi tutti gli edifici di via dello Steccato. Nel dopoguerra, approfittando delle distruzioni vennero portati a termine il progetto di sbocco di via Oriani su corso Garibaldi e il suo prolungamento verso est (via Camangi).

Per chi vuole approfondire

Durante il Medioevo Faenza era totalmente racchiusa e protetta dalla cinta manfrediana, della quale l'autore ha trattato nel precedente volume Le mura di Faenza.
Ma, ad un certo punto, qualcuno iniziò a costruire all'esterno.
Questo primo passo, timido ma decisivo, quando fu compiuto, e da chi? Come e perché si svilupparono i primi sobborghi fuori porta?
Per rispondere a queste e altre domande, Stefano Saviotti ha svolto una laboriosa ricerca d'archivio, che ci porta dal XVII secolo sino alla Seconda Guerra Mondiale, dagli agglomerati spontanei ai primi quartieri pianificati, sino ai bombardamenti che rasero al suolo gran parte della periferia di Faenza.
Non mancano i disegni di Romolo Liverani e le foto d'epoca della Fototeca Manfrediana, i progetti di bizzarri edifici oggi scomparsi, ed una serie di planimetrie cronologiche che rivela a colpo d'occhio, quasi casa per casa, lo sviluppo dei sobborghi nel corso del tempo.




Si consiglia anche: "I sobborghi di Faenza", di Stefano Saviotti in "2001 Romagna", n° 147 dicembre 2016.



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