I confini fra Romagna e Toscana

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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I confini fra Romagna e Toscana


di Angelo Emiliani


Chi si interessa di storia dei nostri territori, finisce per imbattersi in un tema che continua a suscitare una qualche curiosità: i vecchi confini fra Romagna e Toscana o, per meglio dire, fra lo Stato pontificio e il Granducato. Cerchiamo di saperne un po’ di più. Con acquisizioni e conquiste militari, fin dagli ultimi decenni del 1400 la Repubblica fiorentina prima e i Medici poi hanno esteso i loro domini ad una vasta area sul versante padano dell’Appennino, spingendosi fin quasi alle porte di Forlì. E’ nata così la “Romagna toscana” o “Romagna granducale”, comprendente i centri di Terra del Sole, Castrocaro, Bagno di Romagna, Dovadola, Galeata, Modigliana, Portico, San Benedetto, Premilcuore, Rocca San Casciano, Sorbano, Tredozio, Verghereto, Firenzuola e Marradi. Il modo stesso col quale questo processo si realizza, determina una complessa struttura politica e amministrativa che fa capo a ducati, magistrature, contadi, vicariati, podesterie, capitanati e leghe rurali. Capoluogo della Romagna toscana è fino al 1579 Castrocaro, poi il suo peso verrà oscurato dallo sviluppo della vicina Terra del Sole, un centro militare e politico progettato secondo i criteri della città ideale del Rinascimento. Nel 1737, ancora in vita l’ultimo dei Medici, Gian Gastone, la Toscana passa a Francesco Stefano di Lorena. Quella lorenese è una dinastia illuminata che, pur lasciando a lungo pressoché inalterato l’assetto amministrativo, è promotrice di grandi innovazioni. Basti citare la costruzione di migliaia di km di strade, la bonifica della Maremma e le riforme in campo penale (primo Stato al mondo, nel 1786, ad abolire la tortura e la pena di morte). Attorno al 1820 il Granducato è suddiviso in quattro provincie - Firenze (la capitale) con Livorno e il porto, Pisa, Siena e Grosseto - sei commissariati, 36 vicariati e un centinaio di podesterie. I confini restano pressoché invariati anche con l’unità d’Italia. Cambieranno solo il 4 marzo 1923, quando Mussolini decide di aggregare alla provincia di Forlì undici comuni del Circondario di Rocca San Casciano, così da comprendere nella zona dov’è nato le sorgenti del Tevere, “il fiume sacro ai destini di Roma”.
Oggi dell’antica Romagna toscana restano tre Comuni: Firenzuola, Marradi e Palazzuolo sul Senio. Il decreto del 4 marzo 1923 che sancisce il distacco dalla Toscana e l’aggregazione alla provincia di Forlì di tutto il Circondario di Rocca San Casciano - scrive “Il Piccolo” il 25 marzo dello stesso anno - “ha raccolto unanime approvazione, dato che la distanza dal capoluogo creava a tutti grave disagio e difficoltà”. Ma… c’è appunto un “ma”. Se quella decisione è andata bene a quelli di San Casciano, non ha risolto i problemi delle popolazioni di Modigliana e Tredozio.



Mappa della Romagna sotto il Governo Pontificio.

“Nei due Comuni - continua il periodico della Curia - è sorto spontaneo il desiderio di essere aggregati invece che alla provincia di Forlì, al loro naturale centro e precisamente alla provincia di Ravenna”. E non ci si limita a formulare un generico auspicio: il Regio Commissario di Modigliana ha già redatto un corposo memoriale e l’ha consegnato alla Commissione straordinaria che regge temporaneamente la provincia di Ravenna. Le ragioni che vi vengono esposte sono facilmente intuibili. La distanza da Modigliana a Forlì è il linea d’aria sui 21 km, “senonché questa linea passa per la sommità di Monte Castellaccio alto oltre 500 metri, dal quale si diramano a ventaglio estese ed elevate propaggini che costituiscono ostacolo separatore ad una diretta comunicazione”. Per recarsi a Forlì - in sostanza - si deve percorrere tutto il “corridoio” del Marzeno e affacciatisi alla pianura, raggiunta la località Palazzone a cinque km da Faenza, piegare a destra e percorrere altri 14-16 km per arrivare a Forlì. “Si noti che allo stato attuale della rete stradale una comunicazione diretta fra la località Palazzone e Forlì non esiste; bisognerebbe costruire anche un ponte sul Marzeno e sembra superfluo insistere sull’artificiosità di un collegamento simile, quando si è arrivati alle porte di Faenza”.



 Mappa del Granducato di Toscana comprendente la zona di Modigliana (particolare).


E ancora: “La conformazione topografica di questa zona non consente altro sbocco, altro punto di congiungimento alle grandi arterie del traffico generale che non sia Faenza”. Non sarà un caso se la sede faentina della Banca d’Italia ha compreso nel proprio territorio d’azione i Comuni di Palazzuolo, Marradi, Brisighella, Modigliana e Tredozio. “Anche questa è una prova obbiettiva e spontanea del naturale incanalamento degli affari verso Faenza”. Continua “Il Piccolo”: Se poi - come risulta da un progetto generale volto a realizzare economie da parte dello Stato - alcuni degli attuali uffici pubblici dovessero essere trasferiti o soppressi, “Modigliana che come è noto è un grosso paese con un grande giro d’affari, non potrebbe che esigere di far capo a Faenza”. Il giornale conclude informando che la Commissione straordinaria di Ravenna ha accolto con favore e fatte proprie le istanze di Modigliana e Tredozio. La pratica può dunque essere inoltrata a Roma e seguire il previsto iter burocratico.
Di ragioni, i due Comuni ne avevano da vendere. Avevano però clamorosamente sbagliato i tempi nel metterle sul tavolo. Come abbiamo visto, era di pochi giorni prima il decreto che spostava i secolari confini con la Toscana per fare di Forlì una grande provincia. In ballo c’era il prestigio della terra natale del duce. Proporre una pressoché contemporanea separazione voleva dire non averlo capito o, peggio ancora, manifestare una volontà che andava controcorrente rispetto ai voleri del “capo”.

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