La parte superiore di Val di Lamone e la «battaglia del grano»

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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LA PARTE SUPERIORE DI VAL DI LAMONE
E LA «BATTAGLIA DEL GRANO» (1)


Mons. Francesco Lanzoni


Nell'Alto Medioevo, per quanto si rileva dai pochi documenti rimasti, il territorio della città di Faenza (molto probabilmente uguale in estensione a quello della diocesi) stendevasi dai giochi appenninici di Casaglia, di Crespino, di Gamogna ecc. fino presso le mura di Ravenna. A jugo alpium, s'incontra nella carte del tempo, cioè dal gioco della alpi; come oggi diciamo l'alpe di Gamogna, di Crespino, Cà dell'Alpe ecc. Però non pare che il confine del territorio della città (e della diocesi) coincidesse con lo spartiacque appenninico. Sembra che alcune punte delle nostre valli appartenessero ai territori di Firenze, di Fiesole e di Arezzo. La città di Faenza con l'andar del tempo perdette il dominio delle proporzioni più alte del suo territorio montuoso; a sud-est nella valle del fiume di Forlì perdette S. Benedetto in Alpe e Portico, e nella valle del Marzeno (anticamente detto Simiolo). le pievi di S. Valentino e di S. Savino con Tredozio, Lutirano e Modigliana, e a sud-ovest nella valle del Lamone, Crespino, Biforco, Marradi e S. Adriano. La porzione sud-est, almeno in parte, pare fosse sottratta alla giurisdizione civile di Faenza durante il IX secolo, per opera di magnati ravennati e toscani, comunque ciò sia avvenuto. Certo è che nell'XI secolo troviamo nella valli del Tramazzo e d'Acereto i conti Guidi, che riuscirono a stendere la loro dominazione dal Casentino fino a Dovadola e a Modigliana, quindi chiamati conti di Modigliana. La porzione sud-ovest fu strappata più tardi al Comune di Faenza da quello di Firenze. La Repubblica di Firenze riuscì poi, nel secolo XV, a incorporare nel suo dominio tanto la parte sud-est quanto quella sud-ovest. Così una porzione considerevole dell'antico territorio faentino passò sotto la Repubblica, poi Ducato di Firenze, quindi Granducato di Toscana, fino al 1859; e s'incorporò con quella regione che fu appellata, e si chiama ancora, Romagna toscana.

Mappa della Romagna sotto il Governo Pontificio.

Nel secolo XV Faenza perdette la giurisdizione civile e politica delle alte valli appenniniche, non la giurisdizione ecclesiastica. Ma nel 1854, come è notissimo, quelle due porzioni furono divulse dalla diocesi faentina e contribuirono, nella massima parte, a formare la nuova diocesi di Modigliana. La porzione sud-ovest, di cui si è detto, fu usurpata al Comune di Faenza e ai signori Manfredi dalla politica imperialistica, si direbbe oggi, del Comune di Firenze. La vicinanza dei grandi ha sempre nociuto ai piccoli. Nel secolo XIII il Comune di Faenza era troppo debole per sostenersi contro il potente Comune di Firenze: il Comune di Faenza, che dopo l'assedio e la vittoria dell’imperatore Federico II (1240-1) ricevette un colpo mortale. Trovo un primo accenno della volontà di Firenze di pescar nel torbido negli affari dell'alta Val di Lamone in un'epistola di papa Innocenzo IV, scritta da Perugia nel 1253, con la quale il pontefice comanda al Comune di Firenze di non molestare con taglie e con collette il monastero di Crespino, «fingendo», scrive il papa, «che il monastero sia costituito nella diocesi fiorentina», mentre apparteneva a quella di Faenza. A intelligenza di questa lettera e di ciò che si dirà, è necessario osservare che le alte valli del territorio faentino, fino dall'XI secolo, erano in possesso di ricchi e potenti monasteri, e i castelli più forti erano caduti in mano dei Guidi, degli Ubaldini e di altre famiglie, più o meno, toscane e fiorentine. Nella porzione sud-est, nella valle di Forlì esistevano il monastero di S. Benedetto in Alpe (che oramai era sotto il patronato o, se vogliamo parlare più esattamente, sotto il vassallaggio dei conti Guidi) e quello di S. Giovanni di Acereto; e nella porzione sud-ovest quelli di S. Maria di Crespino e di S. Reparata di Marradi. Questi monasteri erano tra i più ricchi proprietari terrieri delle nostre montagne, e, più o meno, indipendenti dalla giurisdizione dei vescovi di Faenza. Gli abitanti sottostavano quindi, più o meno, all'autorità spirituale di cotesti monasteri, e sentivano necessariamente l'influenza della loro potenza economica, a volte a vantaggio, a volte a danno. Inoltre i monasteri di Crespino e di S. Reparata appartenevano ambedue alla congregazione di Vallombrosa, che era sorta nella diocesi di Firenze e in essa aveva il suo centro; quindi dipendevano da superiori fiorentini e spesso dovevano avere nel loro seno religiosi fiorentini. Di più i beni del monastero di Crespino confinavano con quelli della badia di Razzòlo, che si estendeva nel versante toscano (il Mugello) e apparteneva del pari alla congregazione vallombrosana.

Monastero di S. Benedetto in Alpe.

La Badia di Crispino sul Lamone.
Dal 1282 in poi fin oltre il 1300 fu aspra contesa tra il Comune di Faenza e i conti Guidi per il possesso e la giurisdizione di Biforco, di Camurano e di altri castelli di Val di Lamone, usurpati da quei signori rapaci al Comune di Faenza. E nel 1283 ardeva, forse da qualche tempo, una lite tra l'abate di Razzòlo e quello di Crespino per una cosiddetta Massa di Casaglia, di cui ciascuna delle due badie rivendicava per se la proprietà. Questa massa comprendeva fondi, boschi, selve, pascoli, monti e acque correnti, e si stendeva dal passo, oggi detto di Ca dell'Alpe, fin verso Crespino. La causa fu devoluta all'arbitrio dell'abate generale di Vallombrosa, fiorentino, che divise la massa per metà, aggiudicando la parte meridionale a Razzòlo e la settentrionale a Crespino. Pare che il diritto di Crespino fosse prevalente, perché la badia di Razzòlo fu condannata a sborsare in più cento libbre di fiorini piccoli (moneta fiorentina) a quella di Crespino. Un anno dopo il Comune di Firenze, che forse aveva avuto un zampino nel lodo arbitrale dell'abate generale di Vallombrosa, si fece vendere dall’abate di Razzòlo per mille fiorini piccoli la metà della Massa di Casaglia a lui toccata. Cosi il Comune di Firenze acquistò la proprietà del passo appenninico più importante di Val di Lamone. Nel medioevo il diritto di proprietà si confondeva con quello di sovranità o l'uno facilmente si tirava dietro l'altro. In tal modo il Comune di Firenze nel 1284 divenne padrone della testa di Val di Lamone. Da quel tempo parecchie volte il Comune o la Repubblica di Firenze prese occasione o pretesto di mescolarsi negli affari politici di Val di Lamone, e di brigare a proprio vantaggio.

Romolo Liverani, la Rocca di Modigliana, Pinacoteca Comunale di Faenza.
Le discordie e le rivalità tra i membri della famiglia Manfredi, contendentisi la signoria della città di Faenza e dei castelli di Val di Lamone, e finalmente lo spezzamento avvenuto nei primi decennii del XV della stessa Val di Lamone in tre parti principali, cioè della parte inferiore, da Quartolo in giù, al Vicariato di Faenza, della parte mediana, da Quartolo a S. Martino in Gattara, alla Contea di Brisighella e di Val di Amone, e della parte superiore, alla Contea di Marradi, appartenenti tutte e tre a membri della casa manfrediana, agevolarono gli antichi disegni ambiziosi del Comune di Firenze. Nel 1425 Lodovico Manfredi, che fu l’ultimo conte di Marradi, ebbe la cattiva idea, prima di allearsi con la Repubblica di Firenze contro Guidoantonio, signore di Faenza, suo parente, e poi di guastarsi con la Repubblica stessa e di far rappresaglie d'ogni maniera contro i fiorentini. La pagò cara. La Repubblica, per punire quell'audace minuscolo conte, secondo l'uso dei tempi, fraudolentemente lo trasse a Firenze, lo caccio in prigione alla Stinche, e nel 1428 con le sue milizie s'impossessò di Marradi e di tutta la contea. Così perì il dominio dei Manfredi nell'alta valle di Lamone. II territorio della contea, cambiato il nome, rimase sotto Firenze fino al 1859. Anche oggi quelle terre appartengono alla provincia di Firenze. Circa nel medesimo tempo, e presso a poco con gli stessi sistemi, la Repubblica ingoiò a uno a uno i possessi dei conti Guidi da Tredozio e da Lutirano a Modigliana, e s'inoltrò fino alle Balze, non molto lontano da Faenza.
Le discordie e le rivalità tra i membri della famiglia Manfredi, contendentisi la signoria della città di Faenza e dei castelli di Val di Lamone, e finalmente lo spezzamento avvenuto nei primi decennii del XV della stessa Val di Lamone in tre parti principali, cioè della parte inferiore, da Quartolo in giù, al Vicariato di Faenza, della parte mediana, da Quartolo a S. Martino in Gattara, alla Contea di Brisighella e di Val di Amone, e della parte superiore, alla Contea di Marradi, appartenenti tutte e tre a membri della casa manfrediana, agevolarono gli antichi disegni ambiziosi del Comune di Firenze. Nel 1425 Lodovico Manfredi, che fu l’ultimo conte di Marradi, ebbe la cattiva idea, prima di allearsi con la Repubblica di Firenze contro Guidoantonio, signore di Faenza, suo parente, e poi di guastarsi con la Repubblica stessa e di far rappresaglie d'ogni maniera contro i fiorentini. La pagò cara. La Repubblica, per punire quell'audace minuscolo conte, secondo l'uso dei tempi, fraudolentemente lo trasse a Firenze, lo caccio in prigione alla Stinche, e nel 1428 con le sue milizie s'impossessò di Marradi e di tutta la contea. Così perì il dominio dei Manfredi nell'alta valle di Lamone. II territorio della contea, cambiato il nome, rimase sotto Firenze fino al 1859. Anche oggi quelle terre appartengono alla provincia di Firenze. Circa nel medesimo tempo, e presso a poco con gli stessi sistemi, la Repubblica ingoiò a uno a uno i possessi dei conti Guidi da Tredozio e da Lutirano a Modigliana, e s'inoltrò fino alle Balze, non molto lontano da Faenza.
Dalla parte di Forlì la Repubblica di Firenze portò le sue tende fino a poche miglia dalla città degli Ordelaffi, cioè a Terra del Sole. I signori d'Imola, di Faenza, di Forlì ecc. erano troppo deboli e divisi per far fronte al Comune di Firenze, oramai padrone della Toscana. I papi attraversavano il periodo della loro massima decadenza politica. Terminata appena la schiavitù di Avignone nel 1377, nel seguente anno scoppiava il terribile Scisma d'Occidente, che divise tra loro non solo i regni d'Europa, ma i piccoli stati della nostra penisola. Ad esempio i Manfredi di Faenza parteggiavano per papa Gregorio XII; quelli di Marradi per Giovanni XXIII. Lo scisma terminò, sebbene non pienamente, soltanto nel 1417. Ne i papi poterono tornare a Roma che qualche anno più tardi, e senza prestigio politico e senza forze militari. Non era quindi il caso di pensare a rivendicazioni territoriali. Bisognò si contentassero di minacce o chiudessero un occhio. Quando nel secolo XVI i papi poterono rientrare in possesso della Romagna, dovettero accettare i fatti compiuti; ma il confine politico tra la Romagna e la Toscana fu il più irregolare che possa immaginarsi. Sorsero quindi tra i due Stati questioni e controversie infinite appena risolte o assopite nel secolo XVIII, e continui litigi polizieschi. Figurarsi che, dopo aver commesso un delitto nello Stato Pontificio, per riparare in Toscana bastava saltare un fosso. Quindi i predicatori popolari di quei tempi solevano dire: «ricordatevi che nel mondo di la non ci sarà lo Stato di sopra» (cosi volgarmente presso di noi chiamavasi il Granducato). Gli avvenimenti politici d'Italia tra il 1797 e il 1815 non cambiarono questa condizione di cose. Solo nel 1859, e ufficialmente nel 1860, le case doganiere lungo le vie di Marradi e di Modigliana furono chiuse.

1) «Rassegna», cit., maggio 1925, anno V, n. II.

UNA «BATTAGLIA DEL GRANO» IN VAL DI LAMONE (2)

Dopo che la Repubblica di Firenze si fu impadronita delle alti valli romagnole, compresa quella del Lamone, in esse si scatenò una lotta, che con linguaggio palpitante di attualità potrebbe appellarsi una «battaglia del grano». Mi giovo di alcune notizie comunicatemi con squisita cortesia dal gentilissimo signor dottor Brentani di Tredozio, al quale rendo pubblicamente le più vive grazie. Nelle carte fiorentine non si trova alcun piano prestabilito di azione, ma i cronisti, riferendo i fatti, ci lasciano intravedere che la politica risoluta di acquisti e di conquiste nelle terre di Romagna era nella mente di tutti i cittadini di Firenze, e ce ne dicono chiaramente le ragioni. Abbiamo narrate in altro numero del Bollettino (n. 2, anno V, p. 35) come nel 1284 la Repubblica di Firenze s'impadronisse della Massa di Casaglia, cioè della testa di Val di Lamone; e da quel tempo prendesse occasione o pretesto di mescolarsi negli affari politici della Valle, e di brigare a proprio vantaggio nelle aspre contese tra il Comune di Faenza e i signorotti delle montagne, e nelle discordie e rivalità tra i membri della famiglia Manfredi, contendentisi la signoria della città e del territorio di Faenza. Si è visto come nel 1428 la Repubblica di Firenze riuscisse a diventare padrona di tutta l'alta valle del nostro fiume fino al ponte di Camurano. I documenti, a noi noti, non dicono per quali fini reconditi la Repubblica mettesse in pratica una tale politica, diremmo oggi, imperialista. Le ragioni economiche non mancano mai tra i moventi della politica espansionista degli Stati, e per la Repubblica di Firenze abbiamo validi motivi di affermarlo. II territorio della Repubblica non possedeva il grano e le biade necessarie ai propri bisogni; aveva quindi necessita di cercarlo nelle terre vicine. La Repubblica era chiusa a ovest dal mare, a nord e ad est dall'Appennino, e a sud confinava con terreni scarsi e meno fruttiferi. Era quindi naturale che gli sguardi della Signoria e dei cittadini si volgessero alla Romagna, che produceva in abbondanza, ed era relativamente vicina. Da prima occorreva assicurarsi gli sbocchi dell'Appennino e il possesso delle nostre alte vallate. Probabilmente questa fu la ragione per cui la Repubblica, con arti più o meno coperte e subdole, si adoperò di aver in mano la Massa di Casaglia, e poi, con le armi, tutta l'alta valle del Lamone.


La Repubblica subì nel XIV secolo gravi carestie. Basti ricordare quella seguita dalla pestilenza del 1340 e l’altra del 1350, nella quale il grano salì al prezzo di lire cinque lo staio. (Cf. BONINSEGNI, Historie fiorentine, Firenze, Marescotti, 1580). Queste calamità dimostrarono sempre più al governo e ai cittadini la necessità di assicurare il grano e le biade a ogni costo. Durante la guerra che Firenze, alleata di Barnabò Visconti, duca di Milano, condusse contro papa Gregorio XI (1370-77), nelle vicine valli di Forlì avvenne un fatto, che getta una gran luce anche nelle vicende storiche della nostra vallata circa in quel tempo. La Cronaca fiorentina di Marchionne di Coppo Stefani, pubblicata a cura di Niccolo Rodolico in Rerum Italicarum Scriptores, t. XXX, p. 298, ci fa sapere che durante la guerra contro papa Gregorio fu presa ad Amerigo di Giovanni di Alberghettino Premilcuore, nell'alta valle del Rabbi, e dato alla Repubblica «come cosa tolta al suo nemico». Un capitolo della lega voleva bensì che qualunque terra venisse conquistata e resa libera al tempo della guerra per opera dei collegati, dovesse rimanere in libertà ed essere ammessa nella lega; ma, malgrado ciò, la Repubblica tenne in suo potere Premilcuore.





Guardia di Finanza del Granducato di Toscana, 1850.
È curioso ed istruttivo, a nostro riguardo, il leggere come il cronista Marchionne di Coppo Stefani cerchi di scusare la slealtà commessa dalla Signoria: «questo non era però», egli dice, «pigliare per sé, se non che quanto a sicurtà; e questo fece (la Repubblica) perocché per quella via, tenendola aperta e sicura, mai fame avere non potea Firenze, perocché quindi venne sempre in Firenze grano di Romagna». Questa è certamente la ragione per cui non solo si tenne Premilcuore, nell'alta valle del Rabbi, ma conquistò le altre testate delle nostre valli, cioè per avere passi aperti e sicuri onde importare dalla Romagna il grano e le biade nella Repubblica, povera di questi generi.
Nei secoli moderni il ducato di Firenze, quindi granducato di Toscana, cercò di sfruttare con ogni mezzo questa condizione di cose. II governo papale, che nei primi decenni del XVI secolo, rientrò in possesso della Romagna, non diventata Toscana, non poteva permettere che la Toscana esportasse dalla Romagna il grano senza alcun limite; molto più che i raccolti della nostra dovevano servire anche ad altre province pontificie, scarse di questa preziosa derrata, e in quei tempi parecchie volte il raccolto della Romagna non fu sufficiente.
Per provvedere a queste necessità il governo papale emanò decreti limitanti l'esportazione dei grani nello Stato Toscano, colpendo gravemente i contravventori con pene temporali e, secondo l'uso dei tempi, anche spirituali. Nei secolo XVI in tutte le parrocchie della Romagna i rettori delle chiese dovevano leggere una notificazione del legato di Ravenna, comminante la censura o la scomunica contro quelli che trasportavano il grano dalla Romagna in Toscana di frodo.
Ma, più che la paura delle pene ecclesiastiche, molto più spesso poté la sete di quel metallo, portentoso, onnipossente. Dal XVI fin dopo la meta del passato secolo lungo tutto il confine tosco-romagnolo gli abitanti esercitarono il più attivo e sfacciato contrabbando. La configurazione del territorio si prestava mirabilmente a tutti gli artifizi a tutte le astuzie, escogitate dalla malizia umana, per sfuggire all'occhio e alle granfie della polizia.
S'intende: della polizia pontificia; perché, naturalmente gli sbirri toscani, ubbidendo a una parola d'ordine del loro interessato governo (parola d'ordine sussurrata e capita per aria) facevano molto bene gli indiani e i sornioni, mestiere che i discendenti degli antichi Etruschi conoscono ottimamente.
Le case del confine romagnolo (ed era un confine frastagliatissimo e incerto) raccoglievano segretamente da tutta la provincia depositi della preziosa derrata, e per mezzo di bande organizzate di cosidetti spalloni (perché portavano i sacchi a spalla), camminando per sentieri impervi o poco noti, specialmente di notte, la introducevano nel paese toscano, ove quel sacro dono di Cerere era avidamente cercato e veniva pagato profumatamente. Ho detto: raccoglievano segretamente, esportavano di notte.
Debbo correggermi. Di qua e di là dal confine si lavorava di mani e di piedi per corrompere le guardie di finanza pontificie; e questi poveri diavoli, forse pagati male, secondo un inveterato costume dei governi, cedevano alle forti tentazioni; e, come gli sbirri granducali, anch'essi chiudevano un occhio e fingevano di aver sbagliato strada, di esser arrivati tardi, di non aver capito la consegna ecc. E, se vogliamo credere a certi nostri cronisti, che non sogliono essere mal informati, la corruzione toccava le più alte sfere del governo pontificio, perché anche i grossi impiegati della curia legatizia di Ravenna si lasciavano ungere abbondantemente dai pescicani di quel tempo con quella grascia, chiamata dal Boccaccio la grascia di s. Giovanni bocca d'oro, e seguivano quel dettame, sempre antico e sempre nuovo: lasciar andare, lasciar passare, oppure esercitavano essi medesimi direttamente il contrabbando dei grani. Così per molti secoli si combattè nelle valli tosco-romagnole questa curiosa «battaglia del grano».

2) «Rassegna», cit., gennaio 1926, anno VI, n. I.

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