La situazione politica a Faenza fra il 1848 e 1870

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
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La situazione politica a Faenza fra il 1848 e 1870
Nino Drei


Il comune di Faenza conta, all’unità d’Italia, 35.592 abitanti equamente divisi fra città ecampagna; la città è posta su di nodo stradale di rilevante importanza, a cinquanta chilometri da Bologna ed a cento da Firenze alla quale è legata da secolari vincoli culturali ed economici. Le idee, limitatamente ai tempi, circolano facilmente, l’economia, basata su alcune imprese dinotevole fatturato, Fabbrica Maioliche Ferniani, Cartiera, Filanda e su moltissime attività artigianali di elevato livello è prospera. Allo stesso modo è ricca la campagna dove sia la piccola proprietà che la mezzadria sono diffuse; praticamente sconosciuto il bracciantato. Politicamente la città è sempre stata indocile alla dominazione pontificia: principale centro di eresia delle Legazioni nel ‘500, tanto che il pontefice Pio V minaccia di farla radere al suolo, sede di Loggia Massonica sin da metà settecento; giacobina ha il nome di un suo cittadino, il generale Filippo Severoli, scolpito nell’Arco dell’Étoile. È da Faenza che, subito dopo la restaurazione, partono i primi tentativi massonici di ricostruire una rete di cospirazioni.


Generale Raffaele Pasi.
Nel 1825 sono 96 i faentini imputati nel famoso processo Rivarola; nel 1831 è il faentino generale Giuseppe Sercognani, rappresentante dell’ala intransigente della “Rivoluzione”, a guidare i suoi volontari verso Roma. Culturalmente negli anni napoleonici Faenza è stata sede di un Liceo dipartimentale ed il suo Seminario è, da sempre, uno dei più quotati della regione. Negli anni ’40 dell’Ottocento nasce in città un decadale, «L’Imparziale», che, oltre ai copiosi versi dedicate, come costume dell’epoca, alle autorità costituite, propaganda le innovazioni nell’agricoltura e nelle scienze, la nascita di una moderna Cassa di Risparmio e così via.
Suoi redattori e collaboratori sono l’ormai anziano Dionigi Strocchi, l’abate Maccolini, costretto poi a riparare a San Marino per liberalismo, ed il giovane Augusto Bertoni già affiliato alla Giovine Italia, che, esule, sarà caro al Mazzini e morirà suicida nel 1853 nella carceripontificie a Roma. Nel 1845 poi, come già esaminato, il conte Raffaele Pasi, in coincidenza col progettato moto di Rimini, assalta con una banda di armati e con don Giovanni Verità la casermetta dei finanzieri pontifici posta a pochi chilometri da Faenza sul confine toscano. Con l’elezione di Pio IX al soglio pontificio esplodono anche a Faenza gli entusiasmi piononisti: ritornano gli esuli e gli entusiasmi si rafforzano con la circolazione della stampa. Nelle osterie e nei caffè si aprono collette fra i fedeli avventori per abbonarsi a giornali, in particolare di Parigi. La diffusione della stampa, di Bologna e d’oltralpe, nei luoghi pubblici porta ad accesi dibattiti politici e, certo non casualmente, è in una osteria che vengono raccolte le firme dei volontari pronti a partire con la Guardia Civica mobilizzata per affrontare gli austriaci. La sottoscrizione raggiunge in poche ore le quattrocento firme ed a capo dei volontari si pone quel Raffaele Pasi che, come abbiamo visto, tre anni prima aveva assaltato la casermetta pontificia.


Una fase della Battaglia di Vicenza. Monte Berrico, 10 giugno 1848.
I volontari, in assetto di marcia, si adunano il 27 marzo nel palazzo comunale. Essi vogliono partire senza indugi; le autorità pontificie, com’è noto, nicchiano, cercano di prendere tempo, invitano i volontari ad attendere il passaggio del generale Durando, gli ufficiali fanno la spola fra l’ufficio dove discutono con le autorità ed i saloni occupati dai volontari, dichiarano esplicitamente di non riuscire più a trattenere gli uomini; il verbale, fortunatamente conservato, riporta espressamente il termine “ammutinamento”; finalmente le autorità cedono alla paura ed autorizzano la partenza. Sconfitti a Vicenza dalle preponderanti forze austriache non tutti i volontari tornano a casa, molti, almeno 51, combattono a Venezia, molti combatteranno poi in difesa della Repubblica Romana. La restaurazione pontificia imposta dalle baionette austriache porta come immediata conseguenza in città alla fucilazione di diciassette cittadini, ma i faentini non demordono e nel1850 è fondata a Faenza, prima in Romagna, la sezione del mazziniano Partito Nazionale Italiano.

Nel 1854 una violenta repressione si scatena in città: 41 arresti nella notte del 30 gennaio, alcuni degli arrestati saranno poi deportati negli Stati Uniti d’America (1) 62 esuli alla stessa data secondo la polizia, una settantina di precettati ed un numero imprecisato di inviati al domicilio coatto con semplice provvedimento di polizia. È in questo clima di pesante repressione che la città arriva al 1859 ed in questa campagna i volontari partono clandestinamente per la via di Modigliana, quella che per anni è stata la via della “trafila”. Dopo la campagna regia e mentre, grazie al suffragio censitario del Regno di Sardegna prima e di quello d’Italia poi, poco più di 300 cittadini hanno diritto al voto politico, e ben pochi di essi hanno partecipato al risorgimento, la città viene rappresentata al parlamento dal Medico Primario dott. Giacomo Sacchi che solo tre anni prima aveva inneggiato a Pio IX.
 
Note
1) Lodolini E., Deportazione negli Stati Uniti d'America di detenuti politici dello Stato Pontificio (1845-1858), in Rassegna Storica del Risorgimento, Anno LXXXVIII, Fascicolo III, Luglio-Settembre 2001 e Drei A., Sommarie biografie di patrioti faentini deportati negli Stati Uniti d'America dal Governo Pontificio (1845-1858), in Rassegna Storica del Risorgimento, A. LXXXIX – Fasc. III, Luglio-Settembre 2002.

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